Il mondo di Alice è onirico e femminista. E Lucideddu lo racconta con i suoi scatti

Le fotografie di Lucideddu, ispirate al surreale immaginario di "Alice nel Paese delle Meraviglie", trovano origine da una profonda ricerca sull’identità di genere e sull’universo femminile, in particolare sulla consapevolezza del proprio corpo e della propria sessualità.


Partendo da una riflessione sulla protagonista delle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie - nell’ambito della realizzazione di un libro d’artista - la giovane fotografa Lucia Cadeddu, in arte Lucideddu, ha dato vita al suo progetto Dal diario di Alice. In mostra alla Galleria Acta International di via Panisperna fino al prossimo 6 aprile.

Il progetto comprende una serie di sperimentazioni fotografiche che, attraverso l’autorappresentazione e gli stimoli dati dallo straordinario personaggio ideato da Lewis Carroll, si pongono come mezzo per una ricerca molto più profonda sull’identità di genere e sull’universo femminile. E in particolare sulla consapevolezza del proprio corpo e della propria sessualità, da un punto di vista propriamente femminista e saffico. Lucia Lucideddu ha raccontato a Ril la genesi del suo lavoro e il suo desiderio di ricerca e sperimentazione.

Partiamo dall’inizio, come è nato il progetto "Dal diario di Alice"?

«Il progetto su Alice è scaturito quasi per caso, dall’invito del prof. Arduini, che insegna Tecniche dei procedimenti di stampa all’Accademia di Belle Arti di Roma, a realizzare un libro d’artista. Immaginando il libro come un diario non caratterizzato dalla scrittura ma dalle immagini, pian piano mi son sentita quasi trasportare all’interno del surreale mondo di Alice, che è il personaggio di fantasia che più sentivo vicino per vari motivi. Prima di tutto perché con l’immaginazione si libera di una realtà borghese e noiosa determinata da regole e strutture ben definite. Poi perché è una delle poche protagoniste al femminile che non è legata a principi e principesse e mi affascina la sua ricerca di un'identità oltre che il suo ambiguo rapporto col tempo e con lo spazio che rispecchia una realtà riflessa, diversa. Inoltre anche il legame con il tema del gioco (le carte, gli scacchi) sono spunti e tematiche che mi appartengono e affronto nelle mie fotografie, così come nella mia esistenza. I due aspetti, per me, sono strettamente legati».



Ha immaginato la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie proiettandola su di lei ? Anche attraverso l’uso di numerosi autoscatti ? In questo diario intimo qual è il sottile confine tra lei e Alice?

«Mi sono immedesimata moltissimo e Alice diventa un modo per mettermi in discussione. È come un viaggio che mi spinge a esplorare me stessa e a pormi delle domande, cercare risposte, interpretare. L’autorappresentazione è una ricerca che porto avanti da parecchio tempo, è un po’ cercare la propria immagine allo specchio, l’immagine che gli altri hanno di noi e dunque indagare la propria identità. Il confine tra me e Alice diventa sottile, spesso quasi inesistente; le sue mutazioni e le diverse percezioni che ha di sé diventano le mie».

In mostra sono presenti fotografie a colori, in bianco e nero e cianotipie realizzate con l’antico metodo di stampa fotografica caratterizzato dal tipico colore Blu di Prussia. Questa tecnica restituisce immagini dalle atmosfere oniriche e surreali, particolarmente adatte ad un tema così “irreale”. Da dove nasce l'interesse per questa antica tecnica di stampa?

«La cianotipia è una tecnica facile ed economica che permette di sperimentare su molti materiali, è la sua flessibilità che mi piace anche se la tipica dominante blu non è adatta per tutti i soggetti, tuttavia risulta particolarmente efficace per un tema cosi “surreale”, appunto. Ho utilizzato le diverse tecniche in maniera sperimentale, un po’ come un gioco, mischiando spesso antichi procedimenti alle tecniche attuali in una sorta di viaggio nel viaggio. La cianotipia su diversi tipi di supporto e la stampa b/n analogica su carta mi permettono sia di andare contro il principio di riproducibilità in serie dell’immagine fotografica, sia di ottenere un’immagine non stabile, che muta facilmente col tempo. Non amo le cose definitive, cambio in continuazione i miei progetti».

Nelle immagini appare spesso il suo corpo nudo o sono evidenti allusioni alla sessualità. Il tema di Alice è un pretesto per una ricerca molto più profonda sull’identità di genere e l’universo femminile?

«Sì. Lo si potrebbe definire un pretesto, in realtà son diversi anni che lavoro sull’identità al femminile cercando di creare un immaginario diverso da quello stereotipato che ci circonda. Una riappropriazione del corpo con tutti i suoi “difetti” e una sessualità mirata a una consapevolezza del proprio corpo e del piacere dal punto di vista femminile, o meglio, dal mio punto di vista femminista e lesbico».



Nel romanzo fantastico di Lewis Carroll, Alice è una giovane donna intraprendente e tenace che non aspetta l’arrivo del principe azzurro che la salvi dalle difficoltà. Sa che può contare solo su se stessa e si adopera per destreggiarsi in ogni situazione avversa e affrontare anche le proprie paure. Ha deciso di immedesimarti in Alice per indagare questa parte fortemente femminista del racconto?

«In parte sì, Alice è una protagonista diversa rispetto alle altre favole classiche. È coraggiosa, si mette alla prova sfidando le proprie paure e capacità di adattamento. Poi in realtà i motivi sono tanti, soprattutto quelli che riguardano il discorso sull’identità: “chi è Alice?”. Questa è una domanda che ci poniamo in continuazione durante la lettura dei libri di Carroll».

Crede che la fotografia sia un efficace mezzo per indagare la propria interiorità, oltre che il mondo circostante? 

«La fotografia viene utilizzata in tantissimi modi, per me è una sorta di necessità, iniziata un po’ per gioco quando avevo tredici anni, spinta dal fatto che a differenza dei miei coetanei, io non avevo fotografie di me bambina. È un mezzo tra me e la realtà che in qualche modo mi permette di allontanarmi e, allo stesso tempo, di avvicinarmi a ciò che ci circonda. Indagare il proprio aspetto tramite la macchina fotografica è come guardarsi allo specchio, io cerco di scoprire i miei limiti spaziali e fisici, determinare il mio confine. Cercare di immortalare le parti che non vedo, che meno conosco, vedere il tempo che lascia i suoi segni, i cambiamenti, sia fisici che di pensiero. Le foto son state quasi tutte scattate nella mia camera di Roma, mentre quelle esterne sono state quasi tutte realizzate in Sardegna, soprattutto quelle nel verde, con gli alberi. La mia fantasia in qualche modo vola sempre laggiù, sarà un po’ di malinconia che molti di noi sardi ci portiamo dietro nell’emigrare». 

 

Dal diario di Alice

fotografie di Lucideddu

a cura di Fanny Borel

16 marzo – 6 aprile 2017

Galleria Acta International

via Panisperna, 82/83

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