Flaviano Avres

È morta la street art, Viva la street art!

La scelta di Blu di cancellare vent’anni di opere a Bologna, dà luogo a nuove riflessioni in merito alla street art e alla sua contestualizzazione. E’ giusto che lo Stato e o il Privato, intervenga nella conservazione dell’arte di strada e soprattutto è giusto che sia conservata?

Arte di strada o arte urbana, in inglese street art, è il nome dato dai mezzi di comunicazione di massa a quelle forme di arte che si manifestino in luoghi pubblici, spesso illegalmente, nelle tecniche più disparate: bombolette spray, adesivi artistici, arte normografica, proiezioni video, sculture, ecc. (Fonte: Wikipedia)

Internazionalmente è stata considerata come controcultura, si parla di artistica disubbidienza, un'azione di risveglio della coscienza, un intervento inaspettato, ma soprattutto un'arte che nasce, vive e muore in strada. Pensando ad artisti romani come Paolo Buggiani, un veterano già frequentatore della Factory di Warhol, o giovani impegnati e affermati a livello mondiale come Alice Pasquini, la street art è sicuramente un arte pubblica, nel senso tangibile del termine e temporanea, in cui l’interazione con l’ambiente può determinarne la sua mutazione, persino l’eventuale distruzione, e di certo la sua transitorietà, dagli street-artisti messa in conto e ricercata.

La street art a volte genius loci dei luoghi che abita, non era stata pensata ai suoi esordi per essere esposta al di fuori di urbane contestualizzazioni, cosa che oggi accade spesso e quasi sempre con l’avallo degli stessi artisti. Negli ultimi anni, non solo ha preso piede la sua presenza nei circuiti istituzionalmente votati all’arte più tradizionale, ma da atto vandalico come erroneamente è stata confusa da alcuni, al contrario, è in essere una sorta di riscatto, che vede affermarsi il concetto di associazione tra street art e riqualificazione urbana, dove Roma ne è un esempio positivo. La capitale d’Italia, si è affrancata come capitale della street art per numero di opere (trecentotrenta, quelle ufficialmente documentate nella mappa redatta dal Comune di Roma), e rilevanza dei nomi presenti, nonché per la felice collaborazione delle Istituzioni con gli artisti e le gallerie appartenenti al genere, e fortunatamente nella maggior parte degli interventi con risultati sorprendenti sul paesaggio circostante, basti pensare solo per citarne alcuni, ai murales di Tor Marancia. Resta inteso, che per alcuni, il suo utilizzo da parte dello Stato coincida con quello che è ritenuto contro la natura della street art e uno sfruttamento della risorsa artistica, una delle critiche mosse a queste operazioni, è di rimpinguare le casse di privati propugnatori, alleggerendo le responsabilità d’indebitati Comuni italiani, e salvando le apparenze, trovare una comoda scappatoia per occuparsi dell’abbellimento di situazioni depresse. Non esiste street art senza polemiche nella storia dell’ascesa di questa forma d’espressione artistica, che dagli anni Settanta ad oggi è divenuta protagonista dell’arte contemporanea.

In quest’ampio spettro di attività è da inserire la controversia di Bologna, che in questi giorni coinvolge l’artista Blu e dà luogo a nuove riflessioni sulla contestualizzazione e la conservazione dell’arte. Come molti sanno, Blu ha messo in atto una forte forma di protesta cancellando tutti i suoi disegni dai muri della città emiliana, dov’è prevista dal 18 marzo la mostra Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano, che con il proposito di preservarle dalla demolizione, ha trasferito alcune opere di strada nel percorso della mostra per raccontare, anche la street art della scuola bolognese, tra le duecentocinquanta opere nazionali e internazionali presenti. All’opposto, nell’accusa di Blu e di molti altri, questa scelta curatoriale, ha l’arroganza di un diritto che non le spettava, appropriandosi di alcuni graffiti e altre opere letteralmente strappate, secondo questi artisti, dai luoghi pubblici per cui erano state pensate, con l’aggravante di escluderne con quest’azione il carattere di temporaneità, ne strumentalizza lo scopo per nascondere interessi personali.

Una protesta quella degli artisti come Blu, in verità in corso da lungo tempo con il sistema-cultura e ciò che da molti è considerato un paradosso della street art. In altre parole non è accettata da tutti la scelta di essere accolti nei musei, istituzionalizzati e commercializzati da privati, soprattutto dove vi è ingerenza dello Stato, che nella critica di questi artisti prima «espropria» interrompendo gli interventi con la forza dell’ordine, arrestando con accuse penali o sgombrando spazi atti alla creazione e poi si «riappropria» di tali opere e del luogo, sfruttandone i profitti solo per il proprio torna conto. Potrebbe sembrare, tuttavia, facile e apparire persino di moda, schierarsi con Blu al grido telematico dell’hashtag #iostoconblu, senza ragionare sulle dinamiche più ampie che coinvolgono il discorso contemporaneo e le complessità celate dietro al mercato dell’arte.

Quando si parla di street art, si parla di opere che soffrono in talune circostanze di poche tutele riguardo al diritto d’autore, pur essendo ascritte senza ombra di dubbio all’Arte contemporanea, e allo stesso tempo, molti streetartists, sono ormai dei Big dell’arte, battuti all’asta con valori importanti, allestiti in grandi esposizioni nei musei, supportati da gallerie internazionali e sponsor, artisti consapevoli del business che ruota loro intorno e attenti alla destinazione e utilizzo delle proprie opere.

La street art è una corrente artistica di cui non esistono manifesti o regole prestabilite, ma caratteristiche comuni in cui si riconoscono i suoi interpreti.

Resta quindi aperto l’interrogativo conservativo a più largo respiro, non è da una parte logico documentare come già accaduto per altri, la storia di quello che, di fatto, è un reale e concreto movimento d’arte?

Se ciò rientra nella storia dell’arte, non è altrettanto logico volerla preservare, accogliendola in luoghi preposti per farlo?

Logico forse lo potrebbe essere, ma chiedendo il permesso al suo autore e dall’altra parte, dispiace vedere vent’anni di opere che erano ormai parte integrante della storia di una città, scomparire per sempre da questa.

La mostra di Bologna, ospita quasi tutti i grandi nomi della street art, un successo apparentemente già annunciato, d’accordo o meno con le scelte curatoriali o le azioni di protesta di Blu, le quali hanno dato volenti o no, un'ulteriore visibilità a questo progetto, allo stesso modo si sospettano boicottaggi e altre azioni di disturbo.

La street art, sarebbe urbana e site specific nel suo stesso nome/omen. È un’arte dov’è accettata e anzi ne è parte integrante, la contaminazione ambientale e la relativa precarietà. Libera, pubblica, gratuita ed è (era?) provvisoria.

È in atto un grande cambiamento, chissà se è la fine dell’arte di strada come si era sempre intesa o semplicemente, la sua naturale evoluzione.

 

L’opera simbolo tra le più note di Blu a Roma, è a via del Porto Fluviale (via delle Conce), sulla facciata dell’edificio occupato, ex caserma dell'Aeronautica Militare.

Dal sito del Turismo di Roma, è possibile scaricare la mappa della street art cittadina.

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