Cliquot, la rivincita dei libri in soffitta e dei mangiatori di spade

A San Lorenzo – tra i binari di Termini e quel che rimane dei punkabbestia e delle birre sulle panchine in piazzetta – si parla di letteratura, carte pregiate, fumetti dimenticati e opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica. Si parla insomma di Cliquot, casa editrice.


A San Lorenzo si può bere a poco prezzo con facilità, mangiare bene senza troppe pretese, godersi la versione romana di quel concetto astratto che è il “quartiere universitario” e tentare di avere vent’anni per sempre. Parcheggiare invece no, quello mai. 

A San Lorenzo però – tra i binari di Termini e quel che rimane dei punkabbestia e delle birre sulle panchine in piazzetta – si parla di letteratura e mangiatori di spade, fumetti dimenticati in soffitta e opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica.  

Si parla insomma di Cliquot, casa editrice che dal 2014 riporta sulla scena letteraria vecchie glorie dimenticate e talenti incompresi, accompagnandoli sul palcoscenico con vesti grafiche tutte nuove.

Ril incontra il suo editore, Federico Cenci.

Partiamo dal nome. Perché Cliquot? Cosa significa?

«Scegliere un nome per un nuovo progetto da intraprendere è un divertimento ma anche una tortura; è come quando devi trovare il nome da dare a tuo figlio: questo no perché è brutto, quest’altro no perché ti ricorda qualcuno o qualcosa, questo è troppo lungo, quello è troppo strano, e così via finché non ti si è fuso il cervello e non sei approdato a niente.

Poi, come per magia, il nome arriva da solo, senza sforzo. Stavo navigando in Internet pensando a tutt’altro quando mi sono imbattuto in una pagina in cui si parlava di un mangiatore di spade di fine Ottocento che si faceva chiamare Chevalier Cliquot, e ho capito subito che era il nome che stavamo cercando, perché si sposava perfettamente con l’idea di riscoperta e rivalutazione di belle opere dimenticate che è l’anima del nostro progetto editoriale. Il numero del mangiatore di spade, infatti, appartiene alla categoria dei “sideshow”, gli spettacoli collaterali nei circhi di vaudeville, i riempitivi fra una grande attrazione e l’altra. E chiamare Cliquot la nostra casa editrice era come sottolineare che volevamo rimettere al centro della scena qualcosa che fino ad oggi era rimasto ai margini.

E poi, tutto sommato, ci sentivamo anche noi dei piccoli mangiatori di spade. Credo ci sia una certa sproporzione fra il valore artistico della fugace performance del mangiatore di spade e la pericolosità dell’atto in sé. Se ti infili una spada nell’esofago vuol dire prima di tutto che sei un po’ masochista, ma vuol dire anche che, pur essendo consapevole di quanto un movimento sbagliato possa esserti fatale, accetti ogni eventualità per la tua totale dedizione all’arte. Anche una piccola casa editrice da poco sul mercato, sotto tanti punti di vista, deve stare attenta a ogni piccolo movimento che fa e rischia la vita ogni giorno. Al solo scopo di portare, per il breve tempo di una lettura, un po’ di magia nella vita dei lettori».

I libri Cliquot sono belli da vedere e da toccare: scritte in oro, copertine in rilievo… cosa c’è dietro questa scelta estetica?

«Quando siamo nati, nel 2015, siamo partiti come casa editrice esclusivamente digitale. Creavamo ebook, libri incorporei e impalpabili, di fatto inesistenti se non come proiezioni elettroniche su un device. Anche dopo la “pubblicazione”, quasi non avevamo la percezione di aver creato un libro.

A un certo punto, anche grazie all’incoraggiamento dei lettori, abbiamo deciso di diventare editori a tutto tondo. E proprio perché venivamo dall’esperienza dell’immaterialità ci è venuto dal cuore restituire la giusta importanza all’aspetto concreto e tangibile del libro. Naturalmente il contenuto del libro è fondamentale, ma la forma non è secondaria. Mi viene in mente a questo proposito un’affermazione di Matteo Codignola – editor di Adelphi – in un’intervista su Rivista Studio:

“Il senso è tutto nella forma. Un libro è questo prima di tutto – una forma, una cornice diversa da qualsiasi altra. Chiude, limita, struttura – e trasforma. È un fatto fisico anche un po’ curioso. Provate a leggere un testo su uno schermo, su una bozza, o anche su un giornale. E poi provate a leggerlo su un libro. Qualcosa, cui per fortuna è difficilissimo dare un nome, cambia. Non so se quell’effetto è un incantesimo, o una banale illusione ottica: ma è comunque il movente profondo del lavoro editoriale. Poi ce ne sono molti altri, più superficiali. Rispetto a questo, il fatto che un testo sia disponibile altrove è irrilevante. A parte che oggi tutti i testi sono sempre disponibili altrove, volendo”.

Ecco perché i nostri libri sono fatti con carte pregiate e accorgimenti tipografici ricercati: perché questa cornice che chiude, limita, struttura e trasforma è il tramite fra noi e l’esperienza della lettura, e non ci sembrava giusto sottovalutarla».

È per questo che nel vostro manifesto definite la digitalizzazione una “missione”. Perché? Nasce da qualche episodio particolare?

