Salti e corse a perdifiato, il Parkour conquista la Capitale

«da grandi si torna a essere piccoli perché non c'è alcuna competizione se non quella con se stessi e i propri limiti» spiega a Ril il maestro di Parkour Marco Bisciaio


Corsa a perdifiato e salti come cavallette tra le strade, i vicoli e i tetti delle nostre città, il tutto condito da una buona dose di incoscienza e spavalderia di fronte al pericolo. Sono queste le idee più semplici e immediate che si associano al Parkour, disciplina che negli ultimi anni ha trovato il proprio piccolo habitat nel tessuto culturale nostrano e romano. Arrivato in Italia nel 2005, il Parkour è riuscito subito a lasciare un segno. Nel 2007, infatti, la Provincia di Roma lo ha riconosciuto come un fondamentale vettore di comunicazione per trasmettere alle nuove generazioni l'importanza di affrontare ogni problema nel rispetto di sé e del mondo che li circonda.

Catalogare questo insieme di movimenti ribelli per natura non è semplice. Etichettare il Parkour come sport sarebbe la soluzione ideale: preparazione fisica e atletica, grande sforzo di tutto l'apparato muscolo-scheletrico e un'elevata propriocezione sono, infatti, i principi alla base di questa disciplina. Nonostante questo in Italia il Parkour non è stato ancora riconosciuto ufficialmente dal Coni (quindi, in parole povere, questa attività non riceve alcun fondo statale) come invece ha fatto dal governo britannico che dieci giorni fa ha deciso di considerarlo un'attività sportiva. Questa ambiguità italiana, ma non solo, lascia la "disciplina" in una terra di mezzo. C'è chi la ammira, come i molti giovani che lo praticano o più semplicemente ne apprezza le gesta tra viedo e cinema (Banlieue 13 di Luc Besson). E chi lo vede come un qualcosa di eversivo e al di fuori dei canoni.

Sul territorio romano, il Parkour ha preso sempre più piede e sono numerose le palestre che hanno aperto le porte a uomini e donne di tutte le età che hanno voluto cimentarsi in questa lotta contro i propri limiti che tempra fisico e mente.

«Chi, come me, insegna il Parkour non si limita a far allenare solo il fisico. Si parte da un'educazione alla responsabilità affinché ci si comporti sempre con coscienza e in sicurezza».

spiega a Ril Marco Bisciaio, allenatore e fondatore di ParkourRoma che ha da sempre avuto come obiettivo quello di «portare la città nelle palestre». Ed è proprio nelle palestre che Bisciaio, ex-atleta Azzurro di Ginnastica con alle spalle una grande esperienza a livello agonistico nazionale e internazionale, porta avanti la sua idea di Parkour. Da Casal Palocco alla Pisana, passando per Pietralata e Boccea i suoi corsi hanno raccolto negli anni numerose attenzione da parte di giovani e non solo.

«Alleniamo bambini dai cinque anni in su. La maggior parte dei nostri iscritti hanno tra i quindici e i trenta anni, mentre il più anziano ne ha 59. L'età è solo un dettaglio anagrafico, perché con il Parkour avviene un'involuzione: da grandi si torna a essere piccoli perché non c'è alcuna competizione se non quella con se stessi e i propri limiti».

Superare i propri limiti senza soffermarsi sull'aspetto agonistico. È proprio quello che insegna la storia del Parkour, nato come un allenamento di stampo militare di inizio Novecento e poi convertito in "streets sport" da un gruppo di ragazzi francesi - gli Yamakasi - tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta. Non solo un'attività di educazione fisica e sportiva, ma anche un modo di vivere che può considerarsi una cultura. Non a caso, il Parkour è stato utilizzato anche come mezzo per educare i giovani al mondo che ci circonda ed è stato anche il veicolo utilizzato dal progetto Fiaba Onlus per l'abbattimento delle barriere architettoniche presenti a Roma e in moltre altre città italiane.

 

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Romano di nascita, romano «de Roma Sud» d'adozione. Classe 1988, giornalista professionista dal 2015 con la passione per... un po' tutto. Dallo sport - amore giovanile, attuale e senile - al cinema, alla musica, passando per la sempre affascinante cronaca cittadina. Dovevo fare l'ingegnere informatico, ma un paio di occhiali da nerd non hanno mai ingannato il sogno di scrivere. E poi, a me, le cose semplici non sono mai piaciute.

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