Da architetta a imprenditrice, quando un'idea diventa un mestiere

Cosa significa puntare sul design e l'innovazione in una città come Roma? Caterina Naglieri co-founder della Plato Design ci racconta la sua vita da imprenditrice. È in un capannone co-working sulla Prenestina che prendono vita le lampade D-Twelve e altri nuovi progetti. Ecco la storia di un ritorno nella capitale tra limiti, ostacoli, speranza e l'euforia di aver trasformato la propria idea in un lavoro

Ogni mattina, quando arrivo allo svincolo del GRA numero 16 e giro in direzione Colle Prenestino tra i tir e i furgoni carichi di merce cinese partiti da Via dell'Omo non posso fare a meno di pensare a quella scena del film Smetto quando voglio in cui il ricercatore Andrea cerca disperatamente di farsi assumere come meccanico fingendo di essere stato cacciato da scuola in terza media.

Tutto avrei pensato qualche anno addietro fuorché di ritrovarmi ogni mattina ad andare in un capannone freddo e impolverato fuori città e avere a che fare con fornitori, distributori e corrieri. Non avrei mai pensato in altre parole di trovarmi a fare l'imprenditrice, una parola che a pronunciarla mi fa ancora uno strano effetto. Nella mia vita "precedente" ero uno dei tanti architetti italiani che vagano per l'Europa tra borse di ricerca, Erasmus e Leonardo cercando di mettere a frutto quello per cui si è studiato tanto. E non posso negare che mi sentissi a mio agio con quel tipo di vita, almeno fino a una certa età. Sapevo però che il rientro nella capitale sarebbe stato difficile e avrei dovuto escogitare qualcosa di davvero speciale per avere un lavoro appagante anche in patria. E così è nata Plato Design.

La nostra storia è iniziata nel 2013 quando io e il mio compagno - e ora anche socio - Alessandro Mattei ci trovavamo a vivere all'estero, uno a Varsavia e l'altro a Barcellona, e abbiamo iniziato a lavorare nel tempo libero allo sviluppo del progetto "plato", la lampada modulare magnetica che tempo dopo avrebbe preso il nome di D-Twelve. Tutto è partito dall'intuizione che era possibile creare delle lampade componibili, fatte di moduli attaccati l'uno all'altro, che ricordano nella forma una struttura chimica, sfruttando il fatto che la corrente elettrica che alimenta un LED può passare attraverso i magneti.

Quello che ci è stato chiaro fin da subito è che la nostra idea aveva enormi potenzialità e che avevamo bisogno di finanziamenti affinché il progetto non restasse sulla carta. Abbiamo scelto allora di agire parallelamente su due fronti, quello pubblico e quello privato. Abbiamo partecipato ad un bando regionale per accedere ad un finanziamento per startup e proprio a poche settimane dal rientro in Italia siamo venuti a sapere che eravamo tra i vincitori. Poco dopo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter ricevendo oltre ventimila euro di finanziamento da sostenitori provenienti da quattro continenti diversi. 

E così mettendo insieme questi fondi a quello che avevamo da parte, settimana dopo settimana abbiamo allestito il laboratorio, trovato i fornitori, partecipato alle fiere, risposto alle interviste, cercato i rivenditori. Con questi primi investimenti abbiamo coperto le spese di avvio dell'attività e siamo entrati nel circuito delle nuove imprese iniziando a farci conoscere. Oggi alla Plato Design ci occupiamo di progettare, prototipare e produrre lampade e altri oggetti di arredo. Pur inserendoci in un settore tradizionale per il made in Italy come quello del lighting design, abbiamo cercato fin da subito di dare un'impostazione non convenzionale alla nostra attività sia nei prodotti che nei metodi di lavoro e di distribuzione. Abbiamo introdotto dei materiali estranei alla tradizione nazionale delle lampade in vetro, quali il legno, il cemento, frutto di un gusto europeo che abbiamo sviluppato grazie alle nostre esperienze internazionali. Impieghiamo tecniche produttive innovative al passo con il mondo della fabbricazione digitale e dei makers, che ci consentono di sviluppare nuovi prodotti con budget limitati e abbiamo puntato su metodi di distribuzione nuovi come il crowdfunding e le piattaforme di settore per l'e-commerce, che ci hanno dato grande visibilità internazionale senza bisogno di spostarci fisicamente.

Il nostro laboratorio, nato in condivisione con un'altra startup che si occupa di arredi in cemento colorato, è uno dei primi coworking artigiani nella periferia est di Roma. Cerchiamo giorno per giorno di costruire una rete nel nostro territorio fatta di giovani creativi con spirito imprenditoriale, con cui collaboriamo e condividiamo strumenti, spazi di lavoro e competenze, poiché siamo convinti che un contesto fertile aumenta notevolmente le possibilità di successo di una nuova impresa.

Definire le nostre strategie e i nostri mezzi "innovativi" non è per noi una scelta dettata del voler essere alla moda, ma piuttosto l'unica via che ci è sembrata percorribile per mettere in piedi da zero un'attività, avendo pochi mezzi a disposizione e trovandoci in una città in crisi e restia al cambiamento.

A distanza di due anni dalla nascita della Plato Design convivo quotidianamente con sensazioni contrastanti. C'è la sensazione di essere solo all'inizio e il rammarico di non aver iniziato una decade prima e c'è la chiara consapevolezza che il nostro limite più grande è la nostra città, Roma, dove il contesto produttivo è molto limitato, i servizi per le imprese sono scarsi e il design fa fatica a essere commercializzato.

Allo stesso tempo ci sono la speranza e l'euforia che nascono dal sentirsi promotori di qualcosa di nuovo, dal non essersi voluti adattare alla crisi ma di aver cercato di combatterla e dall'aver ricevuto numerosi riconoscimenti per questo. Nonostante gli imprevisti quotidiani, le lotte continue con la burocrazia, la sensazione di fare prodotti che vengono apprezzati più all'estero che da chi ci sta intorno, rifarei tutto da capo, perché avere idee è gratificante, ma trasformarlo in un mestiere lo è molto più!

 

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