Da Tirana a Roma, la storia di Visar Zhiti: quando una poesia può costare la libertà

L’appello ai giovani del poeta Visar Zhiti, arrestato nel 1979 a causa di alcuni suoi versi ritenuti pericolosi dal regime albanese. In carcere, dove gli viene proibito di leggere e scrivere, continua a comporre poesie nella sua mente: «la poesia è la prostituta che mi ha denunciato e la santa che mi ha salvato».


C’era un tempo e un luogo, vicino a noi, in cui scrivere poesie poteva essere molto pericoloso. Questo posto era a poche miglia dalle nostre coste, molto vicino a noi eppure così lontano. Stiamo parlando dell’Albania di Enver Hoxha: un luogo dove il controllo della dittatura sul Paese era totale. Bastava non essere funzionale al regime per essere considerato “nemico dello Stato”. Per chi era bollato come  “eretico” c’erano il carcere e i lavori forzati.

Questa è stata la parabola di Visar Zhiti, uno dei più noti poeti contemporanei albanesi, oggi a Roma come incaricato d’affari presso l’Ambasciata d’Albania della Santa Sede. Lo incontro in un locale nei pressi del Vaticano, mentre pellegrini e turisti affollano l’area. Lui, voce ferma e pacata, ha tanto da raccontare. I ricordi riaffiorano parola dopo parola. A cominciare da quelli legati alla sua grande passione, la letteratura.

«Mio padre, Hekuran, era attore e poeta. Forse anche per questo mi sono subito appassionato alla letteratura. Da giovane leggevo tantissimo. Credo che nelle dittature si legga di più. Nel nostro caso, era anche uno dei pochi svaghi che avevamo. Il regime aveva proibito quasi tutti i libri degli scrittori contemporanei, tra cui Kafka, Buzzati Sartre. Restavano solo i grandi classici, soprattutto francesi, perché Hoxha aveva studiato in Francia e sapeva il francese. Così leggevamo Balzac, Hugo, Stendhal, Flaubert. Ma anche Shakespeare e Don Chisciotte. Io ero attirato molto da Naim Frascheri, il nostro Dante Alighieri, e da Sergej Esenin, poeta pessimista che aveva manifestato delusione verso il comunismo. Una condizione che ben si adattava alla nostra situazione in quegli anni. Naturalmente molti libri “proibiti” circolavano sotto banco. Erano i più cercati. Così ho avuto modo di conoscere anche le opere di Garcia Lorca, e quelle degli italiani Quasimodo, Montale e Ungaretti. Quando usciva un articolo contro questi scrittori “proibiti” noi andavamo subito a leggerlo per conoscere i versi “condannati”. Siamo cresciuti così».

La vita di Visar Zhiti cambia radicalmente l’8 novembre 1979, quando viene arrestato per «propaganda e agitazione contro lo Stato». Fatale a Zhiti la sua prima raccolta di poesie, La rapsodia della vita delle rose. Non solo la censura lo bocciò, ma il libro andò disperso e aprì a Zhiti le porte del carcere e dei lavori forzati.

«Mi dissero che le poesie erano tristi. Ciò era inconcepibile per il regime: l’unica funzione dell’arte doveva essere quella di elogiare il regime, di diffondere ottimismo per costruire l’uomo nuovo.

Fui interrogato, mi fu chiesta la spiegazione di alcuni versi, come quelli della poesia Il secondo sole che recita così: “Tanto sangue è versato su questo mondo ma ancora non abbiamo creato il sole del sangue. Senti, caro amico, queste parole tremanti: un altro sole nascerà dal nostro sangue a forma di cuore”.

Mi chiesero se questo sole rappresentasse il partito e io risposi di sì. Mi dissero: “Se tu stai cercando un altro sole stai cercando un altro partito, allora sei nemico”».

Zhiti fu condannato a 10 anni di carcere. L’unica prova al suo processo furono proprio i suoi versi. «In molte poesie – si legge nell’atto di accusa – esprime apertamente una concezione ideologica estranea alla nostra società, specialmente per la funzione dell’arte».

Zhiti non fu l’unico letterato a finire nei gulag albanesi. Altri finirono in carcere o al confino, altri ancora furono fucilati. Un destino comune a tanti altri scrittori dell’Europa dell’Est, a partire da Vaclav Havel. Ma a Zhiti toccò forse la pena peggiore per uno scrittore: gli fu proibito di leggere e scrivere. Dovette così ingegnarsi per continuare a esercitare il mestiere di scrittore, un mestiere a cui non si abdica mai.

«In una prima fase, per aiutarmi, recitavo a memoria le poesie che già sapevo: da Esenin a Lorca e Kadare. Ma ben presto questo non mi bastò più. Mi sembravano come foglie secche. Ispirandomi alle voci che mi arrivavano dalla finestra della mia cella, cominciai a comporre poesie. Le imparai a memoria. Le ripetevo ogni giorno, per ricordarle. Il lunedì ripetevo un gruppo, il martedì un altro gruppo e così via. La domenica le ripetevo tutte insieme. Usavo le rime, mi aiutavano a memorizzare. Con la punta del cucchiaio incidevo sul pavimento le iniziali delle parole per non dimenticare. Era l’unico modo che avevo per continuare a scrivere. Come ho già detto in passato la poesia è la prostituta che mi ha denunciato e la santa che mi ha salvato».

