Una chiacchiera con Pino Boresta tra sticker art, "artisti fungo" e metodi per non arrendersi alle difficoltà

L'appello dell'artista per evitare lo sfratto è in scadenza. "C’è chi dice l’arte non è carità, è vero, ma se poi disgraziatamente qualcuno si azzarda a vendere sottobanco qualche mia opera ad un prezzo superiore, magari nel retro-magazzino come potrebbe essere successo in qualche fiera, mi viene spontaneo un che Dio li strafulmini!"


Roma Italia Lab aveva già seguito le ultime vicende di Pino Boresta, artista romano che per far fronte a una complicata situazione economica, aveva deciso di trovare rifugio ancora una volta nella sua arte, lanciando la campagna di raccolta fondi SOS-Sfratto.

A pochi giorni dalla scadenza del suo appello, abbiamo incontrato Pino Boresta per approfondire alcuni temi del suo percorso artistico e per spiegare meglio ai nostri lettori le motivazioni che hanno spinto l'artista a chiedere aiuto a noi tutti.

Cosa è cambiato a Roma dagli anni Novanta, quando hai iniziato a tappezzare la città con il tuo ormai famoso “volto deformato”?

«Non direi che sia cambiato esattamente qualcosa ma piuttosto che prima non esisteva e dopo ha cominciato ad esistere. Voglio dire che la Sticker Art non esisteva o se qualcosa vi era non veniva considerata una forma d'arte, e se oggi, invece, viene considerata tale il merito di tutto questo non è certo mio, io sono stato solo uno dei primi a capirne il valore comunicativo. Il vero merito dell’esplosione del fenomeno degli stickers è di tutti gli Sticker Artisti sia di quelli dei primi anni del XXI secolo, ma soprattutto di tutti quelli dal 2008 in poi e del lavoro enorme che hanno fatto, della passione travolgente che hanno messo in tutto quello che facevano e in tutto quello che ancora oggi fanno. Credo che sia questo il motivo del successo che sta ottenendo la Street Art, sì! La passione, i contenuti sociali forti che questa include molto più della così detta Arte Alta, ma il tutto fatto con una vera gioia di vivere, e una leggerezza che spesso manca nelle mostre fatte nelle gallerie, dove se il curatore non è intelligente e arguto tutto rischia di diventare stantio, sorpassato, demodé. Per questo apprezzo molto il lavoro che sta facendo la nuova direttrice della Galleria nazionale d'arte moderna Cristiana Collu, che logicamente come succede ogni volta che qualcuno cerca di fare qualcosa di innovativo, che spinga il pensiero dello spettatore verso nuove riflessioni, viene immediatamente criticato/a. Io è da molto tempo che sostengo questo tipo di tesi che la Collu sta finalmente mettendo in atto concretamente. Nel 2011 durante l’occupazione del Teatro Valle da parte di un collettivo ho fatto una performance (quelle che io chiamo ArtBlitz, che sono in genere azioni abusive, ma quella volta eseguita in forma semi-clandestina) dal titolo "C’è troppo silenzio nei musei". Anche questa è stata criticata fortemente proprio da quegli artisti ufficiali che si sentivano, e si sentono, già canonizzati dall’art system. Questa qui sopra è una pomposa e propagandistica possibile risposta, ma più realisticamente si potrebbe dire che in realtà la Sticker Art esiste da un sacco di tempo e uno dei primi ad accorgersene è stato sicuramente Guglielmo Achille Cavellini, ma anche un artista come Piermario Ciani ancora oggi non apprezzato come dovrebbe (purtroppo entrambi morti), e sono solo i primi due che mi vengono in mente e chi sa quanti altri se ne potrebbero scoprire facendo una ricerca».

Ultimamente è stato sottolineato che la tua ricerca artistica all'interno del tessuto urbano ha in qualche modo anticipato la diffusione della street art a Roma, fenomeno artistico ormai esploso nei vari quartieri della capitale attraverso l'intervento di artisti italiani e internazionali e la realizzazione di progetti ad hoc. Ti sei sentito “abbandonato” dalla critica in questi ultimi anni?

«Io abbandonato? No! No, perché non ho mai fatto troppo affidamento sull’aiuto degli altri per promuovere il mio lavoro d’artista, questo è un aspetto del mondo dell’arte che ho capito abbastanza presto, perché se non ti muovi tu, nessuno ti viene a cercare a casa o allo studio, a meno che non sei il figlio di papà protetto e sostenuto dai soli noti. Ma non considerato, sì! Questo sì! Mi sono sempre sentito molto poco considerato e forse solo ora qualcuno incomincia ad accorgersi di me dopo un lavoro trentennale. Sono sempre rimasto affascinato dal fenomeno degli “artisti fungo”, nel senso che escono fuori così dall’oggi al domani e lanciati nel gotha del mondo dell’arte come nuovi Messia senza riuscire mai a capire da dove siano spuntati. Ma dove erano solo qualche mese prima?».

