Emma Carelli: primadonna manager

Tante disconnessioni hanno segnato la vicenda di Emma Carelli, dalla sua vita d’artista al suo amore rivoluzionario, dalla sua carriera all’inedita posizione di donna manager che la politica farà fuori. Così pure il suo compagno, agitatore socialista poi connesso al grande capitale internazionale…

Le serate musicali in casa Carelli erano frequentate, negli ultimi anni dell’800, dalla grande cultura napoletana con in testa Matilde Serao: si esibiva la giovane Emma, figlia del maestro Beniamino, insegnante del glorioso Conservatorio di San Pietro a Maiella, destinata a una precoce carriera e a un debutto cittadino a fianco di Enrico Caruso. Due cantanti innovativi che introdurranno uno stile di canto espressivo e una recitazione naturalistica al passo con i tempi nuovi. Il temperamento di Emma entrerà in conflitto con tutto quello che sapeva di vecchio e la porterà a trovare il compagno della sua vita in Walter Mocchi, socialista rivoluzionario, sindacalista, oratore e articolista irruento che sposerà nel 1898 a Procida dove era stato confinato per aver capeggiato i moti rivoluzionari di maggio a Napoli.

Nel 1899 la Carelli debuttò al Teatro Costanzi di Roma e alla Scala di Milano dando prova di una vocalità scandita e originale e di un notevole slancio e approfondimento interpretativo, ma ben presto la sua carriera italiana verrà pesantemente ostacolata dalla vivace attività politica del marito. Quando Mocchi nel 1904 sarà tra gli organizzatori del primo sciopero generale italiano, molti teatri le rescinderanno i contratti.

La Carelli tentò il suicidio (forse più per rabbia che per disperazione) ma, donna combattiva e passionale, si riebbe ben presto trovando successo e soddisfazioni artistiche all’estero: Madrid, Barcellona, Lisbona, Montecarlo, Pietroburgo e il Sudamerica dove ebbe accoglienze entusiastiche. Piccola di statura, aveva un piglio scenico e vocale aggressivo che fu molto imitato all’epoca e la caratterizzò come interprete verista; tra i suoi ruoli più applauditi, in un repertorio di circa quaranta titoli prevalentemente della “Giovane scuola”, Iris, Cavalleria rusticana, Tosca, Bohème e Zazà per cui Eleonora Duse ebbe a scriverle: “L’incanto della voce e la gentilezza del cuore: ecco Emma Carelli e io le dico: grazie come a sorella, e ammirandola e amandola”. Questa dedica delicata contrasta con l’immagine della Carelli che una sera, a Santiago, dove l’ impresario non voleva farle cantare Zazà, come promesso, salì sul palcoscenico dopo un’accalorata discussione, fece sospendere la recita in corso e lo additò con veemenza al pubblico ludibrio!

Nel 1906 Walter Mocchi, deluso dalla mancata elezione alla Camera dei Deputati, abbandonò la politica per dedicarsi all’impresa teatrale, sulla scia del successo internazionale della moglie di cui era divenuto agente. Ebbe l’inedita e brillante idea di trasferire nei teatri del Sud America i complessi lirici italiani nel periodo della chiusura estiva, approfittando dell’inverno australe. Poteva così contare su una nuova stagione per utilizzare a ciclo completo gli allestimenti e assicurare continuità di impiego alle orchestre e ai cantanti destinati altrimenti a un lungo periodo di inattività. Creò, con un piano ambizioso e lungimirante, un trust di teatri sudamericani sotto un’unica direzione e organizzazione avente come base il Teatro Costanzi di Roma riservando per sé l’incarico redditizio di agente generale dell’Agenzia che forniva i cantanti a tutti i teatri aderenti al circuito.

La Carelli che aveva condiviso con il marito le grandi linee del suo progetto, si presentò al Costanzi nel 1912 nella duplice veste di impresaria e di protagonista della impegnativa Elettra di Richard Strauss. Il pomeriggio della prima si sviluppò un incendio nel magazzino scenografia: l’impresaria fu costretta a essere presente fino alla soluzione del problema; la cantante, di conseguenza, si trovò a dovere andare in scena in una situazione di stress indicibile. Il gravosissimo impegno vocale e scenico fu portato a termine grazie alla sua forza di carattere. Il Giornale d’Italia scrisse:

«La Signora Carelli ha inteso il personaggio nella sua rabbiosa furia belluina, nella passione vendicatrice che guida le sue azioni, che illumina di eloquenza ogni sua parola, che soverchia, uccide in lei ogni altro affetto finché uccide se stessa con la gioia della vendetta compiuta».

