C'è un bosco all'Auditorium

Comincia il Festival del Verde e del Paesaggio e per l'occasione un'intera foresta è cresciuta nella cavea di Renzo Piano: è l'installazione firmata, tra gli altri, dal paesaggista Benedetto Selleri con cui abbiamo parlato. Un progetto per far capire che riportare la natura nella città non solo è possibile: è necessario

Dal 19 al 21 maggio, l'Auditorium Parco della Musica sarà il luogo perfetto per vivaisti, paesaggisti, giardinieri, designer, architetti e per tutti gli appassionati di verde, paesaggio, botanica e natura: torna infatti il Festival del Verde e del Paesaggio.

A introdurre, temporalmente e fisicamente, la VII edizione dell'evento è l'installazione Un Bosco per Roma. Si tratta di una vera e propria foresta, visitabile gratuitamente, composta da 90 alberi e allestita nella cavea di Renzo Piano, un progetto che fonde la dimensione architettonica, artificiale e cittadina con quella naturale, richiamando l'attenzione sul ruolo chiave che giocano gli alberi negli spazi urbani. Tra gli autori del progetto, insieme a Fabio Di Carlo e Gaetano Selleri, vi è Benedetto Selleri, paesaggista Aiapp (Associazione italiana architettura del paesaggio) e dottore forestale, nonché socio fondatore di Pan Associati.

Ril lo ha incontrato per parlare con lui del significato di questa installazione e della necessità di riequilibrare il rapporto tra dimensione cittadina e natura.

 

Quali sono i criteri con cui avete strutturato l'installazione Un Bosco per Roma?

L'idea è stata innanzitutto quella di voler fare un allestimento diverso dal solito: un paesaggio temporaneo che richiamasse fortemente il tema della natura nella città. Il percorso migliore per realizzarlo è stato quello di portare una foresta proprio in un luogo dove la natura mancava, di farla planare, per così dire, in questa cavea, posto meraviglioso che si presta molto bene a questo scopo.

Il festival è inoltre l'occasione ideale per arrivare a più spettatori possibili, così da amplificare l'importante storia che questa foresta ha da raccontare.

Oltre al messaggio ambientale, quali implicazioni sociali sono insite in questa installazione?

Forse ancora più che sociali direi esistenziali: per noi è davvero fondamentale che l'uomo rimanga in contatto con la natura, la nostra vita cambia quando questo avviene perché ci sentiamo parte di qualcosa di meraviglioso, ossia la Madre Terra, e viviamo ogni giorno più intensamente. La nostra vita moderna ha creato dei filtri molto forti che ci tengono lontani dalla natura, e non parlo solo della struttura  delle città, ma anche del nostro stesso modo di vivere: penso ad esempio all'abitudine di trascorrere i weekend nei centri commerciali, con una progressiva disconnessione totale dall'ambiente che ci circonda.

Le città in cui la natura è assente sono città che non si comprendono, e quindi parliamo di una questione esistenziale ma anche sociale, perché una città che non si comprende è una città in cui non si vive bene. Si tratta di una vera e propria emergenza ormai, che la maggior parte delle persone ha capito, mentre chi pianifica città e territori no, non sembra averlo ancora inteso.

Crede quindi che oggi sia ancora possibile recuperare un rapporto più equilibrato tra città e natura?

Sì, assolutamente, anche se è un'operazione molto impegnativa. Bisogna stare un po' attenti, perché a volte anche noi paesaggisti sbagliamo, dando troppa attenzione all'aspetto formale. Questa dell'Auditorium è solo una delle tante forme con cui realizzare questo discorso: ci sono infatti molteplici modi per tentare di riequilibrare questo rapporto, come anche inserire un prato o un giardino delle farfalle. L'attenzione a questo aspetto, cioè quello della natura nella città, è fondamentale, e sono convinto che non sia impossibile dargli il giusto peso.

Ci sono delle città virtuose in questo senso?

Sì, e possiamo restare in Italia per citarle. Essendo milanese, conosco ovviamente molto bene l'esperienza della mia città. Penso ad esempio al Parco Nord Milano, che ha una storia particolarissima: nel 1970-71 qualcuno l'ha perimetrato e ha deciso che lì non ci si potesse più costruire. Dagli Anni '80, di tanto in tanto si aggiungeva qualche elemento per arricchire questo enorme spazio, e oggi è diventato un luogo meraviglioso, un polmone verde per i milanesi insostituibile. E la cosa bella è che anche il contesto intorno al parco si sta trasformando.

Milano però è solo uno degli esempi possibili: potrei parlare anche delle esperienze di Bologna, di Pisa... Insomma, i casi ci sono, e dimostrano che un progetto che miri a incrementare una maggior presenza della natura nelle città non è affatto irrealizzabile.

Se avesse carta bianca su Roma, quale sarebbe il primo intervento per la Capitale dal punto di vista degli spazi verdi?

Premettendo che Roma la conosco ma non benissimo, credo che questa città abbia già dei parchi meravigliosi, con una natura spettacolare. Si tratta di un luogo con delle potenzialità enormi sotto questo aspetto. Quello che noto, però, è che c'è purtroppo una condizione d'abbandono davvero preoccupante.

Villa Borghese, ad esempio, per me è uno dei parchi più belli del mondo, ma non versa affatto in una buona situazione. Quindi credo che, se potessi, inizialmente mi concentrerei sulla corretta manutenzione di ciò che Roma possiede già. Una questione davvero importante e spinosa, invece, è quella legata alle periferie: è sicuramente un problema diffuso ovunque, ma qui a Roma sembra essere gigantesco. Se il problema delle periferie romane è quello della coesione sociale, è necessario dunque fare dei progetti paesaggistici che puntino con tutta la loro forza a risolverlo.

Bisogna ragionare con le persone per far sì che il progetto di paesaggio diventi un fattore di semplificazione delle problematiche e di miglioramento delle condizioni di vita. Quindi anche nelle periferie va sicuramente riportata la natura, ma bisogna farlo coinvolgendo le persone, mettendole al centro.

 

Tornando alla vostra installazione qui al Festival, quale sarà il destino di questi alberi?

So che si sta lavorando molto per farli rimanere a Roma una volta concluso l'evento, e lo spero davvero tanto. Se ciò non dovesse accadere, secondo me sarebbe veramente una brutta ferita per la città. Di certo non saranno questi 90 alberi a risolvere i suoi problemi, ma sarebbe un pessimo segnale non farli rimanere qui. 

 

Quale messaggio vorrebbe che restasse ai visitatori di del Bosco?

Il messaggio di questa installazione è a mio avviso molto potente e, soprattutto, comprensibile da tutti. Vorrei che loro riflettessero sicuramente sulla necessità impellente di ristabilire un rapporto equilibrato con la natura, ma mi piacerebbe anche che le persone capissero che fare ciò è realmente possibile.

È la prima volta che si dà vita a un'installazione del genere, e vorrei che fosse chiaro questo: che si può fare. C'è molto lavoro da svolgere e occorre molta sensibilità ovviamente, ma perché non partire da qui per cambiare la città? Io credo davvero che sia possibile, e mi piacerebbe che chi visitasse il Bosco la pensasse poi allo stesso modo.



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