Le Smorfie sono tra le opere che maggiormente hanno caratterizzato il tuo lavoro. Dove trova origine questa idea della “smorfia nell'arte”?

«Le Smorfie sono del 1987, foto-ritratti scattati nella mia casa materna, al ritorno dal mio secondo soggiorno a Londra di circa un anno, da colei che poi diverrà mia moglie e che condirà la mia vita con sale, pepe e olio. Seguirà un terzo e ultimo soggiorno sempre di circa un anno al termine del quale deciderò di stampare una serie di queste foto smorfie che regalerò ad amici e non. Nei primi anni Novanta nascono gli adesivi denominati Fotosmorfie. Sempre nei primi anni Novanta in mostre (collettive o personali) e vari eventi artistici, saranno presentati in diverse occasioni adesivi, maschere, sculture, barattoli, magliette, fanzine, istallazioni, murales, performance, azioni e video con le facce smorfie.

Nell’agosto del 1995 il primo Intervento Urbano ufficiale (qualcosa avevo già fatto da solo tra il 1992/94) con le facce durante una collettiva di Interventi artistici sul territorio a Bassano in Teverina (Viterbo). In questo intervento le facce erano ancora a colori e avevo intitolato il mio intervento Cerca e trova la smorfia. Sul catalogo dell’evento una sorta d’ingenua (ma qualcuno sostiene spiritosa) dichiarazione d’intenti dal titolo Forza Smorfia, il cui riferimento politico era puramente casuale? Il testo è stato pubblicato nel 2001 anche sul libro Corpi estranei di Pablo EchaurrenQuesto a grosse linee la storia del progetto CUS (Cerca ed Usa la Smorfia). Ma un giorno racconterò in dettaglio anche come mi è nata l’idea di un lavoro così, ed i suoi prodromi».

A fine febbraio hai lanciato una raccolta fondi per salvare la tua famiglia dallo sfratto imminente. Ancora una volta nella tua vita hai deciso di “trovare rifugio” nell'arte e di salvarti contando sulla validità della tua ricerca artistica. Nonostante tutto, non sono mancate le critiche a riguardo. Vuoi spiegare ai nostri lettori che SOS-Sfratto è una raccolta fondi che prevede in cambio l'invio delle tue opere ai vari benefattori?

«Sì! Sono sotto sfratto con tutta la famiglia e le sto pensando veramente tutte per risolvere questo nostro grosso problema finanziario. Ho realizzato e messo su anche un crowdfunding. Purtroppo non sta andando benissimo e credo che non riusciremo a raggiungere il goal, e anche per questo ultimamente sono un po’ depresso e incomincio a credere che la colpa di tutto quello che ci sta succedendo sia mia, perché in un mondo dove le corporazioni, le relazioni tra le persone sono sempre più importanti, indispensabili, inevitabili, necessarie, fondamentali al punto tale che se le trascuri la fine che fai e quella mia, dovevo fare qualcosa di più, qualcosa di diverso. Eppure io non sono quel tipo d’artista cui gli si può rimproverare di stare chiuso nello studio, fuori dal mondo. Ma allo stesso tempo non sono quello che si dice un simpaticone particolarmente abile a tessere relazioni e alleanze. E non parlo solo delle PR all’interno del mondo dell’arte ma in generale».

Ti aspettavi una maggiore partecipazione da parte del pubblico?

«Qualcuno in una chat privata mi ha fatto notare che per raggiungere l’obiettivo del crowdfunding che parzialmente ci aiuterebbe a superare questo forte momento di difficoltà economica, sarebbe sufficiente che meno della metà dei miei amici su Facebook mi supporti almeno con l’offerta minima: infatti, 200 (amici) x 30 (Euro) uguale 6000 Euro tondi tondi. Tutti ricompensati, con le mie ambite (a detta di alcuni) smorfie adesive. Io però gli ho fatto presente che non è questo un ragionamento sostenibile, e nessuno dei miei amici di Facebook deve essere biasimato se non partecipa al crowdfunding, poiché ognuno deve fare quello che può e quello che si sente di fare relativamente alle proprie possibilità. E qualsiasi critica nei confronti anche di uno solo dei miei amici su Facebook non l’accetto e non la permetto a nessuno, in quanto, c'è chi come me ha una soglia della vergogna bassa e corazzata dalle critiche in virtù di anni e anni di continue denigrazioni alle quali non potevo e non posso sottrarmi. Poiché è così che ho deciso di affrontare la vita e le difficoltà che questa mi mette continuamente di fronte ogni giorno, e c'è chi invece reagisce in maniera diversa, ma i problemi ne ha tanti anche lui come la stragrande maggioranza della popolazione di questi tempi, specialmente se appartieni a un certo strato sociale.

