Nella vita di Steno la storia di un'Italia «così forte che poteva anche prendersi in giro»

La Farm Studio Factory, società di produzione umbra, ha voluto dedicare un documentario che ricostruisse la vita professionale e la dimensione privata del celebre regista. Intervista ad Alberto Fabi, coautore insieme a Marco Dionisi.


«Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno».

Chi non ricorda la celebre battuta pronunciata dal mitico "Nando" Mericoni, alias Alberto Sordi, nel film capolavoro Un americano a Roma. O il tormentone del principe della risata, Totò, «Ma mi faccia il piacere». O ancora le gag di Mandrake, Er Pomata e il Micione, protagonisti del cult movie Febbre da Cavallo. Tutti personaggi che hanno saputo incarnare magistralmente i vizi e le virtù, i tentativi di emancipazione e gli involgarimenti degli italiani del boom. Un tuffo nella romanità di quegli anni e a fare da sfondo, i luoghi simbolo della Capitale, che a rivederli oggi, si accende un pizzico di nostalgia per quella Roma che non c'è più, per quei personaggi romantici senza pretese, ma genuini. Sono gli anni della commedia all’italiana, una creazione di Cinecittà. Era il periodo della Dolce Vita e dei caffè di via Veneto.

A regalare a questi interpreti dialoghi immortali, alcuni giganti del cinema italiano, tra cui Steno. Proprio a lui, la Farm Studio Factory, società di produzione umbra, in occasione del centenario della nascita (19 gennaio 1917) ha voluto dedicare un documentario che ricostruisse la vita professionale e la dimensione privata del celebre regista, attraverso interviste che rivelano aspetti per molti versi inediti. Diretto da Alberto Fabi, coautore Marco Dionisi, direttore della fotografia Luca SantagostinoL’Italia di Steno (questo il titolo provvisorio), realizzato in collaborazione con 39Films, casa di produzione Italo Argentina, il documentario restituisce uno spaccato di storia del cinema e della città assolutamente da ricordare.

Alberto Fabi, come nasce l’idea del documentario?

«In realtà casualmente, da una banale discussione sull’anno di nascita di Steno; infatti molti siti riportano il 1915 mentre in realtà è il 1917! Poi va da sé che è stato un personaggio incredibile e ricostruire la figura di un uomo di così grande cultura, un intellettuale fine di cui si conosce molto poco, è una sfida talmente interessante che andava colta al volo. E quale momento migliore della ricorrenza del centenario della nascita? Parliamo infatti di un giornalista, un conduttore radiofonico, uno scrittore, sceneggiatore di 150 film, vignettista, illustratore e battutista del "Marc’Aurelio", incarnazione di una vivacità intellettuale di grande spessore che oggi manca. Sicuramente diverso da registi come Fellini o Antonioni ma non per questo meno importante. Anzi, da apprezzare la sua vena innovativa, pur ispirandosi ai grandi come Billy Wilder».

 Cosa le piace dei film di Steno?

«Insieme a Dino Risi, Monicelli e Comencini è stato tra quelli in grado di raccontare con leggerezza tematiche che di leggero non hanno assolutamente nulla, oltre alla grande capacità di creare personaggi eterni. Quando parliamo di Steno, il riferimento è a un cinema che è l’ossatura della commedia all’ italiana, a cui molti si sono ispirati in passato e si ispirano tuttora».

C’è qualcuno che oggi ha raccolto quell’eredità?

«Non tanto nel cinema nostrano, devo dire; lo ritrovo invece nelle commedie britanniche, tipo Full Monty, per intenderci, forse perché in quegli anni con il neorealismo il cinema italiano ha creato dei personaggi unici che raccontavano, in un clima tragicomico, un Paese, tutto sommato forte; invece oggi quell’identità l’abbiamo in parte persa e quella magia che avevano dentro di sé alcuni dei protagonisti ha fatto spazio ad una crisi etica e di valori. Non a caso il cinema è lo specchio del Paese!».

Tra i contributi raccolti, quale testimonianza emerge con più forza?

«Il docufilm uscirà a settembre, per il momento ho intervistato Ricky Tognazzi, i figli Enrico e Carlo Vanzina, Delfina Metz, figlia di Vittorio, uno degli autori di "Marc’Aurelio", la famosa rivista satirica degli anni trenta, e quello che mi ha più colpito è la descrizione di come vivevano il cinema all’epoca, quando tutti erano legati tra di loro, scrivevano assieme, collaboravano, erano coesi».

Vaglielo a spiegare oggi a Soldatino, King e d'Artagnan!

 

La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospiterà dal 12 aprile al 5 giugno una mostra monografica Steno, l'arte di far ridere - C’era una volta l’Italia di Steno. E c’è ancora.

 

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