Gli anni del carcere e dei lavori in miniera furono durissimi:

«Era come l’Inferno dantesco. Quando veniva un nuovo detenuto gli chiedevamo “come va sopra”. Noi eravamo come in un limbo, né vita né morte. Un giorno venne un nuovo detenuto da Valona che ci parlò di una suora di origini albanesi, suor Teresa, a cui era stato assegnato il premio Nobel. Nessuno gli credette, pensavamo fosse una sfida al regime. Solo quando sono uscito ho scoperto che Madre Teresa di Calcutta esisteva veramente».

Quando uscì, Zhiti compose subito una poesia sulla libertà riconquistata:

«Le penne stilografiche che mia madre aveva conservato – sottolinea – mi sembravano come le dita “tagliate” della mia mano».

Dopo più di sette anni, nel gennaio 1986, per Zhiti si aprono le porte del carcere. Ma alle condizioni del regime: non poteva più esercitare la sua professione di insegnante e aveva perso il diritto di pubblicare opere.

«Avevo riguadagnato la libertà, ma fuori dal carcere tutti erano privati della libertà».

La seconda vita” di Zhiti comincia quando il regime inizia a vacillare. Nel 1991 riesce ad andare a Milano dove lavora come giornalista, poi ha esperienze in Germania e negli Stati Uniti. La sua carriera di scrittore decolla: in Albania vince il premio per la Poesia Velija nel 1995, in Italia si aggiudica, tra gli altri, il Leopardi d’oro nel 1992 e l’Ada Negri nel 1997. Parole di elogio gli arrivano da Mario Luzi e da Umberto Eco che gli dedica un passaggio della prefazione del libro Parole di libertà, dedicato ai versi composti da scrittori in prigionia.

«Con Eco ho avuto uno scambio epistolare. Mi disse che in passato riteneva che gli autori imprigionati non avessero alcuna colpa. Poi mi disse di aver cambiato idea: in realtà sono colpevoli. Le dittature vogliono che tutte le cose siano al loro servizio. Se una poesia non è funzionale al regime, nella loro logica, è da condannare».

Negli anni Novanta l’esperienza come ministro della Cultura in Albania.

«Quando mi hanno chiesto di fare il ministro ho chiesto di poter riflettere prima di accettare. Ho parlato con i miei compagni ex carcerati e loro mi hanno invitato ad accettare. Dissi: “Sono stato condannato una volta, questa è una seconda condanna”».

Successivamente per due volte l’approdo in Italia come diplomatico, prima come addetto culturale dell’Ambasciata di Albania a Roma, nel 1997, ora come incaricato d’affari all’ambasciata d’Albania presso la Santa Sede.

«Non posso dire di essere deluso dalla democrazia perché non avevo grandi aspettative. A me basta che l’Albania non sia più un grande carcere a cielo aperto. Per la libertà serve tanta cultura, per la dittatura basta l’ignoranza. Alcuni dicevano che noi albanesi non eravamo pronti per la libertà. Ma, come diceva un grande scrittore nigeriano, siamo forse pronti per la dittatura?».

Per due volte ha avuto modo di incontrare Papa Francesco:

«Mi sento molto vicino agli uomini di fede. Lui ha occhi profondi, ti vede e ti capisce. Crea un’amicizia istintiva. Mi ha colpito. Quando si è vicini a lui la sua veste è ancora più bianca, quasi trasparente, sembra una nuvola».

La santificazione di Madre Teresa di Calcutta, decisa proprio da Francesco, è stato un evento molto importante per l’Albania:

«È stato un evento mondiale. Per noi albanesi un evento speciale. Ho tradotto in albanese le sue preghiere e pubblicato diversi libri. Mi ha colpito la sua umanità: durante il regime per noi anche lei era perseguitata perché non gli è stato mai permesso di rientrare in Albania per incontrare i suoi familiari. Era considerata una serva del capitalismo. Ora è santa».

Infine lancia un appello ai giovani affinché non perdano occasione per leggere:

«La poesia è un diario del sentimento. Leggendo prendiamo i sentimenti di un’altra vita. Si accolgono altre esperienze, altri amori, altre vite. Noi non siamo isole, non siamo soli. Siamo nell’oceano della gente. Per questo dobbiamo conoscere gli altri. E questo può avvenire solo con la letteratura. Conoscendo l’altro arriviamo a conoscere noi stessi. I libri sono come le persone: alcuni sono tuoi amici, altri non ti danno niente. Ma non bisogna mai smettere di leggere».

Nella foto di copertina (da Flickr @Les Haines) l’ex mausoleo del dittatore Hoxha

 

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Nato e cresciuto a Roma, sono giornalista professionista dal 2012. Da sempre appassionato di storia, perché non possiamo capire il presente se non conosciamo il passato.