Inoltre, mi sono accorto parlando qui e lì che molti non sanno come funziona il crowdfunding e pensano che qualsiasi somma versata sia comunque elargita anche nel caso in cui non venga raggiunto l'obiettivo, ma sfortunatamente non è così. Se l’obiettivo non viene raggiunto tutte le somme versate vengono restituite, e nulla viene dato. Questo è un vero peccato perché questa piccola somma, anche se non avrebbe completamente risolto il nostro problema, ci avrebbe perlomeno permesso di metterci una pezza, (come si dice qua a Roma). Considera che io ritengo che il valore del quadro che andrebbe al Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto I don’t give up Arancio (anzi approfitto per ringraziare anche qui il bravo ed impareggiabile direttore Gianluca Marziani e tutto il CdA) abbia un valore almeno di una volta e mezza più alto del target stabilito nel crowdfunding. E il valore reale della ricompensa con le storiche Smorfie Texture del 1994/1995 è almeno il doppio. Per questo io credo di non dire un’eresia quando sostengo che sarebbe comunque un affare per qualsiasi collezionista fare una donazione, potendosi così vantare per una volta nella vita, di aver fatto anche un’opera caritatevole. C’è chi sostiene e dice “L’arte non è carità”, sì, è vero… ma se poi disgraziatamente qualcuno, specialmente uno di questi che tanto mi criticano, si azzarda a vendere sottobanco qualche mia opera ad un prezzo superiore, magari nel retro-magazzino come potrebbe essere successo in qualche fiera, non potete biasimarmi se mi viene spontaneo un “Che Dio li strafulmini!”, e non me ne vergogno di pensare così anche perché nessun artista è mai stato fatto Santo e quasi tutti sono “morti incazzati”, specialmente quelli cui non è stato riconosciuto il giusto in vita, e non sono pochi».

I social network si sono rivelati una “rete” fondamentale per diffondere il tuo appello. Amici artisti, seguaci di Facebook e followers si sono virtualmente uniti a te e ti hanno supportato anche con una semplice condivisione o like. Si parla spesso della falsità dei rapporti instaurati dietro la tastiera; in questi ultimi mesi, invece, la tua difficile condizione personale cosa ti ha insegnato di nuovo sul concetto di amicizia?

«A mio modo di vedere il significato della parola “Amico” sta assumendo una valenza diversa poiché è impensabile che si possa avere 5000/10.000 amici, o anche solo 500 amici veri (e il fatto che non ho ancora raggiunto quota 500 amici su Facebook, benché sia iscritto dal 2008, la dice lunga di come la pensi in merito), ma io non considero questo nuovo aspetto dell’amicizia riguardante i social network una deformazione dell’amicizia e non vedo tutto questo con sospetto e negatività ma anzi né apprezzo i grandi vantaggi che tutti sappiamo e che mi hanno permesso, perlomeno, di ottenere quel minimo che ho raggiunto, se non altro in termini di solidarietà, e di cui diversamente non avrei potuto godere. Ma, non sono qui per fare un trattato sull’amicizia, o come questa parola tanto importante nell’esistenza sociale di un essere umano stia modificando il suo valore, alla luce dell’avvento dei social. Né ho intenzione di vivisezionare la nuova valenza della parola “amicizia”, i suoi riferimenti di fondo e quelli nuovi che stanno nascendo, questa è materia di studio per la sociologia contemporanea e lascio che siano i sociologi a occuparsene, o gli scrittori interessati alla questione. Io non sono un sociologo, né uno scrittore ma un artista che navigando tra mille difficoltà cerca, non di farsi accettare dal mondo dell’arte, ma tenta solo di esistere e dare senso e valore alla propria presenza, qui ora, in questo palcoscenico chiamato mondo».

La tua vita è stata una continuazione fuga-rifugio nell'arte. Anche in questa difficile situazione personale ti sei aggrappato alla tua attività artistica e l'appello Sos-sfratto è stato condiviso da molti tuoi colleghi e ammiratori. 

