Simenon e l’incrocio dei suoi doppi

Si dice che uno scrittore, in fondo, scriva sempre di sé stesso. Andando all’inverso si può quindi riscoprire nel racconto i sentimenti, il modo di pensare, fino agli eventi della vita stessa dell’autore. È più facile con chi parte a scrivere di sé, come Jack London o John Fante, ma dell’Io dell’autore se ne trova traccia anche nella psichedelia futuristica della fantascienza di Philip K. Dick o nei romanzi storici reinventati dai Wu Ming. Difficile è però capire questa componente autobiografica quando l’opera è molteplice, schizofrenica, spaccata in due, perché il doppio nei romanzi rincorre quello della vita. È il contrasto tra follia e quotidianità, personaggi espulsi dalla società e borghesi indistruttibili, dell’opera e della storia personale di Georges Simenon.

 

Scrittore tra i più famosi (al 17esimo posto tra i più tradotti) e tra i più prolifici, con quasi cinquecento romanzi pubblicati sotto varie firme, Simenon ha in realtà acquistato larga parte della sua fama grazie ai romanzi polizieschi di Maigret, con suo grande dispiacere – non a caso la biografia scritta da Patrick Marnham si chiama L’uomo che non era Maigret.

Il commissario francese sembra però avere poco in comune con lo scrittore belga: il primo sposato e fedele, il secondo amante di diecimila (secondo lui) o milleduecento (secondo la terza moglie) donne, Maigret calmo, modesto e pacato, Simenon pieno di sé e abbastanza esibizionista da valutare l’idea di scrivere un intero romanzo dentro una gabbia di vetro e di fronte ad un numeroso pubblico. Difficile vedere la vita dell’autore nei settantacinque romanzi scritti dietro la facciata del commissario così differente.

 

Per questo molti guardano invece all’altra parte dell’opera di Simenon, i cosiddetti romans durs, i “romanzi duri”: La neve era sporca, Tre camere a Manhattan, L’uomo che guardava passare i treni e molti altri.

I protagonisti sono un distillato della vita di Simenon, dai rapporti sentimentali complessi e spesso malati, fino al gusto per il gioco intellettuale. Il miglior esempio è forse però l’attore in fuga negli Stati Uniti dalle accuse di collaborazionismo con l’occupazione nazista di Tre camere a Manhattan, un alter ego dell’autore che scappava dalle stesse accuse proprio mentre lavorava il romanzo.

«[…] lui non aveva più davanti a sé una strada tracciata. Da mesi, ormai. Ma si ostinava comunque a procedere in una direzione precisa»

potrebbe essere un racconto dei mesi passati in Canada ad attendere il visto per gli Stati Uniti, se non fossero frasi da Tre camere a Manhattan.

 

Eppure, ridurre i romanzi investigativi a divertissement e i romanzi duri a specchio dell’arte, e quindi della vita, di Simenon, è riduttivo e probabilmente falso: il doppio non è solo letterario, ma è anche biografico. L’occhio del commissario Maigret è comunque quello del giovane Simenon giornalista per la Gazzetta di Liegi, che lavorava su storie di prostitute, risse e omicidi nei bar della provincia belga. I due condividono infatti quella normalità che proviene dall’educazione cattolica e borghese dello scrittore, e da cui è partito poi il Simenon che frequentava anarchici e la bohème di Liegi e poi Parigi negli anni ’20 e ’30.

Ed è la stessa normalità attraverso la quale il commissario guarda al suo mondo di omicidi e rapine, gli stessi delle persone che Simenon frequentava (e di cui scrisse in I crimini dei miei amici). In questo senso Maigret ha un po’ della follia di Simenon, e Simenon della pacatezza di Maigret, ma in un rapporto in cui il commissario è a sfavore perché espressione di quella parte di sé che l’autore ha abbandonato, o perso.

 

È una transizione comune a molti personaggi di Simenon in realtà: raffigurati secondo uno stile simile alla tragedia greca, la loro storia è contenuta nell’evoluzione di un singolo episodio che scaturisce dall’accadimento di un fait divers, un evento che rompe la loro quotidianità. L’amnesia del capitano Joris nel Maigret e il porto delle nebbie, il fallimento della compagnia per cui aveva lavorato tutta la vita Kees Popinga nel L’uomo che guardava passare i treni.

Nei suoi lavori Simenon rompe la normalità dei suoi protagonisti, per poterli avvicinare alla sua dualità, sottrarli, almeno parzialmente, a quella società da cui proveniva ma a cui, nella sua eccezionalità, non poteva appartenere. Ecco così gli uffici che vengono abbandonati, le relazioni affettive che diventano morbose – Frank Friedmaier, protagonista di La neve era sporca, arriverà a far violentare per gioco la ragazza che si era innamorata di lui.

 

«Il brivido nel leggere un romanzo è guardare attraverso il buco della serratura per vedere se altre persone hanno gli stessi sentimenti ed istinti che tu hai»

disse Simenon, confermando questa dualità nella sua vita, tra la differenza e la similitudine, la consapevolezza della diversità e la necessità dell’accettazione, della capacità di dialogo con il suo pubblico e, estendo, al mondo intorno a sé.

Un rapporto continuo tra il mondo immaginario e quello reale, rinforzato dalla grande riluttanza che aveva Simenon nell’inventare da zero. Nel suo cosmo letterario entravano nomi, situazioni e persone reali, spesso senza alcun filtro (fatto che gli costò alcune citazioni in giudizio), creando romanzi come puzzle di elementi prestati dall’esistente, attraverso il filtro della dualità intrinseca al suo animo.

Un’osmosi tra reale e letterario che finì, tragicamente, anche per funzionare nel senso opposto: la calibro 22 con cui la figlia di Simenon si uccise a soli venticinque anni era stata comprata in un’armeria che lei aveva scoperto leggendo uno dei Maigret.

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Lavora in ambito giornalistico per, tra gli altri, Espresso Online e Limes, e nella ricerca come Associate Fellow all’Istituto Affari Internazionali (IAI). Parla tanto (forse troppo) di energia e ambiente, con la ferma convinzione che se ne possa discutere ormai in qualsiasi notizia e settore, ma non lo si faccia mai abbastanza. Amante non troppo segreto dell’archeologia, ne scrive quando riesce a rubare un po’ di tempo al mondo.