Artisti per contestare l'ovvio

L'arte per rimettere tutto in discussione, smontare ciò che diamo per scontato, decostruire l'ovvio, evidenziare gli schemi imposti per farli saltare. Che sia questo il mestiere dell'artista contemporaneo? Abbiamo risposto attraverso le opere di cinque artisti in mostra al Mlac della sapienza

Fino al 10 novembre 2017 alla Sapienza (MLAC, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea) Helia Hamedani propone il suo progetto-mostra dal titolo Contestare l’ovvio, un confronto tra i lavori di Marco Bernardi, Fabrizio Cicero, Marco Colazzo, Rita Mandolini e Pasquale Polidori. 

È necessario non smettere di domandarsi se l’arte risponda alla sua finalità di rimettere sempre in discussione tutto quello che diamo per scontato, sfidando il pensiero unico e l’ovvio attuale. Come la filosofia si occupa del linguaggio del pensiero, così l’arte si rivela attraverso la sua realtà visiva/sensibile, aprendosi, per via della sua forma estetica, al dialogo, al dubbio, alla noia, alla gioia. 

È questo il concept della mostra che invita a mettere in discussione la visione canonica della realtà e a contestare la storia, le opere e la mostra stessa. Partiamo da Del disegno non me ne frega niente, l’opera di Fabrizio Cicero che svela l’idea della contestazione già dal titolo. In un’installazione di impatto teatrale sono esposti i suoi disegni ricoperti da una lastra di vetro; avvicinandoci meglio si nota il residuo della loro parziale distruzione intrappolato e visibile nella lastra con un involontario richiamo duchampiano all’aleatorietà e al meccanismo del Grande Vetro. L’elemento che più affascina è il procedimento simulato accanto ai disegni-cimitero: la luce fortissima di un faro si abbassa gradualmente fino a bruciarli come ci conferma la sua ipnotica installazione-video. Dalla parte opposta della sala incontriamo le tre opere di Pasquale Polidori, Momenti difficili di soggetto oggetto e Povera opera e Senza titolo (da Teoria Estetica); partiamo dalla prima, un video HD di 21 minuti  che mostra un’oggettivazione del linguaggio, una riflessione sulle connessioni involontarie tra soggetto verbo e oggetto dettate dalle convenzioni e abitudini sociali. L’opera, forse quella di più difficile codificazione della mostra ma anche quella che consente una speculazione filosofica più approfondita, ci invita a riconsiderare l’approccio al reale attraverso il linguaggio abitualmente viziato dai riferimenti quotidiani. Nascosta accanto alla proiezione del video una voce invita lo spettatore a curiosare in un ambiente extra-museale, ecco Povera opera collocata specularmente rispetto a Senza titolo (da Teoria Estetica), la conclusione, almeno per questa mostra, della messa in discussione del linguaggio tipica dell’artista che avviene con un medium ancora diverso: il manifesto.

All’interno dello spazio espositivo ci si imbatte poi in opere pittoriche nero su nero: sono i lavori di Rita Mandolini, artista che gioca con il buio. Il buio nasconde ma consente anche di far emergere ciò che ha maggiore importanza, immagini mnemoniche e simboliche riconoscibili solo se si ha la volontà e la pazienza di sforzarsi e guardare nell’oscurità, di far abituare l’occhio ad essa, senza accendere subito la luce. Se la luce (controllata e indirizzata dalla macchina) nell’opera di Cicero è l’elemento che consente il processo di distruzione–creazione, in Rita Mandolini è l’oscurità l’agente che modifica il reale inghiottendo gli oggetti per poi restituirli come evocazioni della memoria, come qualcosa di onirico piuttosto che fisico, ma non per questo meno concreto. È ciò che accade nella serie di tre quadri Orpello #1, #2 e #3 in cui vediamo risalire alla superficie le forme di una piuma, di un’acconciatura, di un pettine. Oggetti modesti, di un uso quotidiano legato a un tempo che percepiamo come remoto, simbolici forse di una femminilità e di rituali antichi di cui si ha nostalgia. La Mandolini contesta un ovvio che vuole la luce come metafora conoscitiva assoluta, che vuole un’arte fatta di tele impregnate di colore, per dirci con la sua arte riservata e personale che invece certe cose le si può comprendere solo oscurandole, in attesa del momento in cui riaffioreranno sotto nuova forma. 

Dal versante del colore, steso con pennellate ora più dense ora più fluide, abbiamo Marco Colazzo con la serie Passo uno. Il lavoro di Colazzo si articola negli anni in uno sviluppo che lo porta, a partire dal 2010, a far scomparire qualsiasi residuo di figurazione naturalistica o di narrazione dalla sua opera. Ma ciò a cui arriva non è solo semplice astrazione: sebbene la forma non sia indirizzata alla resa di qualcosa di naturalistico, le linee sinuose, gli intrecci non ortogonali che si stagliano sulla tela con colori brillanti danno l’idea di un rampicante, di una forma vegetale che si aggrappa al quadro o di forme serpentine (come notò Fabio Sargentini che volle opere di Colazzo per la sua mostra Serpentopoli avente come tema centrale proprio il serpente). È principalmente attraverso l’utilizzo della pittura come medium prescelto che l’artista si scontra con l’“ovvietà” di una contemporaneità che disdegna colore ad olio e pennello considerando le loro potenzialità espressive esaurite. Il suo non è un volgersi indietro ma è una riproposizione di qualcosa di cui forse oggi si ha quasi timore reverenziale e che invece può dirci ancora molto sul gesto e sulla trasformazione continua delle forme.

Infine Marco Bernardi, artista che quasi paradossalmente sembra contestare l’ovvio attraverso l’immediatezza del messaggio che la sua opera trasmette, come a significare che dall’ovvietà dilagante del nostro tempo non sempre si riesce a trovare via d’uscita. Icone ideologiche e religiose oggettivate in “giocattoli” di gommapiuma, crollate in maniera scomposta a ridosso della parete. Sono simboli che rimandano alla storia e alla cultura europea (fatta eccezione per il dollaro, simbolico però forse di un occidente unificato sotto il suo segno) e proprio nella parete antistante campeggia infatti un’Europa a pois, la riduzione della carta geografica del continente europeo a una sorta di puzzle di gommapiuma, dove a pois sono solo gli stati dell’Unione, mentre neri incombono quelli esterni ad essa. Elemento disturbante e critico l’oro isolato della Svizzera. La mostra a cura di Helia Hamedani si presenta quindi come una riflessione sulla necessità di risvegliare il nostro senso critico, di maturare la capacità di riconoscere gli schemi imposti, vederli e agire per essere poi in grado di contestarli. È un invito attraverso lo sguardo dell’arte a considerare vie alternative, a guardare la realtà sotto punti di vista molteplici, a non abbandonarsi mai alle sicurezze e al torpore dell’ovvio.

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