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Chiara Mutti: parole, immagini e ricordi in una scatola nera

Chiara Mutti ci presenta la sua seconda raccolta di poesie: la "fanciulla muta" ha trovato nuovi versi all'interno di una "scatola nera"


Circa un anno fa vi abbiamo consigliato la lettura de La fanciulla muta di Chiara Mutti, un’intima raccolta di poesie, pubblicata nel 2012 da Lepisma. Raccontandovi di Chiara, della sua passione per la poesia e per la fotografia, annunciavamo l’uscita di una seconda silloge, di cui abbiamo pubblicato in anteprima due poesie, Le onde e La luna assente. Finalmente possiamo presentarvi questa seconda raccolta, intitolata Scatola nera, pubblicata da FusibiliaLibri, con in copertina una fotografia scattata dall’autrice.

Nella prefazione, Aldo Onorati individua ne Il nostro pane quotidiano il punto-chiave della poetica dell’autrice, dove il «dolore (per quanto osceno) /ha una sua forma di attrazione […] come fosse il nostro pane/ quotidiano/un figlio infausto/ che non manchiamo un giorno/ di allattare».

Rispetto alla prima silloge, in Scatola nera il verso della Mutti – principalmente l’ipometro e in alcuni casi l’ipermetro – diventa essenziale, più asciutto e ritmato. Denotiamo ancora una profonda e sensibile analisi, quasi viscerale, delle moltitudini emozionali che vivificano il suo conscio e inconscio, ma con un approccio più equilibrato e ponderato, quasi a voler gridare il personale bisogno di mitigare le tormente del proprio animo.

Se ne La fanciulla muta Chiara si è mossa negli abissi del proprio sentire attraverso un sincero ma doloroso scavo psicologico ed antropologico delle proprie radici, con la seconda raccolta ha deciso di radunare, all’interno di una “scatola nera”, i vari frammenti di questo scavo, tentando una “ricostruzione” più armoniosa mediante il procedere dei versi.

Sono ancora presenti molte poesie dal tono intimistico e personale, che parlano di Chiara e della sua vita in bilico tra passioni e fragilità, come Fuochi fatui o Non mi lascio toccare, ma non mancano composizioni più ariose, dove la “fanciulla muta” alza la testa verso il cielo e affronta tematiche universali.  Un esempio è offerto da Costellazioni, poesia che la Mutti ha composto dialogando con le opere grafiche di Virginia Carbonelli, con la quale ha realizzato un libro d’artista, simbiosi pura e ritmata di immagini e parole:

Oh! Come tutto muove
e muta, e segue:
solo noi sembriamo eternamente in atto di finire.
Sempre con occhi vani
ci appressiamo alla vista
 
pure un giorno dura,
ogni sole, un giorno
e una notte, una notte
basta
per tutte le stelle.

Interessanti anche i versi che la Mutti scrive ispirandosi ad opere d’arte, come Passo di danza, pubblicata nella prima raccolta di poesie, dedicata all’omonima scultura di Giacomo Manzù, in occasione della VI Giornata del Contemporaneo al Museo Raccolta Manzù di Ardea. Questo intreccio ideativo tra immagini e parole si rafforza in Scatola nera, soprattutto in Aetas Aurea, dove «L’infanzia/ resta immutabile – al passo» davanti all’omonima scultura di Metardo Rosso, conservata presso la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea.

Di particolare rilevanza, anche per la testimonianza storica di un’installazione non più esposta, è Passi, scritta quasi riflettendosi negli specchi frammentati dell’omonima opera site specific di Alfredo Pirri, allestita nel 2011 nel salone d’ingresso della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea.

I miei piedi
non toccano più terra
 
nell’eclissi aperta
dell’incrinatura
scivoliamo Oltre.
 
Cardo una soglia dura
senza certezza
alcuna che non sia
finestra spalancata
 
e quanti fili sono…
un rovescio / un dritto
 
e il peso, questo peso
di specchio nella culla
è il riflesso
che ci fa già morti.

