Il mistero delle 36 foto della Casilina Cercare una donna e trovare l'arte

Daniele Spanò cammina senza meta per dimenticare un amore. Ma ne trova un altro in bianco e nero: è l'inizio di un'investigazione artistica su sfondo romano.

«Chi è lei?» è la prima domanda che sorge dando uno sguardo a queste fotografie. Ed è la stessa che il 15 gennaio di due anni fa si è fatto Daniele Spanò – regista e artista visivo romano – ritrovandole vicino un cassonetto su via Casilina vicino a Piazza di Porta Maggiore. Un incontro fortuito, durante una «passeggiata per dimenticare, in un giorno molto complicato della mia vita» racconta Spanò a Ril. Sono 36, in bianco e nero, formato 12x18 cm, in buone condizioni, come se fossero state lasciate lì da poco.

«Di solito capita di trovarne una ma questa era una quantità importante – ricorda oggi – quindi mi avvicino e vedo la stessa donna ritratta in tutte queste foto». Sopra il mucchio, ci sono tre carte da gioco: tre, sette e otto di fiori. Infine, anche la custodia delle stampe di colore arancione. Sempre più incuriosito, le raccoglie e, notando anche l’alta qualità della carta stampata, decide di portarle a casa per cercare qualche indizio. L’ubicazione  – via Casilina è una strada senza abitazioni – e l'oggetto del ritrovamento sono abbastanza misteriosi da spingere il regista ad approfondirne la provenienza.

Innanzitutto le osserva meglio: la donna è sui quarant’anni, è molto bella, compare sola e in posa su tutte le stampe. Ma in tre scatti invece è in compagnia di un uomo, un po’ Alberto Sordi ma più bello. Spanò si rende conto quindi di due cose: «Primo, che erano state scattate palesemente da un innamorato». «E lei - continua - si vede che è di fronte a qualcuno che ama». Secondo, quelli in cui i due compaiono insieme sono degli autoscatti, come dimostra la sfocatura del piano su cui probabilmente è stata poggiata la macchina. Ciò significa che l’autore delle foto è anche l’amante del loro principale soggetto.

Sul retro delle carte da gioco, inoltre, è contrassegnato il logo della Banque Copine – una banca belga fallita negli anni ’80 – mentre sul retro delle fotografie sono riportate alcune sigle (270B Nannini Roma -3.9.61, e 101k Nannini Roma -0.8.62): «Nannini - spiega il regista trentottenne - era un vecchio studio di stampa fotografico di Roma che, ahimè, ha chiuso». Le sigle invece potrebbero riferirsi al numero di copie. Sullo sfondo di questo amore dal sapore di altri tempi, si scorgono elementi che, lo stesso Spanò riconosce, non possono che appartenere alla Città Eterna: «il muretto, il travertino, con sotto il mattonato e dietro i pini…». O ancora, una fioriera sulla colonna che potrebbe sembrare il Pincio e poi le panchine sono quelle, rassicura. Non si tratta di una riconoscibilità forte ma di tanti indizi a suggerire un’atmosfera che solo un romano potrebbe sentire. «E questo è molto misterioso: capisci il mondo, l’amore, la stagione ma non c’è qualcosa che ti dice effettivamente che quella sia Roma». A questo punto Spanò decide di iniziare un’indagine investigativa a modo suo per rintracciare il legittimo proprietario degli scatti: da una parte, mettendo a disposizione di artisti, scrittori, musicisti – «mi hanno mandato pure un brano per lei» – o fotografi il materiale che possono così rielaborare in opere d’arte pubblica; dall’altra, aprendo un blog e pagine social. E così l’occasione arriva con l’evento di chiusura dei Mas (Magazzini allo Statuto) – un Mall de noantri storico – punto di riferimento per tutti i costumisti e teatranti nello spettacolo romano, che chiede agli artisti di mettere delle opere in vetrina: Spanò sceglie di mettere in bacheca la stampa di una rielaborazione ricevuta da Edoardo Civitella, artista romano, il quale sovrappone il tema delle carte da gioco alle fotografie.

Invitato da Nicola Rotiroti, Spanò partecipa anche all’inaugurazione dello Spazio Y al Quadraro. Qui porta il materiale in una teca di vetro e invitando tutti a contribuire a rielaborare. O ancora in occasione del RGB Festival, invece, con Daniele Davino, light designer, monta dei microproiettori in alcuni vecchi fari da teatro, sui quali compaiono le sequenze delle fotografie. È un progetto semplice, che si autoalimenta, ma anche molto intimo per Spanò: il giorno del ritrovamento si era separato dalla compagna e quelle foto gli sembrarono un segno del destino: «separarmi dal più grande amore della mia vita e incontrare un altro amore di una sconosciuta per strada è stato forte» confessa.

A due anni esatti di distanza da quel giorno, Spanò rinnova il suo appello: al proprietario delle foto, perché possa restituirgliele; e agli artisti, perché lo aiutino nel creare nuove storie diverse, tutte vere: «perché alla fine è quella un po’ la domanda: la verità delle cose sono tutte le cose che uno pensa. I ricordi si tengono vivi proprio su questo».

 

Post Scriptum: Daniele Spanò è in scena al Teatro India, con Aminta. S’ei piace ei lice, una installazione video-audio dell’opera di Torquato Tasso. Dopo anni di buio, ci dice, «c’è un grosso fermento nell’underground dell’arte, soprattutto nella zona est di Roma, tra Pigneto e Torpignattara… ed è in ascesa dal basso».

 

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