Lo scarafaggio zampe all'aria che legge solo Racconti

Intervista a Stefano Friani che a Ril racconta come è nata una casa editrice che pubblica solo short stories, tra birre, Guzzanti, caccia a nuovi autori e grandi recuperi


Se lo fanno gli altri possiamo farlo anche noi. Nasce con una dichiarazione di arrembaggio l’avventura di Racconti edizioni, giovanissima casa editrice romana aperta però a tutto il mondo, il cui logo è uno scarafaggio zampe all'aria. Qualche birra in più, la voglia di non inanellare l’ennesimo stage e la passione per le short stories, hanno portato Stefano Friani ed Emanuele Giammarco ad autoproclamarsi editori infilandosi nello spazio del racconto, un po’ all'ombra e tralasciato dalla macchina dell’editoria. Ril li è andati a trovare nel loro quartier generale, alle spalle della Prenestina. A lavoro, oltre ai fondatori, c’è Leonardo Neri che cura il blog Altri animali, collettore mai scontato di approfondimenti librari e non solo.

Stefano Friani ci confessa che all'inizio lui e il suo socio, incontrato al master in editoria della Sapienza, non si stavano neanche particolarmente simpatici ma che poi il ghiaccio si è rotto a suon di battute guzzantiane: Quelo, Lorenzo e Padre Pizarro, riferimenti culturali della generazione ‘80.

Come e dove nasce i Racconti edizioni?

«Al pub Luppolo12 di San Lorenzo. Con Emanuele ci siamo rincontrati dopo aver finito i rispettivi stage, all'iconografico Einaudi io e al Saggiatore lui. L’idea era nell’aria ma possiamo ricondurre l’atto fondativo a quella ciucca».

E poi?

«Poi ci siamo messi a lavoro sull’idea. Non siamo partiti subito dai racconti, volevamo proporre qualcosa di nuovo in un panorama editoriale già affollato. I racconti non solo ci piacevano, ma nessuno li faceva in modo esclusivo. Abbiamo pubblicato alcuni nomi di peso e spesso ci diciamo: “ma possibile che lo facciamo proprio noi?"».

A pubblicare i racconti di Virginia Woolf per esempio?

«Una cosa pazzesca, una grande assenza nel mercato italiano. Eppure quasi tutto della Woolf era stato messo in pagina: dai saggi alla corrispondenza. Ma questi 44 racconti, così interessanti erano stati tralasciati. Leggerli apre una prospettiva nuova su romanzi come "Mrs Dalloway", svelano il percorso fatto per arrivarci, sono piccoli gioielli che ci hanno portato al pubblico affezionatissimo di Virginia Woolf. E con lei abbiamo aperto un percorso di scritture femminili che si parlano tra loro».

Anticipazioni?

«Eudora Welty che esce ad aprile con "Una coltre di verde". È una scrittrice fondamentale per capire il “southern gothic”  e anche per la short story come forma, visto che la prendono a modello in moltissimi. Qui da noi è idolatrata da Rossella Milone. E la Welty amava i racconti della Woolf, li definisce “perfetti come tele di ragno”. Poi arriveranno Margaret Atwood e ZZ Packer».

Come arrivate a questi autori e a questi titoli?

«Leggendoli. L’anno scorso ho adocchiato Mia Alvar perché era tra i papabili per il Pen Hemingway award che poi ha vinto. Per fortuna noi l’abbiamo contattata prima che questo accadesse! I suoi racconti usciranno con il titolo “Famiglie ombra” (tradotto da Gioia Guerzoni), è un collage di storie della diaspora filippina, potenti e sentimentali. E poi le migrazioni e l’essere straniero in patria sono temi ben presenti nel nostro catalogo».

Avete tracciato un identikit del vostro pubblico?

«Riccio, con la barba e gli occhiali tondi. No scherzo, però abbiamo un pubblico giovane. Forse un po’ si immedesimano nel cammino mio e di Emanuele e della casa editrice che si regge su basi estremamente precarie anche se sta andando bene, ben oltre le nostre aspettative. E siamo anche tipi ambiziosi. Ma spero che il pubblico sia attirato dai buoni libri».

È vero che esiste il pregiudizio che i racconti non vendono. Ma non è anche vero che il mondo tende verso una brevità, una velocizzazione  che toglie tempo e concentrazione e che ben dovrebbe incontrarsi con la forma – appunto breve – del racconto?

«Non ho certezze, ma mentre programmavamo le basi della casa editrice leggevo Hartmut Rosa, “Accelerazione e alienazione”: la cifra della società contemporanea è l’accelerazione, una velocizzazione estrema dei rapporti. Effettivamente la lettura cozza contro questa necessità di essere sempre “a duemila”, ma visto ci piaceva fare libri abbiamo trovato un antidoto, chiamiamolo così, che sono appunto i  racconti: soddisfano il bisogno di lettura in breve tempo e danno la possibilità ai lettori forti di sbocconcellare autori all'occorrenza».

Resuscita uno scrittore per una chiacchierata e un secondo che d’emblée ti cede tutti i suoi diritti.

«Per la chiacchiera senza dubbio Wilde. Sentirei volentieri  freddure e chicche sull'alta società vittoriana. Per quello che mi cede i suoi diritti direi Ballard, un maestro del racconto ancora non compreso come tale. E se posso aggiungere un altro nome direi anche Shirley Jackson».

Come è il vostro legame con Roma e l’editoria romana ?

«Ho un rapporto conflittuale con la città tanto che ho senza successo provato ad andarmene. Ma è sempre stato così, non credo cambierà e direi che ci sono venuto a patti. Tifo Fulham per capirci. Emanuele invece è romano, romanista e trasteverino. C’è un piacevole incontrarsi a metà. I rapporti con l’ambiente romano sono ottimi noi siamo il "new kid in town" per dirlo all'americana. Abbiamo piacevoli frequentazioni spesso davanti a un bicchiere, l’unico vero motore dell’editoria».

Gli anni della cultura sostenuta dalla città come istituzione sono finiti. Ora che ci si arrangia, a volerla vedere rosea, non c’è più fantasia?

«Io non so se condividere questo tuo ottimismo perché vedo un ritorno a una dimensione artigianale. L’epoca del grande stile, quando a Roma sono fiorite Fazi, Minimum Fax o Fandango, non era poi malaccio. Trovo  preoccupante  il fatto che la cultura venga snobbata dalle nuove, supposte tali, classi dirigenti che non solo non affrontano il problema ma guardano a questo mondo con ostilità. È successo a Torino, sta succedendo a Roma, già non siamo un Paese particolarmente florido e vitale in quanto a scena culturale, già i ragazzi se ne vanno e quelli che arrivano vengono trattati come fossero criminali. Se poi dall'alto cala l’idea che la cultura non è una risorsa ma anzi è un problema, la situazione si fa grave».

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Caterina Grignani è il direttore responsabile di Roma Italia Lab.

Per contattarla direttamente, scrivile a: caterinagrignani@romaitalialab.it.

Fatto: studi letterari, viaggi con la scusa dello studio, stage e contro stage, insegnare italiano nonostante una incorreggibile "r" moscia, miglia di navigazione a vela, scampare a una tempesta, coltivare odori per cucinare, scrivere racconti, sopravvivere a un inseguimento di cinghiali

Da fare: rendere celebre Roma Italia Lab, tornare in Polinesia, scrivere un libro, avere una cucciolata di cani in salotto, suonare la pianola con le basi registrate ai matrimoni, andare all'isola di Pasqua e a Mosca e alle Azzorre, pimpare la 500 di mia nonna


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