Una battuta (di spirito) ci seppellirà

[ph] Feans

La prima parola che associo a “spirito” non è fantasma, lenzuolo o aldilà ma “motto”. Esatto, motto di spirito, su cui Sigmund Freud ha scritto un saggio interessante agli inizi del Novecento.

Un lavoro rilevante anche perché, a quanto pare, il padre della psicanalisi aveva una vera fissazione per la morte che, tuttavia, gli ha permesso di fare un viaggio tra battute, barzellette e doppi sensi. Per Freud il motto di spirito è un superamento delle inibizioni. Un meccanismo mentale che permette di liberare una tensione psichica alleggerendo il dispendio di energie mentali.

È come se la battuta ci permettesse di evadere dalla gabbia dei nostri imperativi categorici. Inevitabile la sua connessione con l’inconscio e il sogno.

Scrive Freud nel saggio sul motto di spirito: «Il ricorso nel sogno al controsenso e all’assurdità gli è costato il riconoscimento della sua dignità di prodotto psichico e ha indotto gli studiosi a supporre una disgregazione delle attività mentali, una sospensione della critica, della morale e della logica come condizioni per la formazione dei sogni […]. È quanto mai improbabile che una coincidenza così ampia come quella che c’è fra i mezzi del lavoro arguto e quelli del lavoro onirico sia dovuta al caso».

Su un altro versante, aveva ragione Victor Hugo a sostenere che «la libertà comincia dall’ironia». Niente fantasmi, lenzuoli o sedute spiritiche, dunque, eppure a pensarci bene anche questi concetti producono ironia, evocando, ma allo stesso liberandoci, dalla paura. 

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