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Jannis Kounellis. La fatica del mondo

Pochi giorni fa, precisamente il 16 febbraio, si è spento a Roma Jannis Kounellis, artista greco naturalizzato italiano, noto esponente dell'Arte povera. RIL pubblica il poetico ricordo dello storico dell'arte Lorenzo Canova.


Quali rive oscure e splendenti, quali mari cupi e oleosi, quali isole di granito e di piombo avranno accolto l’ultimo viaggio di Jannis Kounellis? La sua barca di legno corroso avrà sfiorato il Partenone dell’infanzia e il porto del Pireo prima di partire verso il limite ultimo oltre l’orizzonte? Forse il suo carro sarà stato accompagnato dai cavalli che avevano invaso l’Attico di Fabio Sargentini, in quell’azione incancellabile e condivisa tra un artista e un gallerista poeta, sogno e azione di un’arte che abbandonava il museo per entrare nello spazio della vita?

Possiamo sperare che il suo viaggio sia stato accompagnato da Giorgio de Chirico, suo compagno silenzioso in una storia comune che ha legato la Grecia delle origini alla Città Eterna, imperiale, fetida e barocca, spazio ideale e tangibile di una pittura che sfonda i suoi limiti e si fa ancora teatro, rappresentazione metafisica, sacra e profana, ludus magnus di una scultura che diventa architettura e spettacolo pietrificato, eterno come i fortunati invitati che, imprigionati nella pietra da Bernini, assisteranno per sempre all’estasi di luce della Santa Teresa trafitta dall’angelo, quella transverberazione di una freccia divina che Kounellis cercava forse nei suoi coltelli e nelle sue croci di acciaio, prospettiche come quelle di Piero ad Arezzo e pesanti come il fardello atroce che grava sul destino dell’Umanità.

Su una scia futurista e burriana, Kounellis voleva infatti rompere l’antico equilibrio del quadro da cavalletto, forzare il suo limite e uscire, andare finalmente fuori, entrare nel mondo, negli odori e nei sapori delle cose, nello spazio incerto che già Raffaello e Parmigianino avevano cercato di invadere curvando le prospettive e le anatomie delle loro immagini e che per lui era fatto di oggetti poveri e comuni, rinati grazie al soffio vitale del suo gesto gentile e paziente.

Asceta alla perenne ricerca di un dio silenzioso e senza volto, Kounellis ci ha donato rose di fuoco e di metallo greve e sublimato, accese da un gas di illuminazione alchemico e duchampiano; rose mistiche di un’arte che canta il lutto perenne della morte di Dio, fiamme che risorgono dal peso della putrefazione, dalla notte oscura della morte del carbone e del piombo, dalla nigredo del corvo nero che si illumina dei colori dell’iride tra i frammenti di statue coronati dal volto di Apollo e dalle armonie scabre e arcadiche del flauto di Pan, in una classicità cupa e fiammeggiante nutrita dal sentimento tragico di Sironi.

Il vascello di Kounellis aveva vele sontuose e rattoppate come i sacchi di Burri, nere di cappotti pesanti e laceri, cercava la sua rotta con lampade a petrolio, con uno scafo fatto di armadi sfondati e di vecchi letti, abbandonati da sempre in soffitte dimenticate; cantando la poesia del tempo disperso e redento di esistenze senza nome né memoria.

La sua zattera della Medusa era fatta dei rottami del naufragio della Rivoluzione Francese, spinta dal vento civile di Marat, Robespierre e di David, sospinta dalle correnti dell’utopia, rischiando perennemente di infrangersi sugli scogli della disillusione, nella volontà di dare forma sensata ai frammenti assurdi del nostro presente, come accadeva nel perimetro della sua Roma Quadrata fatta di mozziconi di rovine, lasciata volutamente e genialmente dall’artista in umile e silenzioso dialogo con la maestosa consunzione del Palatino, come un semplice mucchio di sassi di un prato romano.

Come Sisifo che sfida gli dei, Kounellis metteva in scena la fatica del mondo, faceva sbocciare i fiori dell’agave tra le rocce e azionava carrelli di pietre tra le scene di Quartucci, rivelando lo splendore sotterraneo di una bellezza ignota, simile a Efesto, sposo di Venere e signore sotterraneo del fuoco e dell’arte dei metalli.

Eppure in tutta l’opera di Kounellis riecheggia melanconica la nostalgia della pittura, assorbita certamente già dal suo maestro Scialoja e dal suo amore per i grandi maestri antichi; una nostalgia all’inizio esorcizzata con un alfabeto muto di lettere e segnali neri stagliati sul bianco e poi condensata nelle impronte di sangue impresse sull’acciaio e nei quarti di bue lasciati a marcire su altari arrugginiti, memorie della carne di Rembrandt incendiata poi nel sangue di Soutine, raggrumata nel corpo martoriato di Pasolini, maciullata nell’orrore delle bocche dentate di Francis Bacon e ritrovata nella Roma visionaria e apocalitticadi Scipione.

Dopo tanta strada solcata da sassi e da corde, dal fumo di tabacco e di petrolio infuocato, accompagnato dal suono ossidato di campane di campanili crollati, Kounellis è tornato così alle porte murate della sua parete d’oro, alla sua nave in rovina nel porto del Pireo, a un eterno ritorno accompagnato dalle prospettive metafisiche di de Chirico, dal volo impossibile delle sue farfalle, dal suono del violino e dai volteggi geometrici di una ballerina.

Al termine del suo viaggio nel peso della materia e nell’oleosa e aspra opacità del mondo, possa il grande peso della sua memoria essere sempre dolce e leggero, magari accompagnato dal profumo svanito dei fiori secchi di Mafai, pittore amato a cui ha reso omaggio in una mostra, epitaffio silenzioso di luce vespertina distillato dal violetto dei tramonti di Roma, seconda patria della sua vita di navigatore nomade.

 

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Lorenzo Canova (Roma 1967), storico dell’arte, curatore e critico d’arte. Dottore di ricerca in Storia dell’arte presso l’Università di Roma “La Sapienza”, è professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università degli Studi del Molise. Si occupa di arte moderna e contemporanea, con una particolare attenzione all’arte del Cinquecento romano, all’arte della seconda metà del Novecento e all’arte delle ultime generazioni italiane e internazionali. Ha curato mostre in musei e spazi pubblici italiani e internazionali. È fondatore e direttore dell’ARATRO – Archivio delle Arti Elettroniche- Laboratorio per l’Arte Contemporanea, Università degli Studi del Molise, Campobasso. Collabora con il quotidiano Avvenire. È componente del consiglio scientifico e del board della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

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