Storia di una Regina

La regina di Scozia arriva al Teatro Costanzi: da Schumann all'Alfieri ad Hayez, ai più recenti allestimenti, il mito di Maria Stuarda, vestita di rosso sul patibolo, arriva fino ai giorni nostri


«Ma d'una regina la barbara morte/ all'Aglia fia sempre d'infamia e rossor».

Incoronata Regina di Scozia a nove mesi, regina consorte di Francia a diciasette anni e vedova dopo diciotto mesi, seconda nella linea di successione al trono di Inghilterra, Maria Stuarda (1542-1587) poteva aspirare a tre corone. Cattolica - mentre Elisabetta, insediata da poco sul trono d’Inghilterra, era fieramente protestante e avversa alla Chiesa di Roma - vive un periodo storicamente spettacolare segnato da intrighi internazionali e discordie interne. Bellissima, di nobile portamento e di altezza fuori del comune, colpiva per la vasta cultura e l’educazione ricevuta alla corte di Francia. 

Il suo temperamento sensuale prevaleva spesso sulla sua religiosità e le si attribuirono numerosi amanti, l’ultimo dei quali fu incolpato della morte del secondo marito. Ebbe appassionate difese e acrimoniose accuse nei numerosi libri e libelli che la accompagnarono in vita, e fu costretta dai Lords ad abdicare al trono di Scozia anche a causa dei disordini della sua vita privata.
Cercò rifugio in Inghilterra sperando che Elisabetta, nubile e senza eredi, la legittimasse come tale. Una storia di diffidenze reciproche, di intromissioni e calcoli politici caratterizza il rapporto delle due regine che non si incontrarono mai. Molti complotti coinvolsero direttamente o indirettamente il nome della Stuarda, segregata in diversi castelli per il resto della sua vita. Un processo controverso per alto tradimento, che incontrò ostacoli giuridici e giurisdizionali, segnò la sua sorte. Maria si appellò invano al diritto divino dei sovrani, ma accettò la sentenza con spirito cristiano affidandosi a Dio. Elisabetta tergiversò per diversi mesi prima di firmare la condanna: avrebbe preferito che qualcuno avvelenasse la rivale, piuttosto che assumersi la responsabilità politica e storica della sua esecuzione a morte.

Maria Stuarda affrontò con dignità regale il patibolo, vestita di rosso per ricordare il colore della passione dei martiri cattolici: il boia fallì il primo colpo. Elisabetta le sopravvisse sedici anni, ma alla sua morte il trono passò al figlio di Maria Stuarda, Giacomo VI re di Scozia, poi Giacomo I di Inghilterra. Il trauma dell’unione dei due regni riaffiora ancora oggi nelle tensioni dell’era della Brexit.
La morte di Maria Stuarda la consegna alla grande storia ma, da subito, anche a una inesauribile presenza letteraria, musicale, pittorica e, in tempi più recenti, cinematografica (Katherine Hepburn 1936, Vanessa Redgrave 1972).

Giacomo Carissimi, autore principe del barocco musicale romano, dedicò nel 1650 una cantata alla regina cattolica; due secoli dopo Robert Schumann una preziosa e breve raccolta di lieder.
Vittorio Alfieri mise in versi la vicenda della tragica regina nel 1788 limitando l’azione all’episodio dell’uccisione del marito, e affidando a un personaggio il monologo profeticamente poetico in cui la Stuarda «inchina la cervice altera alla tagliente scure» mentre «altra scettrata donna il colpo vibra». Riteneva infatti che la morte di Maria «abbenchè veramente ingiusta straordinaria e tragicamente funesta» non fosse «tragediabile». Di diverso avviso Friedrich Schiller che in pieno Romanticismo (1800) mette in scena lo struggente addio alla vita di Maria Stuarda dopo aver fatto ruotare l’elemento politico intorno a Elisabetta e alla sua corte e inventando, con infallibile gusto teatrale, la scena madre che vede l’incontro/scontro mai avvenuto tra le due regine.
La tragedia di Schiller godette di grande popolarità e fu tradotta in Italiano solo nel 1829 da Andrea Maffei, intellettuale milanese la cui moglie Clara diverrà l’animatrice del più importante salotto letterario del Risorgimento. Da qui partirono le rinnovate fortune del personaggio nella cultura popolare, grazie alla evocativa pittura di Francesco Hayez, e alla musica di Gaetano Donizetti.
Donizetti che divideva il suo tempo e i suoi successi tra Milano e Napoli, rimase colpito dal dramma di Schiller e ne commissionò la riduzione a un giovanissimo intellettuale conosciuto nei salotti liberali napoletani, Giuseppe Bardari. Quest’ultimo adattò il testo originale riducendo all’essenziale il numero dei personaggi, sintetizzando al massimo i riferimenti politici e combinando una efficace geometria di scene in cui si alternano le due regine, con puntuali commenti del coro, lasciando al centro dell’azione il loro atteso e temuto incontro. È un libretto (l’unico scritto da questo futuro magistrato) funzionale e drammaturgicamente efficace che attribuisce a Elisabetta un ruolo oscillante tra la regalità e i sentimenti traditi e alla Stuarda una dimensione di rimpianto e di attesa che non esclude scatti di orgoglio che culminano nella grande invettiva:

«Figlia impura di Bolena/ parli tu di disonore?/ meretrice indegna, oscena/ in te cada il mio rossore!/ Profanato è il trono inglese/ vil bastarda dal tuo piè».

