Musine Kokalari durante il processo

La scrittura delle donne di ieri rinasce dagli archivi

Testi inediti scritti da donne tra Cinquecento e Novecento e rinvenuti in archivi trovano luce nella collana di Viella Editore «La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne». In occasione della Fiera dell’editoria delle donne, sono stati presentati quattro volumi. Quattro storie, quattro donne diverse accomunate, al di là del contesto storico, dal fatto di essere state a loro modo rivoluzionarie e controcorrente: Anna del Monte, Contessa Lara, Irene Brin e Musine Kokalari

La memoria delle donne e della loro parola scritta

Le donne e la scrittura: professione, passione o necessità? Non importa, ciò che conta è che recenti studi archivistici devono indurci a rivedere le nostre teorie sul livello di istruzione femminile nei secoli passati; in determinati contesti sociali, infatti, le donne hanno amato e saputo scrivere, probabilmente alcune sono state istruite in segreto quando a loro non era concesso neppure di saper leggere o comunque palesare il loro sapere in pubblico.

Nonostante le avversità e la disparità di diritti, le donne hanno prodotto nei secoli numerosi scritti di diverso genere, dalla prosa alla poesia, dal diario personale alle lettere d’amore. Il ritrovamento in vari archivi di testi inediti prodotti da donne - che fossero scrittrici più o meno conosciute che donne ignote - ha rappresentato un tassello importante per la comprensione e l’approfondimento della scrittura femminile.

Una collana femminile

La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne, collana di Viella Libreria editrice - diretta da Marina Caffiero e Manola Ida Venzo -  nata nel 2007 da un’iniziativa congiunta dell’Archivio di Stato di Roma e dell'Università Sapienza di Roma, è riuscita in questo intento, arrivando fino ad oggi a pubblicare 14 volumi. Ognuno di questi è dedicato alla diffusione di un inedito femminile scritto tra il tardo Medio evo e l’età contemporanea, mai divulgati o rimasti nella polvere per varie ragioni storiche, sociali e culturali. Si tratta di una serie variegata di testi in cui le donne scrittrici esplorano il proprio mondo interiore, figlio del tempo che vivono, oppure, al contrario, raccontano la società del momento attraverso il proprio sguardo, soffermandosi su aspetti diversi, dalla politica alla cultura, dalla famiglia ai rapporti affettivi. Nella collana possiamo trovare carteggi d’amore inediti tra Cinquecento e Novecento, la cronaca della vita monastica raccontata da una carmelitana di fine Settecento o l’epistolario di una famosa soprano vissuta nel primo Ottocento.

Venerdì 9 marzo, in occasione della Fiera dell’editoria delle donne, sono stati presentati da Marina Caffiero, Manola Ida Venzo, Claudia Palma e Mauro Geraci i volumi della collana da loro curati. Quattro storie, quattro donne diverse, accomunate al di là del contesto storico dal fatto di essere state a loro modo rivoluzionarie e controcorrente.

Anna del Monte

Rubare le anime. Diario di Anna del Monte ebrea romana, a cura di Marina Caffiero.

«Sono nata giudia e giudia voglio morire». Con queste parole Anna del Monte si oppone con ogni forza a chi vuole «rubarle l’anima» costringendola a ricevere il battesimo. Anna è una giovane ebrea romana appartenente a una ricca e colta famiglia del Ghetto di metà Settecento. Viene strappata ai suoi genitori e rinchiusa nella casa dei catecumeni per essere indotta a convertirsi. Il suo diario, scritto in giudaico romanesco e rinvenuto nell’Archivio di Stato di Roma, è sicuramente una preziosa testimonianza della sua fiera opposizione a chi intendeva non rispettare il suo credo, ma è anche un testo di grandissima attualità in un’epoca di fondamentalismi come la nostra dove regna il non rispetto della libertà religiosa delle minoranze.

