Uomini, cani e globalizzazione

Le comunità urbane restano contesti che mettono a dura prova le nostre filosofie.

Tristan Bernard si sorprendeva di due cose: «l’intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini». Potremmo aggiungere: «degli uomini in città».
Benché il mito del contadino sereno, ignorante ma felice sia tramontato da un pezzo (anche a causa dei tanti delitti in cui i protagonisti sono persone lontanissime dallo stress delle metropoli), le comunità urbane restano contesti che mettono a dura prova le nostre filosofie. Intanto perché siamo e restiamo animali. Già nell'antica Grecia Socrate notava che «più gente conosco più apprezzo il mio cane».
Così il nostro approccio alle necessità di tutti i giorni è dettato in gran parte dagli istinti, che non sempre riusciamo a guidare nella direzione migliore. In secondo luogo i mega quartieri in cui sopravviviamo senza cinema, teatri e biblioteche ma con centri commerciali e pizzerie ci spingono a tornare a quella logica del borgo medievale per cui nessuno si spostava dalla propria abitazione dalla nascita alla morte. Provate a dire a qualcuno che abita a Roma nord di arrivare all'Eur. Tanti vi guarderanno come se gli aveste proposto un viaggio in un'altra città. 
 

Dunque a pensarci bene non siamo nemmeno animali urbani ma di quartiere. Cosa ci salverà? La «poligamia dei luoghi» raccontata da Ulrich Beck. L'essere sposati con più posti che appartengono a mondi diversi, «è questa la porta da cui irrompe la globalità nella nostra vita».
 
C'è una vecchia signora che vive da trent'anni a Tutzing, in Germania. Ma almeno tre volte all'anno vola in Kenia e ci rimane alcune settimane o mesi. Dov'è "a casa" la signora? A Tutzing? In Kenia? Sì e no. In Kenia ha più amici che a Tutzing, ha rapporti con africani e tedeschi, si diverte più in Kenia che a Tutzing, a cui però non rinuncerà mai. In Kenia la vecchiaia le fa meno paura perché lì è "qualcuno" che ha una "famiglia". A Tutzing, dove ha la residenza, non è nessuno.
La nostalgia di casa, nota Beck, ha per la nostra signora due volti e due suoni: Tutzing o Kenia. La poligamia di luogo porta a una globalizzazione biografica, nel senso che i contrasti del mondo non hanno luogo solo "là fuori" ma al centro della nostra vita, in matrimoni e famiglie multiculturali, tra gli amici, quando si fanno acquisti, si ascolta musica, si naviga su Internet, si mangia.
 
«La nostra vita è il luogo del glocale», a metà strada tra locale e globale. Come si dice in un romanzo di Kureishi: «Ognuno ti guarda e pensa: che carino quel giovane indiano, com'è esotico! Chissà che storie di zie ed elefanti si possono sentire da lui! Finché non risulta che il giovane indiano è di Orpington, un sobborgo di Londra, e non è mai stato in India». Ecco perché la globalizzazione ci offre la grande opportunità di trasformarci da animali urbani (di quartiere) ad animali del mondo. Siamo ancora lontani dal diventare "cittadini", ma è già qualcosa.

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Mi chiamo Alberto Di Majo. Amo le piante, il Mont Blanc, la comunicazione politica, la pubblicità. Ho studiato filosofia a Roma e a Goettingen, faccio il giornalista a Il Tempo.

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