Prende il via il Mese del documentario, Il regista Civati: “È l’arte a tenere viva Roma”

I consigli di Ril sui documentari da non perdere, tra questi “Castro” di Paolo Civati sulla città dei dimenticati


È tornato anche quest’anno Il Mese del Documentario, iniziativa di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani in collaborazione con la Casa del Cinema di Roma , con il sostegno di SIAE Società Italiana degli Autori ed Editori e della Regione Lazio alla. Fino al 19 febbraio 2017 si rinsalderà così il rapporto tra grande pubblico e cinema documentario, «con l’iniezione nel sistema cinematografico e culturale di nuove forme estetiche e narrative per un pubblico in divenire» come sostiene il direttore dell’evento Pinangelo Marino, direttore di Quaderno del Cinema reale.

Il Mese del Documentario ha tra le sue principali caratteristiche il fatto di essere presente contemporaneamente in numerose città Italiane e a seguirlo c’è un pubblico attento e sensibile, desideroso di conoscere il mondo e le sue storie, con un intrattenimento che muove sentimenti , riflessioni e risate. Un pubblico – come sostiene il coordinatore Davide Morabito del direttivo di Doc/it – «che scopre, sperimenta nuove fruizioni e tecnologie».
Tra i film in programmazione Ril segnala: The Dreamed Ones (Austria, 2016, 89ʹ) di Ruth Beckermann, che porta al presente uno dei carteggi più struggenti e significativi del ‘900: la corrispondenza che ha coinvolto due fra i più grandi poeti della loro generazione: Ingeborg Bachmann e Paul Celan; Un altro me (Italia, 2016, 82ʹ) di Claudio Casazza, girato nella casa di reclusione di Bollate (Milano) dove ha luogo il primo esperimento italiano di “trattamento intensificato” per prevenire la recidiva dei reati sessuali; Les Sauteurs (Danimarca, 2016, 82 ́) di Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibé che raccontano le storie dei migranti che si ammassano a Melilla, l’enclave spagnola in Marocco, con la speranza di raggiungere l’Europa; Weiner (USA, 2016, 100ʹ) di Josh Kriegman, Elyse Steinberg, che ritrae Anthony Weiner, discusso politico statunitense; You Have No Idea How Much I Love You (Polonia, 2016, 75ʹ) di Paweł Łoziński, dove Ewa e Hania, madre e figlia, sono filmate durante le loro delicatissime sessioni di psicoterapia; Pescatori di corpi (Svizzera, 2016, 64ʹ) di Michele Pennetta girato su un peschereccio “fuorilegge” del canale di Sicilia, tra naufragi e malavita.

Tra i documentari in concorso ne troviamo uno a tema romano: Castro di Paolo Civati (Italia, 2016, 82ʹ), un regista che ha fatto della Capitale il suo luogo di ispirazione. E a Ril racconta il significato della sua opera dedicata agli abitanti di un palazzo occupato a San Giovanni.

Il Castro era un’occupazione abitativa romana, un rifugio per gli esclusi, una casa per tanti ma di nessuno. Ma chi sono gli esclusi di Roma ?

«Gli esclusi non sono di moda e la loro situazione non si immagina fino in fondo. Questo film vuole portarli in primo piano, avvicinarci ad osservare bene la loro condizione. È l’umanità dell’occupazione delle case e non la parte politica dell’occupazione. Il mio lavoro nasce da oltre un anno di riprese, ho voluto mettere in evidenza che esistono questi luoghi perché il saperlo non è così scontato. Il Castro è il luogo dove si incontra una donna trattata come delinquente perché ha una pensione troppo bassa. È l’intimo di tutte le persone filmate nelle loro case, racconto scene dedotte da un innesco drammatico in una coralità d’insieme».

Chi vive nel Castro?

«I personaggi sono tanti: persone anziane; una coppia giovane, Claudio e Debora che si amano molto e tanti bambini che giocano. Al Castro vive una unità di 40 famiglie. Ne ho scelte alcune. Il film ha una poetica delicata, parla di esseri umani. È la prossimità rispetto a questa umanità che rende il racconto universale: scoprire che c’è questa situazione che è un qualcosa a metà tra l’esistere e il non esistere. È il maggior tentativo di sollevare domande in maniera deduttiva per spingere lo spettatore a porsi questioni morali».

Ma Roma non è solo questo. Che cosa è Roma per te?

«È la città in cui ho passato metà della mia vita, avendo 39 anni ed essendo io lombardo. Le cose che ho costruito a Roma le ho costruite in base ai rapporti umani e non al lavoro. Una città splendida e bella: una sorta di malessere positivo quasi irrinunciabile».

Progetti futuri?

«Sono co-direttore artistico della Compagnia Teatro del Carretto di Lucca. Con loro ho chiuso una nuova produzione teatrale, David. Porterò in giro anche lo spettacolo teatrale I conigli non hanno le ali. Ho poi due nuovi progetti cinematografici, uno sull’imprescindibilità dei figli dai propri genitori e l’altro sulle libertà sane in Svizzera. Se accade qualcosa – artisticamente – a Parigi e Londra allora può accadere anche a Roma. E finché ciò sarà non impossibile, diciamo così, allora Roma vivrà».


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Nato a Roma nel '65. Giornalista pubblicista dal '93. Addetto stampa dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. E’ un appassionato di teatro. Ama viaggiare sia per lavoro che per piacere per scoprire mondi nuovi.