Laura Peres, Leblos, caramolle su rame e cianotipia

Shoah tra passato e presente: la percezione della memoria

Fino al 3 marzo presso la Casa della Memoria e della Storia una collettiva di opere grafiche e fotografiche ricorda la tragedia della Shoah attraverso gli “sguardi” interpretativi di artisti contemporanei

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale fondamentale, che ogni anno ricorda a noi tutti, commemorando le vittime dell’Olocausto, un triste capitolo della Storia dell’Umanità. Istituita nel 2005, venne scelta come data simbolica il 27 gennaio, perché in quel giorno del 1945 le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Giorno quindi di presa di coscienza collettiva, il 27 gennaio rappresenta il momento cruciale e drammatico della scoperta e dell’avvio delle testimonianze dei sopravvissuti. Le parole di chi, con dolorosi e immotivati sensi di colpa, poteva dire di “avercela fatta”, divennero necessarie per aprire gli occhi a tutto il mondo, anche a chi non voleva vedere di quale orrore si era macchiato il governo nazista e di quale nefandezze poteva essere in grado il genere umano.

Ogni anno anche Roma partecipa attivamente a questa commemorazione; sono molti gli eventi e le giornate di studio che vengono organizzate nella capitale in occasione della Giornata della Memoria. Quest’anno la Casa della Memoria e della Storia ha deciso di ricordare le vittime del genocidio nazista con un’esposizione intitolata Shoah: la percezione e lo sguardo del contemporaneo nella fotografia e nella grafica d’arte, a cura di Bianca Cimiotta Lami, Toni Garbasso Giorgia Pilozzi.

In mostra le opere grafiche e fotografiche di artisti provenienti da percorsi diversi, accomunati dall’intento di invitare il pubblico a una rinnovata riflessione sui tragici eventi della Shoah attraverso la visione di opere interpretative anziché storiche o celebrative. Per la sezione fotografia, sono presenti le opere di Andy Alpern, Dario Bellini, Carlo Maria Causati, Marzia Corteggiani, Valerio De Berardinis, Gerri Gambino, Roberto Steve Gobesso, Teresa Mancini, Cristina Omenetto, Francesco Radino; per la sezione grafica Alessio Consiglio, Valeria Gasparrini, Alessandro Fornaci, Susanna Doccioli, Giorgia Pilozzi, Marcello Fraietta e Laura Peres

Mediante linguaggi contemporanei differenti, ogni artista è partito da un ricordo o un racconto ricercato, da un’immagine o una testimonianza documentaria attinente il tema di riflessione. Alcuni si sono concentrati su un personaggio storico, altri su un evento specifico, altri ancora su una storia di vita ereditata dai ricordi familiari oppure completamente immaginata; tutti, comunque, seppur con differenti medium espressivi e sensibilità, hanno trovato il proprio punctum di indagine, la traccia da cui partire per tessere i fili di una trama storica che appartiene ad ognuno di noi.

Le opere in mostra vogliono essere la persistenza di visioni personali intrecciate oltre il tempo, binari paralleli che collegano il passato con il presente, spingendoci ancora oggi al dialogo, alla riflessione, alla messa in dubbio delle nostre fragili certezze.

Interessante Passaggio della memoria di Marzia Corteggiani, che ha voluto fotografare i giocattoli di Fritz Billig; quest’ultimo, all’avvento del Nazismo, lasciò la nativa Vienna alla volta di New York portando con sé i propri giochi. Nella nuova città d’adozione, Billig continuò a collezionare giocattoli e, pensando ai bambini meno fortunati finiti nei campi di concentramento, arrivò ad affermare «con i giocattoli tutti i bambini sono uguali».

In Memorie, Alessia Consiglio incrocia quattro storie, quelle di quattro adulti che hanno vissuto durante l'infanzia il dramma della deportazione. Il gioco è improvvisamente interrotto; il bambino è costretto a crescere, a cambiare identità, a nascondersi senza comprendere le regole dei più grandi.

In …Come particelle, quelle che ancora tu qui mi respiri, Teresa Mancini ricorda il nonno Vittorio deceduto in un campo di concentramento: «Ho annaspato con le mani e con le unghie, ho lasciato traccia della mia presenza e i tuoi occhi ritrovarono su quel muro le tracce di me […] Spesso ho alzato gli occhi al cielo affinché tu qui mi trovassi… affinché la mia fine avesse un respiro. Il tuo».

