Luciano Bianciardi © Archivio Farabola

Luciano Bianciardi e la natura dei nuovi “mestieri”

Agli albori del neocapitalismo, nella Milano degli anni ’50 e ’60, l’intellettuale grossetano avverte con sorprendente acutezza i mutamenti che le forme e lo statuto del lavoro stavano subendo con una velocità e radicalità forse mai viste prima nella storia delle società umane. Qui una piccola ̶ divertita e autoironica ̶ riflessione sulla visione bianciardiana del rapporto tra mestieri e produzione post-fordista.

«Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, in un PRM?». Il mestiere del social media manager, dell’ideatore di campagne di marketing, del curatore della pagine web e persino dello Youtuber appare ai nostri occhi normali, rispondenti a determinate esigenze produttive. Le nostre capacità di osservazione sono probabilmente troppo calate nella contemporaneità, hanno grosse difficoltà a cogliere, senza uno sforzo che si cimenti in un’analisi, la specificità di un contesto economico nel quale lavori come quelli sopra citati non solo esistono, ma possiedono un’alta attrattiva sociale.                                   

Ci potremmo allora sorprendere se qualcuno, magari un intellettuale, un artista o un filosofo, metta seriamente in discussione lo statuto di queste nuove professioni. Se questi all’improvviso ci domandasse: «Che cosa produce un social media manager, un analista di mercato, un pubblicitario?», noi probabilmente ci stranieremmo, non riusciremmo di primo acchito ad afferrare la ragione di questo interrogativo. Forse risponderemmo nel modo più semplice e candido possibile: «Il social media manager pianifica i progetti comunicativi di un’azienda che si possono attuare sui social network e sulle piattaforme on line, l’analista di mercato fa, appunto, ciò che la definizione della sua professione esprime   ̶ analizza il mercato ̶ , e il pubblicitario concepisce e sviluppa le campagne pubblicitarie». La questione potrebbe parere così risolta. Ma se questo intellettuale, artista o filosofo, non soddisfatto delle nostre risposte, ribattesse: «Sì, ciò che dite è vero; però cosa ci lascia il loro lavoro? Come si materializza il loro sforzo produttivo? Cosa “pone” la loro attività di nuovo nel mondo?», forse si addenserebbe intorno alla nostra mente qualche dubbio.          

Ecco, a questo finora anonimo interrogante potremmo dare il nome di Luciano Bianciardi. Giornalista, saggista, romanziere e operatore editoriale, Bianciardi è stato uno dei più lucidi e spregiudicati osservatori non solo della grande mutazione socio-economica e culturale dell’Italia del boom, ma anche uno dei più avvertiti intuitori dei cambiamenti radicali che il modello neocapitalistico ha attuato nel mondo del lavoro. La trasformazione pianificata, funzionale a sopraggiunte necessità di produzione, delle professioni intellettuali, e la costituzione di nuovi mestieri terziari, che gravitano intorno all’orbita dei “servizi”, sono state colte dallo scrittore grossetano con uno sguardo a un tempo tragico e ironico, che è espressione della sua ambivalente volontà di rifiutare in blocco le conseguenze (non ancora pienamente dispiegatesi) del sistema post-fordista e di integrarsi in esso. Ai suoi occhi il proliferare, nella Milano degli anni ’50 e ’60, di lavori “liquidi”, che si estrinsecano quasi esclusivamente nelle relazioni interpersonali, nel passaggio di informazioni, nell’opera di persuasione (palese od occulta che sia), si presenta come il risultato scioccante di una rivoluzione: le società industrializzate hanno messo a punto degli strumenti produttivi i cui esiti non sono delle sostanze tangibili, concretamente utilizzabili ̶ gli alimenti, i vestiti, le abitazioni e tutti gli oggetti che popolano e formano il nostro mondo ̶ bensì degli “enti” la cui realtà non è pienamente definibile, dei flussi comunicazionali, razionali ed emotivi al contempo, che, nonostante la loro esteriore eterogeneità, si imperniano su un unico elemento: la lingua. O meglio, la sua integrale funzionalizzazione economica.

È questo che provoca in Bianciardi un senso di spaesamento dal quale non si libererà fino alla morte (come dimostrano anche i suoi ultimi interventi critici). La comparsa di questo paradigma produttivo, che si sovrappone, modificandolo dall’interno, a quello “tradizionale”, viene registrato dall’autore maremmano in tanta parte della sua pubblicistica e delle sue opere narrative. Un passo de La vita agra ̶ una delle condanne letterarie al modello capitalistico più corrosive che mi sia capitata tra le mani ̶ mi pare il più icastico e incisivo di tutti quelli bianciardiani riguardanti questo tema. Ragionando sul carattere del suo lavoro di impiegato editoriale e di quelli terziari come il suo, il protagonista dice:

Nel nostro mestiere [quello dell’operatore editoriale] […] occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull’impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro. Non è come fare il contadino o l’operaio. Il contadino si muove lento, perché tanto il suo lavoro va con le stagioni, lui non può seminare a luglio e vendemmiare a febbraio. L’operaio si muove svelto, ma se è alla catena, perché lì gli hanno contato i tempi di produzione, e se non cammina a quel ritmo sono guai. Ma altrimenti l’operaio va piano, in miniera per esempio non si mette mai a battere i piedi e il falegname se la fa con calma, la sua seggiola o il suo tavolino, con calma e precisione, e l’imbianchino ti resta in casa una settimana solo per scialbare una stanza. Ma il fatto è che il contadino appartiene alle attività primarie, e l’operaio alle secondarie. L’uno produce dal nulla, l’altro trasforma una cosa in un’altra. Il metro di valutazione, per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi all’ora, se il podere rende.                                                                     

Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, in un PRM? Costoro né producono dal nulla né trasformano. Non sono né primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire, […] addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura. Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria, occorrono doti e attitudini di tipo politico. (L. Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 110-111) 

Ovviamente né la scelta di riportare questo brano né tutto l’articolo vogliono servire ad adombrare una (ridicola) denuncia della presunta inconsistenza o, peggio ancora, inutilità di molte di quelle professioni che non rientrano né nella sfera della produzione dei beni primari né in quella della creazione degli oggetti strumentali formanti il nostro mondo; so perfettamente, come immagino sappiano moltissimi, che se questi mestieri esistono, si perfezionano e intercettano altri ambiti lavorativi, è perché vanno incontro a dei bisogni economici precisi, o quanto meno strutturano delle strategie funzionali a un tessuto economico più tangibile. Ciò che mi limito a fare qui, con un intento autoironico e indulgentissimo, è servirmi della geniale lungimiranza di Bianciardi per offrire uno spunto di riflessione su come, nella forma attuale dell’economia di mercato, le nostre doti creative e linguistiche, la nostra intelligenza, la nostra fantasia, le nostre passioni e perfino il nostro irrinunciabile desiderio di felicità, siano sempre più messi al servizio di finalità che hanno poco a che vedere con la loro legittima espressione, perché vengono incanalati nella prospettiva di un sempre più sottile sfruttamento. L’emergere impetuoso dei nuovi “mestieri” ha forse portato con sé un’ombra di negatività di cui credevamo di esserci liberati.

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