Nodes, arte e scienza è un amore possibile

Una rivista scritta da ricercatori e curata graficamente in modo impeccabile. La missione di Nodes è cercare di riportare al centro della discussione un’arte in stretta relazione con metodologie e teorie scientifiche. Una riflessione che pone questioni fondamentali sul linguaggio dell’arte e sulle possibilità future della ricerca artistica

 

È una rivista, ma anche un manifesto artistico. È un oggetto bello con un certo peso, fisico e non. Nodes è un magazine che si occupa di arte, scienza, psicologia e neuroestetica. Una scelta sconsiderata nell’era del clickbait e della soglia dell’attenzione sotto i dodici secondi? O una  sfida per lettori bisognosi di supporti di lettura validi per contenuti complessi? Roma Italia Lab ascolta Dionigi Mattia Gagliardi e la redazione di Nodes chiedendogli di raccontare la fondazione e spiegare il loro nome: «Siamo un gruppo di ricercatori provenienti dal mondo dell’arte e della scienza. Insieme portiamo avanti diversi progetti sul territorio condiviso della ricerca scientifica in ambito artistico. Dionigi Mattia Gagliardi, Salvatore Gaetano Chiarella, Manuel Focareta, Jacopo Natoli, Marco Marini, Giulia Torromino, Luna Sarti, Danilo Innocenti: artisti, ricercatori, professori, alcuni appartenenti ad università e accademie prestigiose a livello nazionale ed internazionale».

Il gruppo nasce nel 2011 e si salda attorno alla fondazione della rivista. Nodes parla di teorie dell’arte, sperimentazione scientifica in ambito artistico e psicologia dell’arte, estetica sperimentale e neuroestetica. Contributi pubblici? Nessuno. Autonomia? Totale. La rivista si mantiene grazie alle energie di chi c’è dietro, alle donazioni, agli abbonamenti. D’altronde se al MIT o in altri istituti internazionali ci sono politiche che incoraggiano e sostengono progetti come questo, in Italia il disinteresse delle istituzioni (al CNR ad esempio, non esiste un’area dedicata alle arti visive) e le difficoltà burocratiche fanno ricadere tutta la gestione esclusivamente sull’entusiasmo di chi se ne occupa.

Per farsi conoscere, alla promozione social la redazione di Nodes abbina un approccio che potremmo chiamare 1.0: presentazioni in librerie, manifestazioni, fiere, festival e incontri fra gli addetti ai lavori. 

Intanto, nonostante le difficoltà, nascono diversi progetti e attività parallele fra cui l’apertura di un centro di ricerca Numero Cromatico, una casa editrice e uno spazio espositivo con sede a Roma. A far da collante al gruppo sono un metodo di ricerca condiviso e l’elaborazione orizzontale che permette la collaborazione fra tutti anche sulle idee dei singoli. Dietro ogni numero c’è infatti il lavoro di tutta la squadra a volte per mesi, a volte per un anno intero: non c’è un tema unico precostituito, la linea guida è il terreno comune della ricerca, che man mano si evolve e si modifica attraverso l’utilizzo del metodo sperimentale. 

Ed è proprio qui che sta il «nodo» della questione (e del titolo!): mettere in stretta relazione settori apparentemente distanti, valorizzare i punti di congiunzione teorici e pragmatici tra arte e scienza.

Dionigi Mattia Gagliardi ci spiega il perché della scelta di questo binomio arte e scienza:

 

«Il rapporto tra arte e scienza è un tema su cui si è dibattuto nella nostra cultura storica da secoli. La storia dell’arte del secolo scorso ha relegato la ricerca scientifica in ambito artistico in una posizione di secondo piano, preferendo artisti e movimenti che avevano come fulcro del proprio lavoro lo spontaneismo e l’ispirazione dell’artista. Alcune avanguardie del Novecento a partire dal movimento futurista, hanno escluso la possibilità dell’artista genio, creatore sregolato, che risponde ai propri istinti. Se guardiamo ai grandi della storia dell’arte, Michelangelo, Leonardo, Brunelleschi, per citarne alcuni, ognuno di loro era non solo un artista ma anche un eminente scienziato. Purtroppo i popoli hanno la memoria corta e nella seconda metà del secolo scorso il revisionismo, l’interpretazione interessata e dinamiche di mercato generate dal postmoderno hanno messo in ombra queste istanze».

È qui la missione di Nodes: cercare di riportare al centro della discussione un’arte in stretta relazione con metodologie e teorie scientifiche. Una riflessione che pone questioni fondamentali sul linguaggio dell’arte e sulle possibilità future della ricerca artistica. Insomma, Nodes focalizza l’attenzione del lettore su istanze scientifiche come antidoto alla confusione teorica in cui si trova il mondo dell’arte oggi. Si arriva così a parlare di un’arte “scientifica” in grado di dichiarare posizioni teoriche e punti di partenza storici per poi costruire progetti attraverso un vero e proprio metodo sperimentale.

D’altronde, come ragionare – se non attraverso un processo rigoroso come appunto il metodo sperimentale –  su cosa è arte e su cosa non lo è? Un dibattito ragionato sull’argomento sarebbe il primo argine al proliferare di «dilettanti dell’arte»: 

«Secondo noi non è possibile oggi, vista l’evoluzione storica, pensare di fare opere d’arte attraverso l’azione istintiva dell’artista, la spontaneità o la sensibilità estetica del genio».

Questo spiega perché l’oggetto-rivista Nodes sia caratterizzato da un’estrema cura grafica. Anzi, come la definiscono gli stessi autori «un’opera d’arte collettiva» stampata in cinquecento copie numerate.

Anche per creare un legame tra oggetto bello e il suo contenuto: «Tutto ciò che facciamo ha una cura estrema per i dettagli, dalla strutturazione dei contenuti teorici alla costruzione dell’oggetto. Guglielmo da Ockham, uno dei più eminenti personaggi della scienza moderna dice che "si fa inutilmente con molte cose ciò che si può fare con poche cose". In Nodes ogni dettaglio è necessario e nulla è superfluo. La bellezza sta proprio nella minimalità dell’oggetto, nella stretta relazione tra immagine e contenuto, nella mancanza assoluta di decorazione fine a se stessa».

E cosa c’è di più bello allora, di una lettura su un supporto che la esalta? 

 

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Eliana Rizzi ha poche doti e, tra queste, non figura la capacità di parlare di sé in terza persona. Terrorizzata dall'idea di poter un giorno trovare un lavoro, dopo il liceo classico, si laurea in filosofia. Vive a Roma nella periferia quella brutta da quando è nata (sia lei, che la periferia) ed è contenta così. Per il resto, mastica piano e cammina veloce.

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