La dimensione disumana, due libri insostenibili

L'unica cosa insostenibile è la perdita della dimensione umana. Due libri che in qualche modo toccano l’argomento: Questa è l’acqua di DFW e Se niente importa di JSF.

È stato affascinante scoprire quante diverse interpretazioni possono ruotare intorno ad un’unica parola: insostenibile.

Per me di insostenibile c’è solo la perdita della dimensione umana, e in questi ultimi giorni non possono che tornarmi in mente due libri che in qualche modo toccano l’argomento: Questa è l’acqua di DFW e Se niente importa di JSF.

Sembra impossibile riuscire a collegare due testi che differiscono per forma, genere e struttura eppure, forse, riesco a costruire un ragionamento casualmente sensato.

Questa è l’acqua, è la trascrizione del discorso per il conferimento delle lauree tenuto da David Foster Wallace il 21 Maggio 2005 presso il Kenyon College, e l’ultimo capitolo della sua più famosa raccolta di racconti.

Dodici pagine e mezza che non si possono non leggere. Parlano di Vita e di Verità. «La verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa». Considerazioni profonde e piccoli suggerimenti, per chi li sa cogliere, senza ridondanti “cazzate retoriche”.

Io sento che l’autore ci vuole mettere in guardia dalla rimozione selettiva, dal consumare le nostre vite come automi affetti da cecità, da una ristrettezza di vedute che ci circonda come una nebbia di indifferenza.

Volenti o nolenti siamo sottoposti ad un processo di continua desensibilizzazione. È la routine, le giornate sempre uguali, la realtà stessa: ovvia, inalienabile, onnipresente, uguale a sé stessa. Ci riporta alla “modalità predefinita” quella che ci vede gli unici protagonisti, i «sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato».

Siamo così presi dalle nostre piccole preoccupazioni che finiamo col perdere il senso delle cose, delle priorità, dimentichiamo che esistono anche “gli altri” o semplicemente “l’altro da noi” e, senza neanche accorgercene, la dimensione umana sfuma al punto che poi trasecoliamo di fronte a notizie disumane.

Realtà disumane che ci colpiscono come schiaffi in faccia buttandoci fuori dalle nostre modalità predefinite. Non siamo più i padroni anonimi di un piccolo universo di certezze, che si estende al massimo ad inglobare la stretta cerchia dei nostri cari. No. Riviviamo il trauma della cacciata dall’Eden, forse metafora che contrappone l’illusorietà dell’ignoranza alla brutalità della conoscenza.

Così ci ritroviamo a barcollare, destabilizzati dall’ultima bolla mediatica, momentaneamente confusi fino a che non riusciamo a rientrare nella nostra modalità predefinita. Biasimevole, ma illusoriamente rassicurante.

Per esempio quando viene diffuso in rete l’ennesimo video di denuncia sui maltrattamenti agli animali di un mattatoio francese. Non ho avuto il coraggio di vederlo, ma mi sono tornate alla memoria le parole della nonna di Jonathan Safran Foer sull’importanza dei valori, quei valori che, a prescindere dalle religioni (perché qui si varcano confini che portano in luoghi pericolosi), possono essere una spinta positiva ad uscire dalle nostre “modalità predefinite” e ad allargare i nostri orizzonti.

Se niente importa (perché mangiamo gli animali?), non è solo un viaggio, che riviviamo attraverso gli occhi dell’autore, alla scoperta delle condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, c’è molto di più, solleva domande, su chi siamo, o su cosa vogliamo essere, perché nelle trincee quotidiane dell’esistenza una domanda, o un libro, possono fare la differenza.

Di seguito i link:

Questa è l'acqua di David Foster Wallace, edito Einaudi.

Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer, edito Guanda.

 

 

 

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