«La cornice materiale, al di là dei lati positivi che abbiamo appena detto, ha un grandissimo inconveniente rispetto all’ebook: conferisce all’opera significativi limiti spaziali e temporali. Limiti spaziali, è ovvio: un libro di carta può trovarsi in un solo posto in ogni dato momento. Se una specifica copia del libro ce l’ho io, non ce l’hai tu, e a un certo punto le copie stampate finiscono. Con il digitale è diverso: chiunque può produrre copie identiche potenzialmente all’infinito (che poi questo possa essere illegale, è un altro discorso). Ma i limiti sono anche temporali: un libro pubblicato, per esempio, da un piccolo editore nel 1917 ha potuto diffondersi soltanto per qualche mese, o qualche anno al massimo, prima di sparire dalla circolazione, e noi che magari lo cerchiamo oggi, ci troviamo ostacolati da cento anni di irreperibilità, cosa che comporta maggiori spese sia in termini economici che di tempo per entrare in possesso delle informazioni che contiene; senza contare che per cento anni il mondo intero ha dovuto fare a meno di tali informazioni. Il digitale rende disponibile un’opera virtualmente per sempre, in tempi rapidissimi e a costi molto ridotti.

In questo senso viviamo la “missione” della digitalizzazione, che nasce proprio da esperienze negative di questo tipo: io, per esempio, quando da appassionato studioso di fantascienza leggevo saggi e articoli critici sul genere, trovavo spesso riferimenti a opere fuori catalogo da decenni, e dovevo “fidarmi” di quello che scriveva il saggista di turno senza avere modo di verificare l’informazione di prima mano. Se avessi potuto trovare il romanzo citato in ebook, mi sarebbero bastati pochi clic».

Non solo narrativa però, anche fumetto. Come mai? Che caratteristiche ha il fumetto Cliquot?

«La caratteristica principale è la stessa che per le opere di narrativa: il libro deve essere bello, interessante, stuzzicante e un po’ dimenticato dall’editoria e dalla cultura dominante. Di fatto si tratta di un’operazione culturale. Cliquot ha sempre avuto un occhio di riguardo per la cultura e la letteratura popolare: quella che, specialmente nel Novecento, era considerata meno dignitosa e meritevole di attenzione. Ma questa distinzione aprioristica e ingiusta fra cultura “alta” e “bassa” ha fatto sì che nel tempo tante opere “popolari” bellissime venissero snobbate e poi, col tempo, dimenticate. 

Noi vogliamo recuperarle e riscoprirle. Per esempio, la prima opera pubblicata nella collana Segni, dedicata al fumetto e all’illustrazione, è la versione a fumetti di Pinocchio creata da Sandro Dossi e Alberico Motta. Dossi e Motta sono stati due grandi autori del fumetto umoristico italiano, hanno intrattenuto intere generazioni di giovanissimi lettori con personaggi entrati da tempo nell’immaginario collettivo (fra tutti Geppo il diavolo buono e la terribile Nonna Abelarda), e a metà degli anni Settanta avevano dato una loro curiosa e divertente interpretazione delle vicende del celebre burattino di Collodi. Poiché erano “solo storielle” tratte dai “giornaletti” che compravamo da bambini in edicola, nessuno le aveva prima d’ora rivalutate come pregevoli produzioni artistiche. Ma una volta recuperate, il pubblico si è accorto subito del loro valore, tant’è che con la campagna di crowdfunding che abbiamo lanciato per stampare il libro abbiamo raccolto in poco tempo più di cinquemila euro!».

Chi è la redazione Cliquot? Come vi siete incontrati?

«Siamo in quattro a portare avanti il progetto, due uomini e due donne (diciamo ragazzi e ragazze, va’ ci sentiamo ancora giovani!), più altri amici che ci danno una mano di volta in volta in questioni specifiche. Abbiamo fatto tutti la nostra gavetta nell’editoria e proveniamo da collaborazioni a vario titolo con diverse case editrici anche importanti: io, per esempio, sono traduttore e ho lavorato per Mondadori e altri editori. L’esperienza che però ci ha fatti incontrare è stata la partecipazione al Corso principe per redattori editoriali di Oblique Studio di Roma, un corso sull’editoria molto tosto ma bellissimo – lo consiglio a chiunque voglia lavorare in questo settore – che oltre a fornirci molti strumenti per affrontare con cognizione di causa il lavoro editoriale, ci ha fatto capire che eravamo pronti a metterci in gioco con un progetto tutto nostro».

Sono un lettore nuovo. Da quale dei vostri libri comincio? 

«Cliquot è un laboratorio creativo e anche se siamo nati da poco abbiamo già imboccato diverse strade. Penso che tutti e quattro i titoli usciti anche in cartaceo, ciascuno appartenente a una delle nostre quattro collane, possano essere un buon punto di partenza. Oltre al già citato Pinocchio, c’è Riso nero (nella collana Biblioteca dedicata ai classici stranieri in nuove traduzioni), nostro fiore all’occhiello, romanzo scritto nel 1925 da Sherwood Anderson e voluto fortemente in Italia da Cesare Pavese che lo tradusse per primo nel 1932. 

Oppure Alla conquista della Luna, la prima raccolta dei rari racconti fantascientifici di Emilio Salgari. Infine, per gli appassionati nel gioco degli scacchi, c’è la collana Ajeeb: il primo volume è Il buon senso negli scacchi di Emanuel Lasker, storico manuale di uno dei più grandi campioni del mondo di tutti i tempi».

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