Valerio De Berardinis, con la fotografia Rachele Sonnino “mai nata”, immagina invece una donna adulta in realtà mai esistita: Rachele è una mamma che gira per la città con l'anziana madre e la piccola figlia, come se la deportazione ebraica non avesse interrotto così violentemente la possibilità della sua nascita.

Susanna Doccioli espone Decoro d’arte, un libro d’artista stampato con la tecnica xilografica, caratterizzato da intagli e inserti di stoffe e cuciture. Nel libro sono visibili i simboli della memoria, come i triangoli che rievocano quelli cuciti sulle divise dei prigionieri nei lager. Il filo che lega le pagine – le pagine della Storia – rappresenta la memoria, la constatazione di quello che è stato e che potrebbe di nuovo abbattersi sull’uomo; è l’eterno legame tra il passato e il presente, ma anche l’opportunità di tornare a  vivere attraverso la ricucitura delle ferite.

 
D’oro la decoro
Perché la ferita resti tale
Di vuoto ho segnato l’orrore
Perché tu possa guardarlo
Là dove il cuore batteva
Sangue e lacrime evaporano
Intorno al disegno
Giardini
Che l’anima accolgano

In K come Kesserling,  secondo una visione capovolta della realtà, Marcello Fraietta immagina una malattia che salva l’uomo. L'idea dell’artista ha origine dalla storia del medico Vittorio Emanuele Sacerdoti, che con la complicità del primario Giovanni Borroneo salvò la vita di ventisette ebrei simulando la malattia e producendo false cartelle cliniche. Gli ebrei, ricoverati all’ospedale Fatebenefratelli, riuscirono a eludere i controlli e a salvarsi.

Interessante anche la proposta di Laura Peres in Leblos, caramolle su rame e cianotipia, opera grafica che si sofferma sulla suggestiva immagine dei passi: i passi, uno dietro l’altro, come quelli dei prigionieri che incedono verso una sorte a loro ancora ignota. Appese, come in un'unica trama, le foto-tessera dei perseguitati. La stessa Storia viene interpretata dalla Peres come un percorso che si intraprende senza nessuna possibilità di scelta, se non la consapevolezza che nell’inesorabile destino un «passo, seppur lento ed esamine, procede pur sempre al passo».

Alessandro Fornaci espone Theo d’OR, un progetto grafico che ruota intorno alla figura storica di Theodor Herlz, ideatore del partito Sionista internazionale, il quale dalla fine dell’Ottocento, di fronte alla diffusione delle teorie antisemite, espresse l'esigenza di ridare al popolo ebraico una terra promessa. 

In occasione della mostra, abbiamo incontrato Alessandro Fornaci, che ha risposto alle nostre domande.

La mostra in corso vuole essere un incontro di sguardi contemporanei sulle vicende passate dell'Olocausto. In che modo i vari artisti si sono relazionati a questa tematica?

Considerando il distacco generazionale, quindi di esperienza storica, da quelli che sono stati gli accadimenti sociali, politici ed economici che hanno riguardato l'Europa a cavallo tra il XIX e XX secolo, un distacco anche forzato, per le generazioni attuali, se prendiamo atto che la storia la scrivono solitamente i vincitori, omettendo o mistificando spesso accadimenti più o meno isolati ma che ad una analisi approfondita, si può riscontrare, partecipino della stessa natura del tutto.
Ora molti nostri contemporanei, artisti e non, hanno l'idea che i fatti storici legati alla Shoah, si possano leggere in una unica linea filologica, fatta di un'antagonista e un protagonista, di un buono e un cattivo, dove naturalmente il nemico dell'umanità nazista stermina sei milioni di persone appartenenti ad una minoranza etnica che non si allinea a quella idea ariana di genoma eletto.
Per questo molte opere che spesso si dedicano a questa ricorrenza rimangono sospese in un non tempo, dove si trova spazio solo per atrocità e dolore, quindi o ci si rifugia nel particolare, del lembo di cappotto, o nei visi sorridenti dei passaporti, a ricordo dell'identità delle vittime, o dei luoghi di questo orrore, che rasenta la follia omicida più crudele, quindi inenarrabile, oppure ci si rifugia in un'opera concettuale, che a volte racconta un aneddoto simbolico, cromatico, altre volte si concentra su di un elemento archetipico, focalizzando l'attenzione a volte su tutto quindi spesso anche su niente.

