Alla Galleria Varsi spazio all'astrattismo dei murali dell'Altrove Festival

Edoardo Suraci, del collettivo Altrove, racconta a Ril il progetto partito da Catanzaro che porta a Roma l'opera astratta e visionaria di alcuni dei più importanti artisti europei. Per regalare alle città un nuovo immaginario.


Un progetto per una nuova dimensione da abitare e da comprendere, un tentativo di allargare gli orizzonti e di far nascere riflessioni: queste le motivazioni alla base del collettivo Altrove. Il duo, composto da Vincenzo Costantino ed Edoardo Suraci, nasce a Catanzaro nel 2014 concentrandosi da subito nella promozione di opere pubbliche murali, dando voce a una generazione e indagando un movimento autentico. Uno sforzo che ha portato all'Altrove Festival, evento che in due edizioni ha richiamato nel capoluogo calabrese 21 importanti artisti italiani ed europei che, oggi, trovano spazio a Roma nella Galleria Varsi. La mostra “Altrove- ABSTRACTISM - Group Show”, aperta fino al 9 marzo, mette a confronto in una collettiva senza precedenti le opere di questi autori, in una rete di visioni astratte che genera domande e stimola risposte. Edoardo Suraci racconta a Ril il punto di partenza e i protagonisti di questo percorso iniziato tre anni fa. 

Il vostro collettivo è nato a Catanzaro nel 2014 con l'intento, tra gli altri, di pensare e fare città attraverso un moderno processo. Su quali problematiche di Catanzaro volevate intervenire con le vostre iniziative?


«Catanzaro ha problematiche riscontrabili in moltissime cittadine del Sud Italia: sebbene si tratti di un capoluogo di regione, è una città con delle dinamiche molto chiuse. Noi volevamo farle esplodere dall'interno, organizzando un evento come se fossimo in un'altra città. Nessuno nelle nostre zone aveva mai osato qualcosa di così “contemporaneo”: noi abbiamo cercato invece di dare un'opportunità ai giovani, facendo capire loro che le cose si possono cambiare. A tre anni di distanza dal primo Altrove Festival possiamo dire che qualcosa si è mosso: a Catanzaro infatti si sono organizzati negli ultimi tempi diversi eventi culturali paralleli al nostro, su cinema, design e così via. Sono stati usati i metodi che abbiamo proposto noi, come l'autofinanziamento iniziale e l'intercettare una serie di aziende per alcune sponsorizzazioni».

Al centro dell'operato vostro e di chi ha collaborato con voi c'è il muralismo artistico. Perché questa forma d'arte secondo te è la giusta chiave oggi per ripensare gli spazi urbani?


«Il muralismo deve essere una chiave, non la sola chiave: realizzare opere su un muro non va a risolvere i problemi di una comunità, e chi sostiene questo secondo me è in errore. I muri sono stati un veicolo per comunicare il nostro progetto, che si è mosso nel campo dell'astrattismo. Volevamo dare ai cittadini la necessità di dover approfondire quel tipo di lavoro, non dargli una bellezza “istantanea”, ma far loro dono di un immaginario completamente nuovo. Se qualcosa a Catanzaro è cambiato, è perché noi ci siamo mossi per riuscirci, al di là delle opere sui muri: abbiamo cercato di sdoganare tante piccole cose per proporre altri modi di intendere la città».

Qual è stata la reazione dei cittadini di Catanzaro di fronte ai cambiamenti portati avanti dalle edizioni dell'Altrove Festival?

«La reazione è stata positiva fin da subito. Il primo anno c'è stata qualche opera figurativa, probabilmente tra le più apprezzate. La scelta successiva dell'astrattismo è stata fatta per i motivi che dicevo, ossia il bisogno e il desiderio di fare un passo oltre. C'era di base un'idea sulla ricerca e sull'architettura urbana, perché ovviamente le nostre iniziative andavano a effettuare delle modifiche: alcune opere astratte che si sono fatte potevano sposarsi con la geometria degli edifici oppure romperla. La seconda edizione del festival ha visto molti lavori estremamente “puliti”, quasi da restauro: le parti dipinte dall'artista sono state messe in evidenza sul fondo originale del muro, senza coprirlo. Abbiamo cercato di integrare l'intervento nuovo con l'elemento preesistente. In molti non hanno apprezzato questa “sottigliezza”, questa operazione elegante. Sono operazioni che vengono meglio se si ha a che fare con astrattisti, con persone abituate a lavorare sugli equilibri e sul colore. La gente è rimasta davvero entusiasta da queste opere. Se si sottovalutano da subito questi luoghi e chi li abita, le persone non cresceranno mai: bisogna iniziare a dar loro una visione diversa, spiegandogliela e raccontandogliela». 

In due anni avete chiamato a raccolta 21 artisti, le cui opere si possono ammirare in questa mostra alla Galleria Varsi. Cosa vi ha portato a sceglierli? Perché li avete ritenuti “adatti” al vostro scopo?


«Ci siamo soffermati su chi ha lavorato molto sul concetto di architettura, sia portando avanti operazioni di rottura che di integrazione. Siamo andati sul sicuro puntando su nomi conosciuti in tutta Europa, come gli olandesi Erosie e Graphic Surgery o il tedesco Clemens Behr, ma anche il blocco italiano che credevo fosse più interessante. Nel primo anno sono stati fatti dieci muri abbastanza grossi, mentre l'anno dopo abbiamo cercato di fare opere anche a grandezza umana, più visibili dalle persone che camminano a piedi, e in un discorso del genere sono stati perfetti artisti come Ekta o CT».

Cosa possiamo aspettarci da questa mostra ora presente alla galleria Varsi?

«La mostra “Altrove - ABSTRACTISM - Group Show” contiene almeno un'opera per ognuno dei 21 artisti che hanno collaborato con noi al festival. Per noi è davvero bello essere qui, siamo stati molto felici di essere stati accolti allo spazio Varsi. L'essere riusciti a portare da Catanzaro a Roma il lavoro di due anni per noi significa molto, soprattutto trattandosi di una mostra che ha comportato un ulteriore lavoro di ricerca. Si tratta di una raccolta molto interessante, espressione di personalità molto diverse tra loro ma mosse dagli stessi valori per quanto riguarda l'arte urbana e l'approccio nel dipingere uno spazio pubblico. Sono artisti che fanno un lavoro in studio secondo me davvero eccezionale».

 

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