«Sì! E’ vero questo è l’aspetto positivo di questo mio (nostro) grosso problema che mi ha permesso di scoprire e capire meglio molti fatti, e mi ha dato la possibilità di comprendere più adeguatamente molte persone e non solo “amici” o “conoscenti” ma anche “parenti”. Spesso, come succede nella vita, l’aiuto più grosso viene da chi non te lo aspetti, o almeno questo sembra essere, secondo molti studiosi, la percezione dei fatti da parte di chi riesce ad uscire da qualche brutta difficoltà. Io non sono uno studioso della mente umana e non so come stiano realmente le cose, ma la mia esperienza diretta mi suggerisce esattamente quello che secondo gli studiosi è solo una percezione e cioè le persone che più rimangono impresse nella mia mente sono soprattutto quelle che con il loro gesto mi hanno sorpreso e quelle che mi hanno deluso, ma io non voglio fare questo errore ed è per questo che da quel maniaco che sono (e quelli che mi conoscono lo sanno) sto annotando tutto quello che mi sta succedendo perché se un giorno potrò, e se Dio me ne darà la possibilità, ringraziare tutti, e quando dico tutti intendo proprio tutti: tutti coloro che mi hanno sorpreso per la loro generosità, tutti coloro di cui avrei rischiato di dimenticarmi, come quelli dai quali un gesto di generosità me lo aspettavo, ma anche tutti quelli che mi hanno in qualche modo deluso perché è giusto che io non mi dimentichi di loro e a modo mio li ringrazi, giacché mi hanno dato modo di comprenderli come forse non sarei riuscito. Ma ci tengo a precisare che ciò non viene da me fatto in relazione ad un calcolo economico ma in virtù di un resoconto/rapporto empatico, perché a volte una parola di conforto, non potendo fare di più, diventa altrettanto importante. Anzi senza perdere tempo voglio approfittarne per ringraziare pubblicamente Claudia Colasanti e Cesare Pietroiusti (un critico e un artista che sono stati importanti anche per il mio percorso artistico) non solo per la loro generosità, ma anche per il loro supporto morale».

Qual è il messaggio che ti senti di inviare ai giovani artisti che stanno intraprendendo questa strada? 

«Molto spesso noi artisti non conosciamo l’effettivo valore di quello che facciamo fino a quando quello che facciamo non acquista un reale valore o fino a quando qualcuno non ce lo spiega e ce lo fa capire fino in fondo. Il più delle volte noi artisti agiamo d’istinto perché è l’istinto quello che ti fa agire e ti dà il “là”, quella spinta iniziale che dà il via a tutto e che ti offre l’opportunità di continuare solo se trovi dentro di te la miscela giusta e gli ingredienti necessari per andare avanti giorno dopo giorno. Certamente può capitare, e non di rado, di sentirti a secco e questo diventa un problema, ma se sai come, ma soprattutto dove fare il pieno, il problema è facilmente risolvibile, e il più delle volte non devi fare neanche tanta strada perché è proprio lì accanto a te. Ora in tutto questo la priorità assoluta è quella di risolvere questo nostro problema dello sfratto, anche se come altri, in questi tempi di crisi, ho molti problemi che non starò di certo qui a elencarteli, ma ti assicuro che a volte mi fanno venire veramente brutti pensieri. Fortunatamente il mio distributore di benzina è solo a pochi passi da me, quasi sempre sotto i miei occhi, perché i miei serbatoi dove fare il pieno d’amore sono i miei tre figli e mia moglie. Ecco, questo è quello che consiglio a tutti, e non solo ai giovani artisti: edificate i vostri serbatoi non lontano da voi perché è lì che dovete custodire la vostra miscela dell’amore cui attingere l’energia necessaria della quale ogni giorno avrete bisogno per andare avanti in questo Mondo di merda, ma anche mondo pieno di Aria di vita, come dice Giusy Ferreri in una sua canzone».

Nonostante le difficoltà che stai affrontando in questi ultimi mesi, riesci ancora a guardare al futuro con “occhi speranzosi”. 

«Io non so come riuscirò ad uscirne da questa situazione e se riuscirò ad uscirne male o bene ma come ho scritto da qualche parte io credo che per trovare il modo di auto-assistersi bisogna creare dentro di sé due personaggi, due personalità, quasi una sorta di sdoppiamento della personalità in due entità, in modo che una aiuti l’altra nei momenti di difficoltà. Una di queste può prendersi il lusso di essere più debole di avere continui dubbi e di farsi continue domande e avere momenti di crisi che possono servire per scaricare la tensione che si accumula in noi ogni giorno. L’altra personalità, quella più forte, deve invece essere ben cosciente della forza presente dentro di noi di cui l’istinto di sopravvivenza ci ha dotato. E se ci capita di pensare che il primo personaggio sia quello che meglio conosciamo bisognerà ricordarsi che in realtà non è così in quanto conosciamo sicuramente altrettanto bene anche il personaggio forte che vive in noi visto che è proprio grazie a lui se siamo riusciti a superare tutti i momenti più difficili della nostra vita. Perché ricordatevi che è il personaggio forte in voi che ha fatto quadrato intorno a te e ha impedito ai demoni negativi del tuo inconscio di prevalere e avere la meglio. Ed anche questa volta cercherò di fare così».

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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a: simonapandolfi@romaitalialab.it.

Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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