L'arte diventa un modo alternativo per riflettere e rileggere il passato. Tu sei partito da un preciso personaggio storico per trovare la tua chiave interpretativa. Vuoi spiegarci brevemente come è nata la tua opera?

L'opera nasce ripescando alla memoria alcuni racconti di mio padre, Salvatore Fornaci, nato nel gennaio del 1919, il quale per una innata capacità sia dialettica che umana aveva sempre intrattenuto relazioni ed amicizie negli ambienti più variegati, conoscitore dei testi sia sacri che profani della letteratura tradizionale orientale ed occidentale, aveva sempre ritenuto interessante notare come nel caso della Shoah sia il carnefice che la vittima, avessero la convinzione che il loro genoma fosse stato eletto da qualche Elohim per dargli la supremazia di dominare su tutti i popoli della terra. Ancora più interessante è stato notare pochi anni fa, grazie ad un altro Maestro di vita Stefano Pallagrosi, come il programma di sterminio delle SS, abbia compiuto una profezia biblica nella quale si voleva proprio offrire in olocausto (quindi dare alle fiamme) un preciso numero di sudditi in attesa del nuovo Messia.
A mio avviso la figura del fondatore del Partito Sionista Internazionale Theodor Herlz, ruota intorno ad una serie di accadimenti centrali nella vicenda della Shoah, che in qualche modo a sua volta profetizza, grazie ad una pressante propaganda mediatica stimolata dall'asse sionista anglo-americano già dai primi del Novecento, che accusava l'impero Russo di esercitare dal 1870 azioni di repressione e sterminio nei confronti di sei milioni di ebrei, che erano in fuga e bisognosi di aiuto. Vi furono raccolte di fondi a sostegno di questi diseredati che furono utilizzate non per dare un aiuto reale ai poveri dispersi per mezza Europa (cosa oltremodo impossibile), ma vennero investiti nell'idea madre del partito sionista, cioè chiedere a tutte le potenze dell'epoca un pezzo di terra per costituire la promessa Israele, presa coscienza che con le buone non si sarebbe arrivati a nessun risultato, il destino ha voluto che il partito nazional socialista continuasse il lavoro iniziato dai russi settanta anni prima, così da giustificare dopo la guerra finalmente la costituzione dello stato israeliano in una Palestina che con la caduta dell'impero Ottomano era diventata colonia Inglese.
Ora per fare luce su molti interrogativi che vedono il realizzarsi di questo progetto sionista si richiederebbe una lunga disquisizione, in un campo più che minato da idee preconcette e preconfezionate, come antisemitismo, dietrologia e negazionismo. Perché nella realtà l'impianto storico di matrice occulta che si dipana dalla prima alla seconda guerra mondiale vede l'operare di numerose entità di matrice iniziatica, quindi economico/politica che hanno agito spesso subdolamente nel finanziare e supportare movimenti ed entità, per poi combatterli e demonizzarli.
Nella mia opera si vuole evidenziare l'aspetto centrale di questa testa di Theo d'Or che come matrice aurea riproduce una immagine, che, a somiglianza di altri supporti interconnessi comunica questo stato di pericolo, sollevando un problema; si può osservare una relazione, così da innescare una soluzione, che nel mio caso si traduce nel trasformare, grazie alla controstampa, il ritratto del filosofo in una montagna piramidale, con un occhio al centro, a memoria della millenaria matrice una e trina che da sempre decide sul nostro futuro.
 
Casa della Memoria e della Storia
Shoah: la percezione e lo sguardo del contemporaneo nella fotografia e nella grafica d'arte
2 febbraio - 3 marzo 2017
Via San Francesco di Sales, 5
060608 - 066876543
La mostra è realizzata nell'ambito della Settimana della Memoria e da parte di Memoria Genera Futuro
L'esposizione è a cura della Fiap Lazio e Fiap Nazionale
in collaborazione con la Stamperia del Tevere
promossa da Roma Capitale - Assessorato alla crescita culturale - Dipartimento Attività Culturali
in collaborazione con Zètema Progetto Cultura
Ingresso libero, dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.30 alle 20.00

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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