Un personaggio mitico/racconto

di Patrizia Palmieri

È primavera anche a John Lennon Park.

Come tutte le mattine Arnold si accinge a prendere servizio. È un signore di mezza età, alto, magro e distinto. Indossa pantaloni verdi leggeri, una camicia chiara e una borsa a tracolla marrone. Si avvicina a una panchina di bronzo su cui è riprodotta, a grandezza naturale, la statua di John Lennon. Alzando gli occhi al cielo e sospirando, estrae dalla tracolla un paio di occhiali con la montatura rotonda e leggera e, dopo aver pulito le lenti, li sistema sul viso del cantante dei Beatles. Poi, controllando di sbieco il suo operato, si allontana e va a sedersi sulla panchina di fronte. È domenica e Arnold sa che deve prestare molta attenzione, soprattutto quando arrivano i pullman pieni di turisti, per scattare foto accanto alla statua. È capitato in passato che alcuni vandali, o qualche turista più audace, avessero profanato la scultura, rompendo le lenti, o trafugandoli come souvenir.

Arnold aveva imparato la lezione. Così nella borsa, oltre a un piccolo toast e una bottiglietta di acqua, portava diversi occhiali di riserva, per garantire a ogni visitatore la foto con il noto personaggio, in tutto simile all’originale.

«Andiamo a prendere un caffè?»

Lo invitava qualche amico, che andava a trovarlo sul posto di lavoro.

«Oggi no. È previsto l’arrivo di una delegazione coreana, non posso certo allontanarmi».

In molti hanno notato la presenza del curioso guardiano, che passa le giornate al parco, sempre nei pressi della statua sorvegliandola, anche da lontano, per non perderla mai di vista. Perché Arnold non si limita solo a collocare gli occhiali: se il vento li sposta, corre a sistemarli, quando piove si siede sulla panchina e li ripara sotto l’ombrello, se la polvere li rende opachi, provvede a lucidarli. Non è un lavoro difficile o complicato, ma è comunque impegnativo e richiede dedizione. Certo l’orario è pesante, soprattutto nel fine settimana, non essendoci nessuno che possa sostituirlo nel turno. Ma ad Arnold va bene così ed è felice lo stesso.

«Scusi, ma trovo il suo lavoro inutile quanto insignificante».  Gli disse una volta una signora con un cappellino a pois bianchi e rossi. 

«Può darsi che lei abbia ragione» fu la placida risposta, «ma io sono un tipo preciso: mi piace che ogni cosa sia al posto giusto».

«E proprio gli occhiali sul naso della statua di Lennon?» Continuò la signora, trattenendo, fra i denti, una perfida risatina.

“Perché no? Io costruisco ricordi, cara signora. Abbia la pazienza di comprendere che anche una sola foto, scattata senza gli occhiali al loro posto, darebbe un’immagine imperfetta».

Ma la donna non aveva capito, senza salutare si era allontanata, dopo aver lasciato che un cane-topo, con il guinzaglio a pois bianchi e rossi, facesse la pipì ai piedi della panchina.

Un’altra volta alcuni ragazzi avevano colpito la statua con una palla, mandando in frantumi le lenti. Intimoriti dalla reazione del custode, erano rimasti fermi a guardare. Arnold, invece, li aveva invitati ad avvicinarsi.

«Ci dispiace, non l’abbiamo fatto apposta». Si scusò il più piccolo del gruppo.

«Non importa, sono qui per questo».  E dall’immancabile borsa tirò fuori un paio nuovo di occhiali. «Mitico!» ai ragazzi era uscito un’esclamazione di sorpresa e di ammirazione per l’efficienza di quell’uomo, ai loro occhi una specie di eroe.

Ma Arnold è troppo modesto per accorgersi di essere tutto questo. 

Il suo lavoro gli permette di passare molte ore all’aria aperta, nel verde, a contatto con la natura. È il primo a osservare i cambiamenti delle stagioni, dell’arrivo o della partenza degli uccelli, dello schiudersi o della morte di un fiore. Ma la gente questo non lo capisce. Si limita a scambiare quattro chiacchiere, ad apprendere qualche aneddoto sul cantante, a scattare foto e andarsene via. È sera, un’altra lunga giornata è terminata. Arnold si alza, beve l’ultimo sorso dalla bottiglia. Con fare incerto si avvicina alla statua, indeciso se togliere oppure no gli occhiali. 

Si guarda intorno, con fare circospetto, come chi teme che il pericolo possa essere sempre in agguato. Le ombre del tramonto, lungo il parco, colorano il mondo di un dolce senso di ottimismo e bontà. La vita non è così triste e inutile se c’è ancora qualcuno disposto a sognare. Un’altra volta, come tutte le altre, si sente di dare fiducia all’umanità: dà un’ultima lucidata alle lenti, le ricolloca al loro posto e se ne torna verso casa, canticchiando una strofa di una canzone del mitico John Lennon.

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one. 

 

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