Il climax della scena è assicurato dalle parole e da una musica insinuante e incisiva tanto che, alle prove, le due interpreti si infervorarono oltre misura venendo ai capelli; dovette intervenire Donizetti che con poca diplomazia sedò la zuffa: «due puttane erano quelle e due puttane siete voi due». Era troppo per la censura borbonica: l’opera dovette essere rinviata e andò in scena sotto le ben mutate spoglie di un “Buondelmonte”.
Maria Stuarda, che dimostra il consolidato mestiere di Donizetti, assurge a livelli di alto lirismo e grande intensità musicale nel ruolo del titolo che fu interpretata da Maria Malibran a Milano, alla Scala, nel 1835 per la sua prima rappresentazione, ma fu presto dimenticata. Di questo autore prolifico (oltre sessanta titoli operistici) solo Lucia di Lammermoor, Elisir d’Amore e Don Pasquale hanno conosciuto con regolarità le scene e il favore del pubblico; non più di altri cinque titoli hanno conosciuto saltuarie riprese e molte altre hanno dovuto attendere un secolo di oblio per essere riproposte, dagli anni ’50 del Novecento grazie anche alla presenza trainante di primedonne carismatiche.
Con le altre opere della trilogia inglese (Anna Bolena e Roberto Devereux), oggi Maria Stuarda compare con una certa regolarità sulle scene internazionali.
Arrivata a Roma nel 1970 per le cure direttoriali di Bruno Bartoletti e la realizzazione scenica di Giorgio De Lullo e Pierluigi Pizzi, (un allestimento estremamente innovativo per quegli anni, sobrio e stilizzato, ma di forte impatto), trionfò grazie alla presenza protagonistica di Montserrat Caballè.

All’apice della forma vocale, in possesso di fiati prodigiosi e di un colore di voce nobile e malinconico rese indimenticabile la nostalgica aria di entrata di Maria, il momento religioso della sua confessione, il suo addio alla vita, senza trascurare la necessaria grinta della regina offesa.
Dopo una lunga assenza, nel 1997 Maria Stuarda fu affidata a Tiziana Fabbricini, artista sensibile e vocalista discontinua, che non incontrò i favori del pubblico, in un allestimento di gusto pittorico ottocentesco firmato da Italo Nunziata e Carlo Sala.

Nel 2006 l’opera tornò con protagonista di sicuro successo Mariella Devia, grande vocalista e interprete di riferimento del repertorio romantico, in un allestimento essenziale firmato da Francesco Esposito e Italo Grassi.

Oggi Maria Stuarda ritorna al Costanzi. È lo spettacolo nato una decina d’anni fa a Napoli per la tragedia di Schiller e riproposto poi con successo al Teatro di S. Carlo per l’opera di Donizetti. Riprodotte ex novo le funzionali e evocative scenografie di Sergio Tramonti dall’ottimo laboratorio del Teatro dell’Opera (le scenografie originali sono misteriosamente sparite a Napoli…) il regista Andrea De Rosa ha reso il clima di prigione in cui vivono entrambi le regine: due personaggi speculari, di cui ognuna è l’incubo dell’altra. Elisabetta prigioniera della corte, delle sue paure, delle sue gelosie. Maria del suo passato, delle sue ambizioni frustrate.

Peccato che in alcuni momenti il mancato rispetto del testo o delle didascalie generi delle inutili incongruenze. Il maestro Paolo Arrivabeni che conosce e sa rispettare, con ottimi risultati, le convenzioni interpretative del melodramma romantico, ha avuto l’arduo compito di provare lo spettacolo con due coppie diverse di regine una delle quali pressoché debuttante. È stata una scelta coraggiosa del Teatro dell’Opera quella di affidare per alcune recite i ruoli delle protagoniste alle giovani cantanti del progetto Fabbrica. Fabbrica di talenti, come si è visto alle prove: Roberta Mantegna unisce alle grandi qualità vocali, fraseggio, chiaroscuro, accento nel ruolo del titolo. Erika Beretti, nell’ingrato ruolo di Elisabetta, si dimostra già esecutrice accurata e interprete sicura. Alla “prima” la lettone Marina Rebeka, cantante di rango internazionale, ha reso il ruolo di Maria Stuarda, «morta al mondo e morta al trono» in un crescendo vocale e interpretativo, cogliendo un caloroso successo dopo lo splendido e impegnativo finale. Carmela Remigio, oggi nelle scomode vesti di Elisabetta, dopo aver indossato quelle di Maria Stuarda, si è confermata artista affidabile e consapevole nel canto e nella recitazione. Paolo Fanale, Leicester, causa scatenante della gelosia tra le due regine, ha una bella e elegante linea di canto e un intelligente gioco scenico; Alessandro Luongo dà rilievo al personaggio di Cecil, il consigliere di Elisabetta.
Una menzione merita il Coro che sotto la guida esperta di Roberto Gabbiani ha toccato momenti di grande commozione e pietas nell’ultimo quadro dell’opera. Un gradito ritorno, cordiale successo e applausi per tutti.

ARTICOLI CORRELATI

avatar

Imprenditore per nascita, appassionato di opera lirica per precoce vocazione. Curioso d'arte. Ha collaborato con Radio3 e pubblicato su riviste specializzate.

Roma Italia lab srl

Autorizzazione Tribunale di Roma n.60 del 23 marzo 2017

Sede legale: Via Festo Avieno 59, 00136

Sede operativa: Viale Castro Pretorio 25, 00185

Tel. 06 85352463

P.I. e C.F. 11448611001

Direttore Responsabile: Caterina Grignani

Redazione: Simona Pandolfi & Allegra Mondello

newsletter

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione