Van Gogh Alive - The Experience: opinioni contrastanti

La tanto attesa mostra multimediale su van Gogh delude il pubblico romano. Il parere dei visitatori e della professoressa Loredana Finicelli.

Nel quartiere storico di Trastevere, presso Palazzo degli Esami, fino al 26 marzo è in corso la mostra multimediale Van Gogh Alive - The Experience, prodotta da Ninetynine e Grande Exhibitions, con il patrocinio del Mibact e dell’Assessorato alla Crescita Culturale del Comune.

L’esposizione dedicata al maestro olandese presenta circa tremila immagini di grandi dimensioni proiettate sulle pareti, sulle colonne e sui giganti schermi allestiti per l’occasione. Come si legge sul depliant:

«la mostra utilizza la tecnologia Sensory4, un sistema unico che incorpora oltre quaranta proiettori ad alta definizione, una grafica multi canale e un suono surround in grado di creare uno dei più coinvolgenti ambienti multi-screen al mondo. Grandi immagini, nitide e cristalline, così reali da desiderare di toccarle con mano, illuminano schermi e superfici che esaltano l’originalità dello spazio espositivo e si accompagnano alle musiche di Vivaldi».

Alcuni miei colleghi hanno già visto la mostra, me la sconsigliano, ma io decido di andare, perché l’arte è innanzitutto un’esperienza personale. Mi incuriosisce perché ultimamente sono state promosse diverse mostre con il sistema tecnologico Sensory4: sempre a Roma The Adventures of Alice, mostra immersiva ambientata nell’universo di Alice nel Paese delle Meraviglie e a Firenze Da Vinci Alive - The Experience, dedicata alla poliedrica personalità di Leonardo

Entro nel Palazzo degli Esami con molta aspettativa, propensione d’animo che presto verrà disillusa dalle diverse mancanze che, a mio avviso, si possono riscontrare in questo percorso espositivo. Nella prima sala, grandi pannelli esplicativi sulla tipologia della mostra multimediale organizzata e sulla tecnologia impiegata. A seguire, la biografia dell’artista e le schede delle opere pittoriche riproposte. La mia attenzione è tutta rivolta alla riproduzione della camera di van Gogh, ricostruzione fedele tratta dalla famosa opera La camera di Vincent ad Arles, olio su tela dipinto dall’artista nel 1889 mentre si trovava nel manicomio di Saint-Rémy.

Ho un primo dispiacere nel leggere dei pannelli didattici eccessivamente semplici, ridotti all’osso, che minimizzano la vita di van Gogh riportando le solite informazioni sulla sua tormentata situazione psichica e sul suo conflittuale rapporto con l’amico-antagonista Gauguin. La selezione delle opere è fantastica: gli autoritratti (Autoritratto con orecchio bendato e Autoritratto, entrambi del 1889) i fiori (Iris, Ramo di mandorlo in fiore, Girasoli), gli oggetti di vita quotidiana (La Sedia di Vincent e la sua Pipa) e i paesaggi notturni o premonitori di morte (Notte stellata sul Rodano, Notte stellata, Campo di grano con volo di corvi). Eppure, anche in questo caso i pannelli sono un po’ deludenti perché mancano di un’analisi storico-critica delle opere; non c’è una contestualizzazione del periodo e non si riscontrano riflessioni né delucidazioni sullo stile di van Gogh, artista che ha mutato il sentire dell’arte moderna aprendo la strada a percorsi e mutamenti mai immaginati fino ad allora.

Resto comunque fiduciosa, d’altronde questa non è una mostra con opere reali di van Gogh e, come leggo, vuole essere «un viaggio poetico tra i capolavori dell’artista», «un’esperienza viva e magnetica nelle pennellate che hanno rivoluzionato la storia dell’arte». Entro nelle sale. Vincent van Gogh traeva la sua ispirazione dal paesaggio, dalla luce e dalla gente che incontrava e mi aspetto di percepire tutto questo e di poter entrare visivamente, attraverso le immagini e i medium tecnologici sofisticati, nei particolari delle sue pennellate per indagarne il colore e la tecnica. La musica è una buona amica e in effetti riesce nell’intento di guidare il visitatore tra i differenti “movimenti” e cambiamenti che si possono riscontrare nella produzione artistica e nello stato d’animo del pittore.

Le immagini, invece, deludono. Nella seconda saletta c’è uno schermo rettangolare che deforma la resa delle opere confondendo gli spettatori. Scorrono, uno dopo l'altro, i dettagli di alcune opere famose dell'artista, ma sembra mancare un filo conduttore nell'intera proiezione.

Nelle sale successive, più grandi e ariose, le immagini delle opere si alternano alle frasi più famose del pittore. Anche in questo caso la maggior parte delle proiezioni deludono e restituiscono immagini poco nitide e sgranate. Il viaggio poetico manca di poesia; è una mostra su van Gogh, ma si percepisce soltanto la mancanza di van Gogh.

Le citazioni riportate sono brevi, intense e piacevoli da leggere – «Il girasole mi appartiene in un certo senso», «Le lampade bruciano e il cielo stellato è sopra a tutto», «Vorrei solo che mi accettassero per quel che sono», «Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno», etc. – ma non mi affascina il modo in cui vengono proiettate nel contesto espositivo, ho quasi la sensazione di sfogliare una galleria fotografica di citazioni su una pagina Facebook o su un profilo Instagram.

Sul pavimento si proiettano alcune opere dell’artista; nella sala vedo un bambino che salta su e giù divertito. Anche io rido, mi sembra l’immagine più interessante della mostra e l’unico momento veramente interattivo dell’intero percorso. Mi avvicino e con il permesso della madre chiedo a Matteo di sei anni cosa ne pensa.  Mi risponde «Salto nei colori di van Gogh». Una frase semplice che emoziona e che mi lascia un ricordo positivo di questo pomeriggio.

All’uscita ho intervistato alcuni visitatori perché nelle sale era evidente il malcontento di molti.

Enrico di quarantotto anni: «Sapevo che in questa esposizione non erano presenti opere di van Gogh, ma mi aspettavo di più. Non è una mostra immersiva, le proiezioni sono scadenti e anche l’illuminazione dell’allestimento».

Mi avvicino a un gruppo di amici che chiacchierano sulle scale all’uscita. Il portavoce del gruppo mi riferisce:

«pensavamo ad una mostra immersiva, almeno questo avevamo capito vedendo un trailer dell’esposizione su internet,  in cui si mostrava come questa fosse interattiva e che tu potevi entrare all’interno dell’opera. Abbiamo tutti questo ricordo e per questo siamo delusi perché ci aspettavamo una cosa totalmente diversa. Le opere di van Gogh mi sembrano raccontate in modo semplicistico e poco coinvolgente, che va bene per noi che siamo profani nel settore, però comunque ci aspettavamo sempre qualcosa di più nelle spiegazioni, insomma le opere vengono presentate in modo molto elementare, forse va bene per i bambini non per gli adulti. La tecnologia pure non ci è sembrata di altissimo livello, le opere spesso non sono chiare, le immagini risultano offuscate nell’ingrandimento e la prima sala è troppo piccola per restituire bene l’immagine».

Sorridono perché comunque hanno passato un pomeriggio insieme e mi salutano affermando «per fortuna siamo venuti in gruppo, così abbiamo ottenuto lo sconto!».

Un po’ di dispiacere lo provo anche io, ma mi concedo il dubbio di rivalutare la mia opinione su questa tipologia di mostre perché non posso basarmi solo sulla visione di quella di van Gogh. Magari è un caso? Forse le altre hanno avuto un maggior successo e una migliore riuscita?

Programmando nella mia testa di vedere altre esposizioni realizzate con la tecnologia Sensory4, mi allontano dal Palazzo degli Esami per tornare a casa, prendo il tram e comunque sono di buon umore ripensando all’immagine di Matteo, il bambino di sei anni, che saltava felice nei colori di van Gogh. Continuo a pensare che i mezzi tecnologici uniti a contenuti storico-artistici elaborati siano fondamentali per la didattica museale, sia per i bambini che per i più grandi.

Chiedo un’opinione a Loredana Finicelli, docente di Informatica e Multimedialità applicata ai Beni culturali (prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza e ora all’Accademia di Belle Arti di Frosinone), autrice insieme a Antonella Sbrilli del prezioso volume Informatica per i beni culturali. I nuovi strumenti digitali e lo studio del patrimonio artistico.

«Queste operazioni espositive tendono alla sinestesia ma non ci riescono perché, poi, non sono realmente immersive, perché ricercano la strada della suggestione sinestetica ma lì si fermano. Credo che il tipo di operazione che viene fatta con van Gogh sia quella della ricerca dell’esperienza emotiva che, tuttavia, porta molto poco in termini di conoscenza effettiva. In prima istanza va stabilito quale sia il fine di queste applicazioni tecnologiche. Un fine molto modesto, credo.

Il fine della tecnologia digitale applicata all’arte è quella di amplificare le nostre possibilità esperienziali, proponendo prodotti capaci di aumentare le nostre facoltà percettive, come nel caso delle applicazioni sinestetiche o delle riproduzioni in realtà virtuali immersive, dove l’immersività costituisce proprio la possibilità di potersi misurare con un’entità spazio/temporale  inedita, con tutto il corollario di relazioni nuove tra noi, l’ambiente e gli oggetti che questo comporta. Significa, anche, aprirsi a una nuova esplorazione cognitiva, portatrice anch’essa di soluzioni, modelli e problemi ancora non chiari da identificare.

Poi, sotto il versante della documentazione e della conservazione della memoria, soprattutto, per le complessità e le forze in gioco degli eventi artistici contemporanei, l’integrazione e l’interazione con la tecnologia è centrale. In qualche modo la tecnologia digitale, con i link, gli ipertesti, gli accessi remoti, le disseminazioni dei bit e la sua deterritorializzazione riflette l’argomento centrale della riflessione di tutto il Novecento e ancora di oggi: la complessità delle relazioni tra lo spazio e il tempo e il nostro rapporto con queste dimensioni.

Un’altra cosa che mi preme sottolineare: bisognerebbe sottrarsi dagli eccessi di spettacolarizzazione ed evitare di ridurre tutto questo patrimonio a un momento di intrattenimento superficiale e sterile, dove il qui e l’ora del momento ludico prevale sulla solidità e complessità dei contenuti. Per loro natura non effimeri, ma longevi e solidi».

Può farci qualche esempio interessante di tecnologia applicata ai beni culturali?

«Due sere fa è stata presentata al Macro di via Nizza un dispositivo per la fruizione della realtà virtuale. L’applicazione, grazie a un visore chiamato Ocolus Rift, permette di rivedere, attraverso una riproduzione virtuale, l’intero allestimento espositivo della mostra Dall’Oggi al domani, conclusasi recentemente, e consente il focus su alcune opere, corredate di approfondimento. La visita virtuale permette una fruizione immersiva che non si limita a riprodurre la visita effettuata dal vivo, ma propone un’altra esperienza, aprendo tutta una serie di scenari e riflessioni. Non solo, l’applicazione risponde a diverse esigenze conservative che coinvolgono soprattutto l’ambito della memoria e della documentazione, tra cui consentire in futuro di documentare interi eventi espositivi, eventi di cui oggi rimane come unica traccia il solo catalogo, un supporto teorico e bidimensionale a cui sono affidati temi, problemi e suggestioni. Va ad Antonella Sbrilli, curatrice con Maria Grazia Tolomeo, l’imput nella realizzazione dell’applicazione, lavoro che corona un ventennio e più di studi dedicati al digitale e alla grande potenzialità del suo impiego in campo culturale e storico artistico». 

Aspettando nuovi riscontri su queste tematiche, consiglio agli appassionati di van Gogh la visione dell’ultimo trailer pubblicato di Loving Vincent, l'atteso film prodotto dallo studio Breakthru productions and Tradermark; è un lungometraggio animato composto da circa sessantamila immagini dipinte nello stile di Vincent van Gogh, di cui sono autori la pittrice polacca Dorota Kobiela e il regista inglese Hugh Welchman, già Premio Oscar per Pierino e il lupo nel 2006. Sono curiosa di vederlo.

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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a: simonapandolfi@romaitalialab.it

Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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