Jean-Michel Basquiat: Anatomia di un bambino meraviglioso

Arriva al Chiostro del Bramante Jean-Michel Basquiat, l'enfant prodige che "si consumava vivendo". Viaggio nella sua vita da New York a...Modena.


Ha dormito nei parchi pubblici e pranzato nei migliori ristoranti di New York. Ha esplorato i peggiori bassifondi della città e, con la famiglia in pezzi e la dipendenza dall’eroina già presente, ha ricevuto le lusinghe del New York Times e le attenzioni di Madonna ed Andy Warhol. La vita di Jean-Michel Basquiat è stata tanto breve quanto ricca di exploit e zone d’ombra, una sorta di curva gaussiana disegnata dal suo talento di predestinato e da una città pericolosa e incredibile in cui, a volte, ciò che non sembra possibile avviene davanti ai tuoi occhi.

La storia di Jean-Michel nel mondo dell’arte dura poco più di un lustro, dal 1981 al 1987, quando una overdose lo uccide a 27 anni. Non esiste una parabola così repentina di successo e distruzione, gloria e collasso, come quella del genio di origini haitiane nato e vissuto a New York, tra i padri del graffitismo americano

Figlio di un contabile di origini haitiane, i tratti distintivi della sua espressione artistica e dell’intera personalità hanno salde radici nell’infanzia. Nella madre, che lo introduce al mondo dell’arte facendogli visitare i principali musei di New York. Nelle immagini di quel libro di anatomia umana – Gray’s Anatomy di Henry Gray – ricevuto in regalo dopo esser stato investito da un’auto, e che, come certe macchie oculari compaiono mentre chiudiamo gli occhi, rimangono fissate da qualche parte nelle profondità del suo Io. In quella città, New York, e nell’incontenibile fervore artistico che viveva in quegli anni. 

Prima dell’incontro con Andy Warhol, Jean-Michel va via da casa in seguito al divorzio dei suoi genitori. Inizia a dormire in un parco e a disegnare cartoline. Realizza graffiti sui muri di New York e conia, con il suo amico Al Diaz, l’acronimo SAMO – Same Old Shit – fino al 1980, quando, dopo la rottura con Diaz, su un muro del centro comparirà SAMO IS DEAD, certificato di morte del suo primo progetto artistico.

Poi arriva il ristorante. Quel giorno Basquiat vede Warhol entrare. Lo segue, gli offre delle cartoline (che lui subito compra) e inizia a partecipare ad alcune retrospettive. Le sue opere cominciano ad ottenere apprezzamenti: la benedizione di Warhol lo introduce in un mondo in cui un alieno come Jean-Michel – afroamericano autodidatta in un ambiente autoreferenziale di soli bianchi – viene visto come la magnifica eccezione che conferma la regola del nero insensibile alle arti e con nulla da dire al riguardo.

Eppure, nelle sue opere, il tema delle origini compare di frequente. La pittura di Jean-Michel è un coacervo di ricordi ed episodi dell’infanzia. Le figure anatomiche, l’utilizzo di ogni tipo di materiale, l’immancabile corona, con la quale firmava le sue tele. Una pittura che non è solo disegno ma anche scrittura, in omaggio al suo passato sui muri di New York e di… Modena. 

Modena per Jean-Michel significa la sua prima personale in assoluto (e prima mostra europea), nel maggio 1981, grazie all’intuito di Emilio Mazzoli. Come raccontato da un bellissimo articolo di Anna Ferri che descrive quei giorni, Basquiat arriva in Italia e sembra ancora un alieno, con la sua bellezza e irriverenza verso l’arte e i suoi pomposi rituali. Nella città emiliana l’arte di SAMO rinasce in più muri, cartelli e portoni. Purtroppo il Comune gli nega il permesso di dipingere due palazzoni nella periferia urbana altrimenti, adesso, Modena avrebbe un’altra bellezza da mostrare a sé stessa.

Di ritorno dall’Europa, per Jean-Michel è un’ascesa continua: mostre e successo ovunque fino alla discesa altrettanto improvvisa: la rottura con Warhol, la diffidenza che ritorna verso un nero a cui tutti avevano iniziato ad abituarsi – il New York Times, pochi mesi dopo averlo celebrato come nuova stella dell’arte contemporanea, inizia a descriverlo come la mascotte di Warhol – e la morte di quest’ultimo, che lo lascia sconvolto e in preda alla droga e alla morte imminente.

Come ha giustamente rilevato Natalia De Marco, responsabile del Chiostro del Bramante: 

«mentre era ancora vivo lui già si era consumato», 

fagocitato da un ambiente maestro nel costruire miti e poi disfarli con la velocità di un temporale estivo. Basquiat era, in definitiva, un eterno bambino che alla sofferenza ha risposto con l’immaginazione. La sua irriverenza verso ogni canone ordinario di comportamento, l’immenso talento e l’ambiente bulimico attorno al quale si è manifestato hanno descritto la parabola breve ma eterna di una cometa che, fino al 2 luglio prossimo, lo splendido allestimento del Chiostro del Bramante – interamente finanziato da privati (il DART) e con una organizzazione di stampo anglosassone che andrebbe replicata il più possibile sul nostro territorio – ha il merito di aver riportato in Italia.

 

Jean-Michel Basquiat. New York City. Opere dalla Mugrabi Collection in programma al Chiostro del Bramante dal 24 marzo al 2 luglio 2017.

In copertina Basquiat, Jean-Michel,2014 B272, Five Fish Species 1983 Acrylic and oil stick on canvas mounted on wood supports - three panels 66.875 x 140.5 in. overall

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