Così fan tutte, (dis)connessioni di coppia

Ritorna al Teatro Costanzi dopo 22 anni di assenza Così fan tutte. Storia di un’opera controversa, amata e duramente criticata, ma sempre incredibilmente attuale.


Opera ambigua e affascinante, singolare gioco di geometrie variabili Così fan tutte o sia La Scuola degli Amanti (1790) conclude la trilogia delle commedie italiane di Mozart, tributarie del secolo dei lumi. Il librettista Lorenzo Da Ponte, veneziano al servizio dell’Imperatore d’Austria, aveva precedentemente rielaborato e adattato il testo di Beaumarchais per Le nozze di Figaro e quello di Molière per il Don Giovanni. Due grandi libretti all’ombra di due giganti. Qui, invece, anche senza fonti illustri, Da Ponte riesce a creare una commedia cinica e sorridente e un meccanismo infallibile che sa prendere e coinvolgere il pubblico. Non fu così nel corso dell’800: giudicata “futile” e “insulsa”  Così fan tutte dispiacque a Richard Wagner, fu criticata per la “licenza morale” e il soggetto ritenuto scabroso, ed ebbe scarsa diffusione per tutto il secolo. Il giudizio negativo coinvolse anche la musica di Mozart che non salvava la “volgarità” del libretto.

Quello che oggi ci affascina è forse proprio la scrittura maliziosa e divertita del musicista che sa esprimere, accanto alle pulsioni ideali dei sentimenti quelle più terrene della sensualità approfittando delle situazioni piccanti e pruriginose offerte dal libretto a tutti i personaggi. Le due coppie amorose, Fiordiligi/Guglielmo e Dorabella/Fernando usano un linguaggio verbale e musicale assai vario che va dall’aulico al quotidiano. Don Alfonso, brillante uomo di mondo e Despina, smaliziata tuttofare, personaggi realisti e saggiamente disincantati, muovono i fili dell’azione, stuzzicando e provocando gli altrui sentimenti.

Il gioco delle coppie che tentennano, resistono, e infine cedono – scambisti per scommessa! – è sottilissimo e pieno di sorprese e di travestimenti che la musica non manca di sottolineare. Nel finale assolutorio un divertito Don Alfonso   invita a una realistica e serena presa di coscienza:

«Tutti accusan le donne, ed io le scuso
se mille volte al dì cangiano amore;
altri un vizio lo chiama ed altri un uso,
ed a me par necessità del core.
L’amante che si trova alfin deluso
non condanni l’altrui, ma il proprio errore;
Già che, giovani, vecchie, e belle e brutte,
Ripetete con me: “Così fan tutte!”».

Un soggetto del genere oggi sa offrire tanti spunti di riflessione sulla condizione della donna e sul rapporto tra i sessi, ma per lungo tempo si è scontrato decisamente con la morale borghese che non poteva capire e tanto meno apprezzare l’ambiguità delle situazioni e la conclusione liberatoria.

Dopo un lungo oblio, la prima italiana moderna di Così fan tutte fu proposta nel 1927 dal Teatro di Torino (breve e intensa avventura di Riccardo Gualino, mecenate illuminato), sotto la bacchetta di Vittorio Gui, direttore mozartiano di rango internazionale. Sono, guarda caso, gli anni del Charleston, delle prime gonne corte, dei capelli alla garçonne: tutti segnali di emancipazione femminile.

Sarà ancora Gui a portare questo titolo per la prima volta sul palcoscenico del Teatro dell’Opera di Roma nel 1950; da allora si contano solo cinque riprese per uno scarno totale di trenta recite.

I primi allestimenti scenici moderni di quest’opera che è ambientata a Napoli, erano spesso fuorvianti, dando un tocco viennese e rococò, con crinoline e leziosaggini a un soggetto che può non avere confini ma è certamente meglio valorizzato da un cielo mediterraneo in cui si colgono le sfumature più profonde del testo e delle suggestioni musicali.

Alla Scala di Milano, nel 1976, Giuseppe Patroni Griffi, napoletano, riuscì forse per primo a riproporre con la sua regia e con le belle scene di Pierluigi Pizzi il vero carattere di quest’opera: garante musicale il grande direttore austriaco Karl Bohm. Subito dopo, al Festival di Spoleto del 1976, nel piccolo e raccolto Teatro Caio Melisso, Giorgio De Lullo, con una compagnia di giovani, offrì un’indimenticabile lettura mediterranea di Così fan tutte. Si consacrò così un nuovo modo di mettere in scena questo capolavoro che raggiungerà forse il suo apice nel 1998 per l’inaugurazione della nuova sala del Piccolo Teatro di Milano: sarà l’ultima regia, purtroppo postuma, di Giorgio Strehler. Lo spettacolo da lui voluto e ideato è stato riproposto in tournèe per molti anni e per molte repliche (anche a Roma nel 2004 al Quirino), contribuendo alla definitiva popolarità di un titolo troppo a lungo trascurato.

Al Teatro Costanzi Così fan tutte ritorna dopo ventidue anni di assenza. Nel 1995 il grande regista inglese Jonathan Miller aveva firmato un’edizione molto “glamour” in abiti contemporanei (firmati Armani!). Oggi tocca a un altro celebrato regista inglese, Graham Vick (a lui si deve anche Il ratto dal serraglio romano del 2011) cui il Teatro ha affidato il nuovo progetto dell’intera trilogia mozartiana.

La sua lettura, partendo dal sottotitolo dell’opera, La scuola degli amanti ambienta il tutto in una classe bianca e luminosa, con pochi oggetti. Due banchi, quattro sedie, una lavagna, un proiettore, un baule. Don Alfonso (Pietro Spagnoli) è il professore, Despina (Monica Bacelli) è un po’ bidella e un po’ inserviente, i quattro amorosi (Francesca Dotto e Vito Priante; Chiara Amarù e Juan Francisco Gatell) sono ragazzi di oggi, vestiti normalmente, i travestimenti quasi un gioco. Senza orpelli resta, grazie al regista, una cura speciale per la recitazione e il racconto e tutto lo spazio per apprezzare la musica e le voci.

La direzione dell’opera, eseguita in versione integrale, è affidata alla romana Speranza Scappucci, che accompagna anche i recitativi al fortepiano. La Scappucci, giovane e esuberante, già apprezzata in campo internazionale, ha maturato una prezioso background di maestro collaboratore al pianoforte e di maestro sostituto, prima del suo recente debutto (2012) in veste di direttore d’orchestra. La sua lettura sa cogliere le diverse anime di questa partitura e i più riposti significati del libretto coinvolgendo il validissimo sestetto di cantanti (che si alternano nelle recite con altri di pari livello) in una bella sintonia tra podio e palcoscenico.

Uno spettacolo giovane e coraggioso; un’opera incredibilmente attuale.

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Imprenditore per nascita, appassionato di opera lirica per precoce vocazione. Curioso d'arte. Ha collaborato con Radio3 e pubblicato su riviste specializzate.