Una vita da "sbirro" nella Città a mano armata. "Il mio più grande rimpianto? L'omicidio di via Poma"

Antonio Del Greco e Massimo Lugli, uno "sbirro" e un giornalista, rimettono insieme il racconto dei grandi e piccoli casi di nera della Capitale. E ci raccontano come è cambiata - e diminuita - la violenza nelle strade.


Confini è stato il tema di quest’anno di LibriCome, la Festa del Libro e della Lettura di Roma, all’Auditorium Parco della Musica, che ha scelto di inaugurare questa ottava edizione organizzando contemporaneamente 13 presentazioni negli spazi del circuito Biblioteche della Capitale.

E i confini della criminalità sono proprio quelli esplorati dalla - verrebbe da dire - strana coppia composta  dal giornalista di nera, Massimo Lugli e dall’ex poliziotto Antonio del Greco, nel libro Città a mano armata (Newton Compton Editori).

Antonio Del Greco, sguardo fiero, modi garbati e un’inequivocabile faccia da sbirro, è un tipo che conquista. È stato dirigente della sala operativa e funzionario della squadra mobile di Milano; trasferito in seguito ad un ferimento alla questura di Roma, per oltre 11 anni ha diretto più sezioni, dalla omicidi all’antirapina. Grande amico di Nicola Calipari, l’agente dei servizi segreti rimasto ucciso, a Baghdad, mentre scortava la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, in questa intervista racconta a Ril alcuni aspetti inediti dei casi più scottanti della storia criminale del nostro Paese.

Del Greco, ci racconta come nasce questo libro?

«Da una chiacchierata tra vecchi amici durante uno dei soliti incontri, è stata un’intuizione di Massimo (Lugli ndr), anche perché io non sono uno scrittore. Gli ho fatto una sola raccomandazione: che il libro non fosse un’esaltazione della criminalità di Roma né un’autobiografia. Avrebbe dovuto raccontare, piuttosto, come si svolgono le indagini dal backstage, cercando di evidenziare i fatti belli e brutti, visti da una doppia angolazione, quella del giornalista e quella del poliziotto, naturalmente. Ne è uscita fuori una serie di racconti polizieschi che sembrano dei film, se non fosse che non hanno sceneggiatura!».

A quali casi si è più appassionato?

«Mi ha sicuramente colpito la storia del Canaro della Magliana, il primo caso di vendetta, sfuggito alle regole del rivolgersi alle istituzioni, legato all’ambiente e allo sfondo sociale del quartiere in cui vivevano i personaggi. Pietro De Negri era piccolo, mingherlino, dapprima un tipo mite, intimorito da tutti, poi durante l’interrogatorio nel quale si accusò di rapina per sfuggire all’accusa di omicidio dell’ex pugile Giancarlo Ricci, quando iniziammo a stimolarlo offendendolo, cambiò voce. Ci spaventò tutti e iniziò a raccontare nei dettagli tutte le torture inflitte alla vittima prima di finirlo. Fu davvero orribile».

Quasi 100 omicidi risolti, qualche rimpianto nella sua lunga carriera?

«Durante la mia permanenza nella squadra mobile di Roma ho avuto l’opportunità di occuparmi dei casi più importanti accaduti tra gli anni ’80 e 2000. In quel periodo la banda della Magliana imperversava rappresentando la parte più rilevante della nostra attività professionale, anche se lungo questo percorso c’era tutta una realtà quotidiana fatta di truffe, omicidi, rapine. Sicuramente il rimpianto più grande è non avere risolto il delitto di via Poma, il primo caso seguito con il nuovo codice. Ricordo ancora che il primo interrogatorio fatto in carcere a Pietrino Vanacore non dormivo da 72 ore, tanta era la volontà di portare a termine l’indagine».

Cosa l’ha colpita di più di quell’omicidio senza colpevoli?

«L’immagine di quella ragazzina a terra in un lago di sangue, oltre ad avermi colpito emotivamente, devo ammettere che in parte mi condizionò, soprattutto per la pressione mediatica e quella esercitata dai miei superiori. Il capo della polizia prima di allora lo vedevo solo nelle cerimonie ufficiali, in quel caso invece mi telefonava 2 volte al giorno! Insomma, sentivo addosso il peso della responsabilità e ogni volta che sembravamo avvicinarci alla soluzione, incredibilmente si tornava indietro anni luce. In quella stessa settimana risolsi 3 omicidi altrettanto efferati ma di quelli naturalmente non si ricorda nessuno!».

Dagli anni ’80 ad oggi com’è cambiata Roma in questi 40 anni?

«È cambiata tantissimo anche nel modo di delinquere, soprattutto è cambiata nell’indagine, completamente diversa rispetto a quella di tanti anni fa. Sono entrato in polizia alla fine degli anni ‘70 e ho avuto modo di conoscere il periodo bianco e nero, fino al 1981, quando avvenne la riforma della pubblica sicurezza che smilitarizzò il corpo. Venivamo dal periodo buio del terrorismo, eravamo tutti giovani che credevano nel proprio lavoro, purtroppo però ci trovavamo di fronte a situazioni particolarmente violente che non ci aspettavamo e a cui non eravamo preparati. Nel tempo la situazione è migliorata, per la maggior parte delle tipologie di reati registrati dalle forze di polizia infatti, c’è una tendenza alla diminuzione anche se c’è più percezione di insicurezza della gente».

Una fotografia attuale della criminalità sul territorio romano

«Sono cambiate le organizzazioni criminali, non c’è più la banda che predomina, in compenso ci sono le mafie orientali che hanno conquistato un certo potere in ambito cittadino. Quella descritta nel libro è una criminalità sicuramente più casareccia rispetto a quella attuale che è più scientifica, più forte anche se si combatte con maggiore efficacia grazie all’impiego delle nuove tecnologie. Negli anni ’80 la media degli omicidi di Roma andava dagli 80 ai 100, ed erano per lo più omicidi di criminalità organizzata, mentre oggi siamo sui 30 – 35;  anche la violenza di strada che si respirava una volta si è molto attenuata, ma questa è una tendenza mondiale». 

Ci sono  responsabilità della politica?

«I politici italiani sono sempre molto attenti a non sconvolgere il nostro sistema giudiziario perché di riforme di diritto penale in passato ce ne sono state molte; c’è sempre un atteggiamento assai morbido nel trattare determinati argomenti. Manca la cultura del controllo del territorio e a nessun politico entra in testa che invece è un passaggio necessario per rendere la città più tranquilla e avvicinare le persone alle istituzioni».

 

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