Come ha sottolineato Marina Caffiero, questo diario è innanzitutto un testo di resistenza. Alla fine la coraggiosa Anna verrà liberata dopo aver rifiutato il battesimo e sopportato una violenza psicologica ed identitaria inaudita: 54 incontri con uomini di chiesa e 80 ore di prediche. I predicatori, come descrive nel diario, le giravano intorno con il rosario, la colpivano con l’acqua santa e lei si sentiva violata, come se le avesse «urinato addosso un cane». Molti ebrei nella stessa situazione finivano per convertirsi perché non riuscivano a sostenere il peso delle pressioni psicologiche o perché cedevano alle promesse economiche del Vaticano. Anna del Monte no, vince la sua battaglia, personale e collettiva.

Contessa Lara

L’ultima estate di Contessa Lara. Lettere dalla Riviera (1896), a cura di Manola Ida Venzo.

Le ultime lettere di Contessa Lara, scrittrice e poetessa di professione nata a Firenze nel 1848 e morta a Roma nel 1896, sono rimaste per anni inedite anche se ai suoi tempi vennero diffuse nel corso del processo giudiziario che la vide vittima e protagonista.

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, più nota come Evelina o Lina, divenne nota sotto lo pseudonimo di Contessa Lara; da tutti ammirata per la sua eterea bellezza, il suo carisma e sguardo ammaliante, divenne famosa tra i suoi contemporanei per i suoi versi di ispirazione romantica, per i suoi romanzi e per l’infaticabile collaborazione con le maggiori testate del momento. Fu una delle prime professioniste del giornalismo iscritte all’albo; donna libera e anticonformista, riuscì a vivere con i proventi del suo lavoro negli anni più floridi dell’editoria italiana, favorita allora dalla nascente formazione di un nuovo pubblico di riferimento, le giovani lettrici medio-borghesi.

Tanti successi lavorativi ma una vita segnata da eventi tragici personali, prima l’amante ucciso in duello dal marito Pasquale Stanislao Mancini marchese di Fusignano, poi l’assoluzione dello stesso per omicidio d’onore e il suo allontanamento da Firenze.

Evelina però è determinata. A Milano e a Roma si afferma sul lavoro, continua ad essere letta ed ammirata da un pubblico sempre più vasto e vive intense relazioni amorose. L’ultima, quella con Giuseppe Pierantoni, pittore napoletano di scarso talento che conduceva una vita di stenti e con cui condivise la casa romana di Via Sistina, rappresentò la parabola della sua vita. Manesco, possessivo e poco propenso al lavoro, Pierantoni si rivelò presto un cattivo compagno per la Contessa Lara. Con una revolver che la scrittrice aveva comprato per legittima difesa, l’amante la ferì pur di non essere abbandonato. Agonizzante per una notte, la donna riuscirà a firmare il suo ultimo testamento che, per uno strano gioco del destino, non verrà mai rispettato dai parenti avvoltoi intenti a spartirsi l’eredità.  I suoi animali verranno mandati in asta e la sua salma verrà gettata in una fossa comune e non nel cimitero di Sestri Levante come avrebbe voluto.

Irene Brin

Irene Brin, L’Italia esplode. Diario dell’anno 1952, a cura di Claudia Palma

Scritto per l’editore Immordino e da quest’ultimo rifiutato, il testo è la cronaca di un anno, il 1952, che vide la Capitale aprirsi alla rinascita culturale, economica e sociale, lasciando alle spalle le devastazioni della guerra e l’isolazionismo del Ventennio. 

Molti dettagli legano Irene Brin a Contessa Lara, due scrittrici e giornaliste, due donne moderne e carismatiche, legate all’ambiente della moda. In questo caso non può passare inosservato uno dei tanti pseudonimi dietro il quale si celava la Brin: Contessa Clara, la maschera di una anziana aristocratica dietro la quale si nascondeva nella rubrica della Settimana Incom illustrata per dispensare consigli di bon ton, personaggio singolare e figlio del suo tempo che ispirò ad Alberto Sordi la nota parodia radiofonica del Conte Claro. Un chiaro omaggio a Contessa Lara? Perché no! D’altronde la Galleria L’Obelisco che Irene Brin apre insieme al marito Gaspero del Corso si trovava proprio in quella via Sistina dove Evelina visse la sua tormentata storia con Pierantoni fino alla morte. E poi quell’illustrazione famosa che ritrae Evelina accanto a un obelisco; un’altra coincidenza? Forse no.

