Ranieri Indoni gallerista di professione

Il gallerista, critico d'arte ed editore racconta a Roma Italia Lab gli inconvenienti del mestiere: dagli inizi come «falsario» che riproduceva le opere in restauro fino ai tanti progetti di oggi, dalla rivista alla caccia ai nuovi artisti

Nonostante la crisi che investe anche questo settore, a Roma ci sono luoghi d’arte e di cultura che resistono. A due passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, su quella via Merulana ambientazione di Quer pasticciaccio brutto capolavoro di Carlo Emilio Gadda, c’è una galleria d’arte dal nome insolito, Pulcherrima, un superlativo latino declinato al femminile forse perché la bellezza è da sempre un concetto più vicino all’universo femminile che a quello maschile, che si traduce con la semplice e mai banale parola “bellissima”.

A dirigerla c’è un uomo che ha legato indissolubilmente la sua vita all’arte, Gastone Ranieri Indoni: all’apparenza un personaggio uscito da un romanzo di Tomasi di Lampedusa, ma dell’immobilismo gattopardesco non c’è traccia in lui.

La mia vista è stata sempre in mezzo all’arte. Ho cominciato a 13 anni a prendere lezioni di pittura. Per anni ho svolto la professione del copista di quadri, scherzosamente amo definirmi ‘il falsario’. Quando i musei dovevano mandare a restauro un quadro vecchio o rovinato, avevano necessità di rimpiazzare le opere, per non lasciare un vuoto nell’esposizione. Avevo una squadra di 12-13 artisti che lavorava con me. Quello che mi ha fatto penare di più è stato Vermeer, ma ricordo che per riprodurre un cestino di un pittore tedesco poco noto al grande pubblico ho quasi perso la vista. Sono gli inconvenienti del mestiere.

Oggi Ranieri Indoni è un critico d’arte ed editore e Pulcherrima è il suo regno: da Keith Haring ad Andy Warhol, da Mario Schifano a Gianni Dessì, e poi ancora Piero Dorazio e Renato Guttuso, solo per citare gli artisti più famosi esposti nel locale di via Merulana. Ma la sfida per il futuro è rappresentata dalla scoperta di nuovi talenti, pittori in rampa di lancio le cui opere a breve potrebbero avere valutazioni importanti e che solo l’occhio attento (e l’esperienza) di un critico può intercettare.

«In Italia ci sono 7 milioni di artisti», dice tra il serio e il faceto Ranieri Indoni. «Il punto è scovarli. Per farlo è importante innanzitutto avere una squadra che funziona: per questo sto creando un coworking tutto al femminile, un team di ragazze che avranno il compito di scovare nuovi talenti, perlustrando Roma zona per zona».

Una parte importante del suo lavoro è rappresentata dall’editoria, con la rivista International Urbis et Artis, che trae il nome dall’omonima associazione di cui Ranieri Indoni è vicepresidente, presieduta dal Cavaliere della Repubblica Anna Salvati e che vede alla direzione Carla Mazzoni. Si tratta di un bimestrale, disponibile solo attraverso abbonamento, che ha il compito di offrire pubblicità ad artisti emergenti.

La maggior parte degli artisti - spiega Ranieri Indoni - non capiscono che se non si quotano e non si pubblicano non esistono. Per questo noi editiamo una rivista con le quotazioni degli autori. Chi legge deve capire quanto vale un artista. È un lavoro che non fa nessuno.

Pulcherrima non è una semplice galleria d’arte. Vi si svolgono eventi culturali di ogni tipo: mostre, bandi, vernissage, laboratori per ragazzi, corsi di disegno intuitivo, pittura (acquarello, acrilico), ceramica, poesia. A breve la galleria sarà aperta anche la sera, dalle 19.00 alle 24.00, in una sorte di «notte bianca perpetua dell’arte» dallo slogan bizzarro ma accattivante «T’Artine e bollicine», con l’apostrofo ben in mostra a sottolineare il gioco di parole.

Di cultura si può vivere, c’è tanta fame di arte. Dopo Sgarbi, Bonito Oliva e Flavio Caroli in televisione, la richiesta sta aumentando. I musei stanno registrando presenze importanti, anche la mossa del ministro Franceschini di chiamare professionisti stranieri a dirigere alcuni siti di prima importanza sta dando i suoi frutti, così come l’Art Bonus. Nonostante questo, però, tante gallerie hanno chiuso e stanno chiudendo. Prima il gallerista diceva «pago mille e rivendo a centomila». Questo non poteva durare. E così in tante gallerie sono arrivati gli strozzini.

Tra i ricordi di una vita nel mondo dell’arte, Indoni rammenta il suo primo incontro con Vittorio Sgarbi avvenuto oltre 35 anni fa, con cui ancora saltuariamente collabora:

Ero a Staffolo, Ancona. Erano i primi tempi che Sgarbi era ospite di Maurizio Costanzo. Noi dovevamo fare una tela per un cardinale. Lui lavorava ai Beni culturali ma già viaggiava per tutta Italia, oltre ad andare in televisione. In quel periodo aveva discusso con Costanzo. Io aspettavo l’addetto del comune che aprisse la chiesa. Mentre aspettavamo, arrivò Sgarbi con un codazzo di persone. Appena mi vide, disse con sdegno rivolto a me: «Figurati se Costanzo non mandava un giornalista». Io lo riconobbi e gli spiegai chi fossi. Ci chiarimmo e pranzammo insieme, poi siamo rimasti in contatto. Abbiamo anche presenziato insieme ad alcune mostre, come l’anno scorso a Finale Ligure. Ricordo che quella volta arrivò alle sette di sera. Andammo a cena e uscimmo alle quattro e mezza di notte. Non si fermò e ripartì subito alla volta di Fano a bordo della sua macchina, una vera e propria biblioteca viaggiante.

 

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Nato e cresciuto a Roma, sono giornalista professionista dal 2012. Da sempre appassionato di storia, perché non possiamo capire il presente se non conosciamo il passato.

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