In questa seconda raccolta, trovo Chiara Mutti cambiata, sicuramente più matura ed emancipata dal peso dei ricordi. Senza snaturare la sua penna, il verso si fa più sicuro e regolato. Come un anno fa, posso affermare che l’autrice riesce a raccontarsi incollando i diversi frammenti dell’archeologia dell’anima, stavolta con uno sguardo duplice: un occhio rivolto verso l’interno (il microcosmo), l’altro aperto verso l’universo (il macrocosmo), come nei ritratti femminili di Amedeo Modigliani.

Io amo in te
il puro spirito animale
che dal profondo chiama
ed alla grande madre
mi congiunge
 
libero il soffio vitale
e offro incantata il viso
alla ferina dea

Abbiamo chiesto all’autrice di raccontare ai lettori di Ril la nascita di Scatola nera.

Quali sono gli scrittori e i poeti che ti hanno accompagnato negli anni e che in qualche modo hanno influenzato i tuoi versi?

Scrittori e poeti mi accompagnano da sempre. Appartengo a quel genere di persone che iniziano a leggere libri appena sono in grado di leggere (all’età di otto anni, fra i primi, un bellissimo libro illustrato di fiabe irlandesi e la trilogia di Calvino, poi l’indimenticabile Jules Vernes). Non saprei immaginare la vita senza la magia della letteratura. Per cui sicuramente ho subito l’influenza di molti scrittori e poeti, ma non saprei assolutamente dire quali e quanti e in che misura. Direi che hanno avuto un'influenza più in generale nel mio modo di vedere e sentire la vita: da Saffo a Nietzsche, dai grandi scrittori russi agli scrittori americani dell’underground. C’è qualcuno che ho amato in particolare o che ha lasciato il “segno”? Potrei citare: Leopardi, Montale, Pirandello, Lee Masters, Bulgakov, Hesse, Orwell, Thomas… e non basterebbero, ma anche libri meno conosciuti – purtroppo – al pubblico, libri di amici e colleghi in poesia: ogni libro lancia un ponte. Quello che so è che non sarà sufficiente una vita per leggere tutti i testi che vorrei leggere, ogni giorno ne scopro di nuovi, di nuovi per me e di nuovi al mondo.

L’arte, l’archeologia e la fotografia sono fonti di ispirazione per i tuoi versi. Alcune tue poesie prendono spunto da opere d’arte e da quello che vedi. Ti succede anche il contrario? Ci sono fotografie che hai realizzato partendo dalla suggestione dei tuoi versi?

Se la prima affermazione è senz’altro vera direi che al contrario che io prenda ispirazione dai miei versi nel realizzare una fotografia non accade mai. Ma che tenti di mettere un po’ di poesia in ogni foto si. In realtà la mia aspirazione più alta è quella di fare poesia attraverso le immagini, ricreare degli stati d’animo, delle atmosfere, addirittura ricordi. Non inseguo tanto la resa estetica quanto l’ardua possibilità di incontrare un’altra anima, quella del soggetto fotografato e successivamente quella del suo lettore.

Cosa ha messo Chiara in questa scatola nera?

Immagina una scatola - non una qualunque - una di quelle scatole apparentemente misteriose che si possono trovare e ritrovare, ad esempio, in cantina. Immagina di aprirla e di trovarvi gli oggetti più disparati: foto sbiadite, qualche cartolina, un vecchio foulard, giocattoli, una scarpa. Immagina che ogni oggetto ti racconti qualcosa della tua vita - e poi albe, tramonti, cicatrici, tunnel, fuochi, luci, ombre …

Quanto è cambiata Chiara da La fanciulla muta alla Scatola nera?

È cambiata tanto. Ha letto, scritto, ha smesso di scrivere, ha amato - odiato - amato la sua poesia e la poesia in generale, ha litigato con la parola senza riuscire a separarsene neanche un istante, ha studiato e ha cercato di crescere, pur rimanendo irredimibilmente “fanciulla”!

Concludo con questi versi dell’autrice, tratti dalla poesia Mondi:

Ah! quel Respiro che offusca  
lo specchio
e che cosa faremmo noi,
cosa non daremmo!
Per lasciare le nostre impronte
lì, proprio lì … per sempre.

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