L’Italia esplode, per anni rimasto nella polvere, era un prezioso dattiloscritto rinvenuto nel fondo archivistico Irene Brin, Gaspero del Corso e L’Obelisco della Galleria nazionale d’arte moderna e pubblicato da Viella editore nel 2014 a cura di Claudia Palma, direttrice dei Fondi storici della Galleria nazionale. Irene Brin, la scrittrice dai molteplici pseudonimi, giornalista di moda e gallerista, ci descrive mese per mese tutto il 1952, l’anno che vide «l’Italia, appena cicatrizzata e come sempre poverissima, esplodere fuori dei suoi confini in un’atmosfera di festa intelligente e stracciona». La guerra aveva lasciato segni indelebili, ma si stavano aprendo anche nuove occasioni e prospettive. Gli americani facevano fantasticare le donne italiane con il sogno hollywoodiano, l’economia aveva bisogno di ripartire, la moda italiana e le opere dei giovani artisti dovevano essere esportate all’estero.

«Così, lentamente, attraverso la doppia nebbia delle mie delusioni e della mia solitudine, capii che Roma era diventata il centro del mondo. E valeva la pena di partecipare all’esplosione» scrive la Brin, che sarà fondamentale per l'affermazione del made in Italy nel mondo.

Musine Kokalari

Musine Kokalari, La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista (1937-1941)

Musine Kokalari è stata la prima grande scrittrice e poetessa albanese del Novecento, sensibile alla nascente “questione femminile” e alla miseria delle società rurali da lei denunciata in numerosi e partecipati racconti. Nel 1938 arriva a Roma per laurearsi in Lettere. Studia alla Sapienza in anni difficile, quelli del regime fascista.

La mia vita universitaria è la sua autobiografia giovanile, divisa in 4 capitoli in riferimento ai 4 anni di formazione universitaria prevista per la facoltà di Lettere. La scrittrice si laureerà con 110 e lode. Questo testo non fa altro che restituire giustizia a una donna studiosa e militante, fondatrice del movimento femminista in Albania. Dopo la laurea, infatti, Kokalari torna nel suo paese; si allontana dal regime fascista in cui ha dovuto formarsi per ritrovarsi all’interno della trappola di un altro regime, quello comunista. Impegnata nella ricostruzione di un’Albania democratica, nel 1946 viene additata dal regime comunista quale «sabotatrice e nemica del popolo» e condannata al carcere e all’isolamento forzato fino alla morte, avvenuta nel 1983. Le sue ossa, legate a un filo di ferro, vennero seppellite sotto le macerie senza dignità.

Per questo motivo la pubblicazione dell’inedito La mia vita universitaria costituisce quasi un riscatto per la scrittrice, soprattutto per il modo in cui il suo sguardo “primitivo” si posa sugli angoli della città di Roma. Di fede musulmana e già autrice in Albania, all’età di 18 anni, di alcuni libri etnografici in cui analizzava il contesto sociale delle donne “fantasma” costrette a vivere in casa, Kokalari osserva Roma con un medesimo interesse antropologico. Come ha evidenziato Mauro Geraci, è il suo modo di contemplare la città e di raccontarla che rende estremamente interessante questo giovanile diario universitario. La musulmana Kokalari visita le chiese romane e paragona il silenzio di queste strutture architettoniche alla mancanza di rumore nella sua piccola stanza oppure al frastuono di Campo de’ Fiori nelle ore di punta.

Immagini inedite restituite attraverso le parole di una donna colta e coraggiosa, ancora ignara del suo destino.

 

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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a: simonapandolfi@romaitalialab.it

Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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