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Il nuovo allestimento della Gnam secondo Jolanda Nigro Covre

Fa discutere il nuovo allestimento delle sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Jolanda Nigro Covre spiega le motivazioni che l’hanno spinta a dimettersi dal Comitato scientifico.

Sono passati pochi giorni dall’inaugurazione del nuovo allestimento delle sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, avvenuta il 10 ottobre, e l’opinione pubblica si è divisa in due grandi fazioni, da una parte l’entusiasmo di chi inneggia allo “svecchiamento” del museo, dall’altra le perplessità di chi vede messi in discussione alcuni fondamenti storico-artistici e museografici.

Il nuovo assetto è il risultato di sei mesi di lavori – iniziati ad aprile e terminati a ottobre 2016 – sia sulle collezioni che sull’edificio realizzato dall’architetto Cesare Bazzani nel 1911 e divenuto sede della Galleria nel 1915. Il 10 ottobre, con l’inaugurazione della grande mostra Time is Out of Joint, la Galleria Nazionale porta a compimento questo processo di trasformazione, riorganizzazione e riallestimento, già avviato nel giugno scorso con l’esposizione The Lasting. L’intervallo. La direttrice Cristiana Collu, in collaborazione con Saretto Cincinelli, opta per una “mostra-allestimento”, che presenta circa cinquecento opere, compresi i prestiti esterni provenienti da musei pubblici e collezioni private, e circa centosettanta artisti. Il titolo prende spunto dai versi dell’Amleto di William Shakespeare, invitando a una visione “liquida” del tempo, un tempo non lineare, spezzettato e stratificato.  

Le linee guida diventano le dicotomie tra gli artisti, le associazioni per assonanze e i contrasti tra le opere in mostra. I salti diacronici proposti creano spiazzamenti visivi nel visitatore. Ottocento e Novecento si confrontano nelle stesse sale in questa nuova visione atemporale dell’allestimento e della fruizione delle opere. Ercole e Lica di Antonio Canova si confronta specchiandosi nel mare di Pino Pascali (32 mq. Di mare circa); i due maestri rappresentativi dell’Ottocento e del Novecento dialogano tra loro uno di fronte all’altro, pur incarnando due assiomi differenti: la ricerca dell’equilibrio “apollineo” come espressione di potenza e forza interiore e l’artificialità della costruzione.

La direttrice del museo aveva preannunciato questo drastico cambiamento e le reazioni, come si sperava, sono state immediate. D’altronde nel caso della Galleria Nazionale la questione delle scelte espositive tocca alcuni aspetti fondamentali come il rigore scientifico, le teorie museografiche, estetiche e didattiche. Aspetti che hanno spinto gli storici dell’arte Jolanda Nigro Covre e Claudio Zambianchi, due membri del Comitato scientifico del museo (istituito per legge e per effetto della nuova riforma che ha creato l’autonomia dello stesso museo), a inviare le proprie dimissioni al ministro Dario Franceschini perché in totale disaccordo sui numerosi «accostamenti senza senso» e sulle clamorose esclusioni di artisti importanti operati, a loro avviso, senza aver ascoltato il parere del comitato.

Il 18 ottobre all’inaugurazione del nuovo anno accademico della Scuola Normale Superiore di Pisa la stessa Collu ha dichiarato di aver attivato un «nuovo lessico»: «io voglio fare il mio tempo». Tuttavia, la visione del museo che non deve più formare o spiegare a tutti i costi e le affermazioni ambigue sul tema della conservazione nella stessa giornata, hanno allarmato molti esponenti del settore. Il 19 ottobre, lo storico dell’arte Fabio Benzi, altro membro del comitato, pur non dimettendosi ha inviato una lettera al ministro Franceschini in cui afferma: «Le opere sono decontestualizzate dalla loro storia e dalla loro genesi. L'effetto è scenografico, ma gli stessi effetti si sarebbero potuti ottenere anche attraverso un'esposizione storica, modulata e intercalata da confronti altrettanto e più efficaci di quelli proposti dalla direttrice».

Tante le scelte opinabili, come quella del tappeto d’epoca all’ingresso nella Sala delle Colonne, oggi calpestabile da tutti i visitatori al di là delle basilari misure di conservazione previste per i beni culturali; la reclusione di molti capolavori dell’Ottocento italiano nei depositi del museo; la rilettura astorica e acritica di numerose opere completamente decontestualizzate e accostate in nome della visione atemporale delle sale. Il nuovo allestimento della Galleria nazionale, trattandosi della sede di una collezione storica e statale ben definita, pone inevitabilmente dei quesiti importanti da non sottovalutare. In che direzione stanno andando i musei italiani? Le scelte curateriali più accattivanti devono prevalere su altri aspetti come la ricerca scientifica, la didattica o la conservazione?

