Tutto il bello dell’improvvisazione: incontro con “I Bugiardini”, la compagnia romana senza copione

Fabrizio Lobello racconta il bello di un’arte in cui 1+1 non fa sempre 2, gli spettacoli all’estero e il sogno di aprire un teatro stabile nel cuore della Capitale.


Né sorella minore né genere di ripiego, ma arte dotata di dignità e di vita propria: l’improvvisazione teatrale è una disciplina ancora oggetto di interpretazioni fuorvianti e poco riconosciuta tra gli spettacoli “che contano”. Lo sa bene la compagnia romana “I Bugiardini” che, da circa dieci anni, porta in giro per l’Italia e all’estero i suoi show all’insegna dell’ironia, come quello ora in scena (ogni due domeniche fino al 4 giugno) al Teatro Abarico di San Lorenzo. Fabrizio Lobello, attore tra i fondatori del gruppo, ha raccontato a Ril storia e tappe della sua compagnia.

Fabrizio, com’è nata la tua passione per il teatro?

«Ho sempre avuto il pallino di fare teatro da quando ero piccolo, vedendo con mio padre gli spettacoli di De Filippo in Tv. Nel ‘99, dopo aver seguito un corso di teatro di testo, ho conosciuto, grazie alla televisione, i match di improvvisazione teatrale, un mondo che mi ha catturato subito, fino a quando, nel 2004, ho deciso di passare da spettatore ad attore, iniziando a cimentarmi in questa disciplina in una scuola di Roma».

Perché proprio l’improvvisazione?

«Quello che tutt’ora mi colpisce di più di questo specifico settore teatrale è la possibilità di creare insieme agli altri. È uno di quei casi in cui il detto “1 + 1 fa più di 2” è proprio vero, perché la mia creatività, unita a quella dei miei compagni, porta a qualcosa di unico. Per riuscirci, però, è necessario “allenarsi” molto».

L’allenamento in cosa consiste?

«Ci sono degli esercizi specifici per prepararsi nell’improvvisazione, soprattutto tesi a creare il gruppo, a far sì che gli attori si sintonizzino sulla stessa lunghezza d’onda e imparino a osservare l’altro. Fondamentale poi è capire come sfruttare le idee che i compagni, volontariamente o meno, ti propongono durante lo spettacolo: bisogna sempre accettare l’iniziativa degli altri, mai respingerla, anche quando si tratta di un “errore” (elemento che, in realtà, nell’improvvisazione non esiste)».

Quand’è che nasce la tua compagnia, “I Bugiardini”?

«Tra il 2007 e il 2008. In quegli anni, l’offerta di improvvisazione teatrale in Italia era aumentata, diventando più composita e portando a diversi gruppi indipendenti. Noi eravamo tra questi, uno dei primi gruppi in realtà a cercare strade diverse rispetto alla scuola di allora».

Come mai avete deciso di fondare la compagnia?

«Il nostro intento era soprattutto quello di staccarci dal filone italiano principale per esplorare e sperimentare, cercando nuovi modi di esprimerci attraverso l’improvvisazione. Abbiamo avuto la fortuna poi di andare nel 2010 a Calgary, in Canada: qui si trova la scuola di uno dei padri fondatori dell’improvvisazione teatrale moderna. Abbiamo frequentato quindi dei corsi estivi che ci hanno aperto gli occhi facendoci capire come sia fondamentale rompere continuamente i nostri schemi, mettersi in gioco in una ricerca continua e necessaria».

Da lì poi sono iniziati i primi tour per l’Italia.

«Inizialmente i nostri spettacoli si sono svolti solo a Roma, che è stata centro precursore per quanto riguarda le realtà indipendenti dell’improvvisazione. Essendo tra i primi del panorama teatrale di allora, il nostro nome è poi iniziato a circolare, e abbiamo ricevuto diversi inviti per esibirci in tutta Italia».

Parallelamente, però, avete continuato anche a frequentare altre realtà all’estero.

«Esattamente. Dopo Calgary siamo stati a Chicago, altro centro di formazione molto importante. Nonostante fossimo all’estero, non trovavamo delle barriere così limitanti nell’esibirci in italiano, ma poi uno di noi, Francesco Lancia, ha avuto una geniale intuizione: quella di preparare uno spettacolo di improvvisazione muto, spendibile quindi senza problemi anche al di fuori dell’Italia. Nasce così “Shhh – An improvised silent movie”».

E con quello avete partecipato al Festival Teatrale di Edimburgo.


«Sì, nell’estate del 2015 e del 2016, e dovremmo anche partecipare per la terza volta quest’anno. La cosa interessante di questo spettacolo, ambientato negli Anni ‘20, è che noi facciamo davvero un film muto: le nostre scene improvvisate sono eseguite senza dire una parola, ma ad accompagnarci abbiamo un pianista (il quale deve ugualmente improvvisare) e un addetto dalla regia, che deve proiettare su un apposito schermo i sottotitoli delle scene in corso. Ovviamente anche i sottotitoli sono improvvisati, e deve esserci sintonia affinché le parole scritte ben si adattino a ciò che sta accadendo».

Com’e nata invece l’idea di “B.L.U.E. – Il musical completamente improvvisato”?

«L’idea mi è venuta in mente perché noi, come gruppo, siamo sempre stati piuttosto “canterini”, ma abbiamo dovuto provare per quasi tre anni prima di sentirci pronti per andare in scena. Tutto è ovviamente improvvisato: il pubblico suggerisce un luogo e un titolo, e da lì attori e band devono iniziare a improvvisare insieme questo musical, cantando, suonando e anche ballando insieme. La difficoltà sta nel fatto che, anche in questo caso, dobbiamo accettare sempre e comunque “l’errore” altrui: in un musical, però, questo si traduce nel doversi adeguare anche a melodie e intonazioni, e non è affatto semplice. Quest’anno dovremmo riuscire a riportare “B.L.U.E.” in tour».

In questo periodo siete invece al Teatro Abarico di San Lorenzo con “I Bugiardini Show”. Di cosa si tratta?


«È il nostro show della domenica. A ogni appuntamento facciamo due spettacoli, di cui uno a tarda sera, dove possiamo essere più “scorretti”. Si tratta di veri e propri giochi di improvvisazione, dove il feeling con il pubblico è fondamentale».

Quali sono i progetti in cantiere per I Bugiardini?

«Uno dei nostri sogni è quello di aprire a Roma un teatro stabile d’improvvisazione, un luogo dove esibirci e invitare altre compagnie. Ci piacerebbe creare un punto di riferimento per questa arte, e sarebbe un ottimo inizio per diffondere ovunque la bellezza di questa disciplina».

 

 

 

© Riproduzione riservata

Il luogo di questo articolo