Ne abbiamo parlato con Jolanda Nigro Covre, la quale ha evidenziato alcune scelte positive adottate, ad esempio quella del bianco delle pareti che ha dato maggiore respiro agli spazi espositivi. Ma «l’indifferenza per la storia, indifferenza prerogativa di un certo postmoderno ormai superato», come ci dichiara, è una delle ragioni che ha spinto la studiosa a rinunciare al suo incarico. E continua l’elenco delle sue motivazioni:

«Monumentalità insistita nella presentazione delle sculture, non tutte di elevata qualità. Alcune sale, pur se piacevoli esteticamente, appaiono come una sorta di “installazione” del curatore creativo che soverchia gli artisti: un’idea molto discussa. Ancora una volta curatore contro ricerca storico-critica? Allora che ci fa la nostra Commissione? E poi in mostra alcune opere in prestito, come le due ingombranti carogne appese accanto a un Burri, a discapito di molte opere della collezione ora in deposito. Vada per la riduzione delle opere delle scuole regionali dell’Ottocento, ma dove è Sernesi, parte del Divisionismo o Prampolini e Manzoni. Il problema non sono gli accostamenti diacronici, ma la mancanza di senso in questa operazione. Al nostro Comitato scientifico si è negato uno spazio operativo, sia pure consultivo, quindi la mia permanenza non ha ragione di esistere: non voglio né meriti né demeriti per il lavoro svolto dalla direttrice Collu.

La mostra-allestimento Time is Out of Joint va, però, almeno discussa. Innanzitutto il binomio mostra-allestimento: il curatore di una mostra ha un margine di libertà e soggettività che un direttore di un museo nazionale, nella cura di un ordinamento museale dello Stato, non ha. Il curatore creativo qui punta sulla spettacolarità, gradevole, ma non prioritaria sulla chiarezza storico-critica. Sacrificate troppe opere: mezzo Ottocento, La famiglia di Sironi, Il bevitore di Martini, parte di Casorati, di Balla, di Boccioni, di Capogrossi. Perilli dov’è? Troppi accostamenti improponibili, non è vero che è come la Tate Gallery, lì ci sono percorsi tematici, pannelli esplificativi, la didattica non è negata. Faccio altri esempi: Penone dietro Ercole e Lica di Canova si può vedere solo in diagonale, la visione frontale nasconde la foglia d’oro, travisando l’opera; S. Sebastiano di Leoncillo accanto a Il voto di Michetti: due aspetti lontani del sacro? Poi c’è Cézanne, distruggiamo pure il mito del capolavoro, ma è spaesato e di fronte a Klimt. La battaglia dei centauri di de Chirico, di forte richiamo mitologico, è nella stessa sala delle battaglie di guerra o rivoluzioni. Tra i più arditi voli pindarici Fontana insieme a Cammarano e Boldini, oppure Morandi accanto a Fontana: assonanze cromatiche? In una sala L’ultima cena di Ceroli guarda un tavolo di gessi: affascinante, ma è un’opera d’arte del curatore? Avete notato che nel mucchio è presente un gesso di Canova? Non c’è scritto da nessuna parte, solo gli addetti ai lavori lo riconoscono».

Le motivazioni di Jolanda Nigro Covre pongono l’accento sulla nuova moda del curazionismo imperante a discapito del rigore scientifico. Mentre alcuni si espongono a favore del nuovo allestimento considerandolo più contemporaneo e al passo con i tempi, sono i più giovani, gli studenti e i ricercatori a sollevare polemiche sui social network domandandosi: «dove studieremo la storia dell’arte del nostro Ottocento e Novecento? Nei depositi?».

La stessa Covre ci spiega il perché di queste reazioni contrastanti: «Molti giovani sono esterrefatti, molti anziani a favore: timore di apparire vecchi? O si guarda distrattamente alla storia? Per quaranta anni ho insegnato storia dell’arte agli studenti di tutte le età e la Gnam era la sede dove potevano vedere dal vivo e comprendere il percorso storico ed evolutivo dell’arte italiana tra Ottocento e Novecento. Gli studenti de La Sapienza, prima di sostenere l’esame di storia dell’arte contemporanea con me o altri docenti, passavano ore nel museo ad analizzare le opere e gli artisti. Quando insegnavo a Chieti e a Padova, prendevano il treno per visitare la Gnam, tappa fissa per chiunque volesse approcciarsi all’arte contemporanea. La storia è un concatenamento, se levi un pezzo non si comprende più il senso».

Le dichiarazioni della Covre diventano una lezione di vita che non può non farci riflettere sul divario che deve esserci tra ciò che è lecito trasformare e ciò che si può rinnovare senza stravolgere le fondamenta teoriche costruite negli anni. L’Italia ha una tradizione storico-artistica ben precisa, rara direi, e alcuni principi faticosamente conquistati di cui la Covre si fa portavoce in prima persona – la formazione metodologica, la memoria storica, la responsabilità dell’eredità – non dovrebbero decadere in nome di una semplificazione del concetto di “contemporaneità”. Cosa è veramente contemporaneo? Quali dicotomie presenta questo termine e chi lo adotta?

Nel 2013 è stato pubblicato il volume Contemporanea. Scritti di storia dell’arte per Jolanda Nigro Covre. La Covre, allieva di Nello Ponente, è sempre stata una presenza costante del Dipartimento di Storia dell’arte de La Sapienza di Roma. E la sua immagine non è mai cambiata nel tempo, quella di una docente sempre circondata dai suoi studenti, autrice di preziosi studi sull’arte moderna e contemporanea, nonché sulla teoria e critica d’arte tra la pura visibilità e l’empatia. La sua “contemporanea” battaglia è stata quella di assicurare la presenza di una didattica in tutti i campi: nelle aule universitarie, negli archivi di ricerca, nei musei e negli istituti di tutela. L’autenticità della sua curiosità intellettuale e il senso civico preservato negli anni l’hanno resa un punto di riferimento per gli studenti, ieri come oggi.

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