Fu un successo memorabile ma fu anche il suo canto del cigno: la nuova attività di impresaria mal si conciliava con il canto e d’altronde la sua vocalità troppo generosa aveva ormai subito un declino precoce. Si convinse così ad abbandonare definitivamente le scene nel 1914, resistendo persino ai pressanti inviti di Gabriele D’Annunzio, che volendola interprete della sua Fedra, musicata da Ildebrando Pizzetti, le inviava il testo con questa dedica «A Emma Carelli questo poema nerazzurro che attende ancora “la bipede leonessa”, la grande Rivelatrice, è offerto con altissima aspettazione».

Nel 1913 la crisi finanziaria in Sudamerica aveva creato seri problemi alla società che gestiva il Costanzi. Mocchi, che era una vera fucina di progetti e di idee, non si perse d’animo e trovò finanziatori anche in Italia. Venne così costituita ex novo l’ “Impresa del Teatro Costanzi” affidata interamente alla Carelli, mentre il marito proseguirà la gestione dei teatri sudamericani. Intelligente, intuitiva, coraggiosa, arsa da un sacro fuoco che comunicava a chi le stava vicino, Emma portò il “suo” teatro ai massimi livelli, insidiando il primato del Teatro alla Scala grazie all’alto livello delle sue proposte. Tra queste, molti titoli del grande repertorio operistico internazionale inediti per Roma e per l’Italia, novità di giovani autori musicali, importanti serate di balletto (Diaghilev, Ida Rubinstein, Isadora Duncan), di operetta, di prosa (Eleonora Duse, Ermete Zacconi), proiezioni cinematografiche (Assunta Spina con Francesca Bertini), mostre di pittura e le prime, movimentatissime serate futuriste.

La sua gestione, che la vide avveduta amministratrice e instancabile organizzatrice per quattordici anni, terminò nel 1926, con un’edizione, a ridosso della prima scaligera, della nuovissima Turandot di Puccini, osteggiata e contrastata in tutti i modi dagli ambienti milanesi, ma fortemente voluta dalla Carelli che chiuderà così trionfalmente la sua ultima stagione romana.

Sin dal 1924 le crescenti pretese degli orchestrali avevano messo in seria difficoltà l’impresa, costretta a sospendere l’attività per sei mesi. La necessità di nuovi investimenti sugli impianti elettrici e sui meccanismi scenici avevano portato l’indebitamento bancario a livelli insostenibili coinvolgendo non solo l’impresa del Costanzi ma anche la società proprietaria del Teatro. La nuova realtà politica di quegli anni aveva mire ben precise per trasformare il vecchio teatro impresariale  nel teatro di rappresentanza della Capitale con la nuova denominazione di “Teatro Reale dell’Opera”. Per questo servivano ingenti capitali e si vennero formando nuovi gruppi di potere.

La stampa cominciò a rivolgere periodici attacchi alla gestione della Carelli che, inconsapevole, lavorava alla preparazione della stagione successiva, sicura dei propri meriti e forte dei risultati conseguiti. Ma l’8 giugno 1926 il Governatorato di Roma si assicurava l’acquisto dello stabile per liquidare subito dopo i rapporti con l’impresa del Costanzi, pur essendo il contratto ancora in vigore. Un pesante intervento di Pietro Mascagni direttamente su Benito Mussolini, vanificò le residue speranze della Carelli di trovare una collocazione nella nuova gestione. Le verrà riconosciuta una congrua indennità economica ma il colpo per lei, donna disinteressata, che aveva dedicato tutta la sua vita al teatro in cui aveva prima trionfato come artista per poi gestirlo da accorta manager fu terribile.

Era stata bella da giovane, con la carnagione bianca, i capelli neri, gli occhi chiari. Ma ormai era tozza, pesante, trascurata e priva di ogni grazia femminile. A quarantanove anni era troppo vecchia per tornare sulle scene e la sua personalità era troppo ingombrante per pensare di potersi inserire agevolmente in un altro teatro. Anche la vita privata le riservava delusioni: il marito si era legato a una giovane e bella cantante brasiliana, Bidù Sayao, scoperta e lanciata dalla stessa Carelli nella sua ultima stagione romana, e destinata a diventare una star del Metropolitan di New York.

Emma iniziò a sfogare la sua rabbia e la sua vitalità repressa viaggiando in Europa con la sua nuova automobile, una Lancia Lambda, un bolide in grado di raggiungere, all’epoca, i 120 km/h. Scriveva in quel periodo a un amico: «Tre passioni ho avuto in vita mia: Walter Mocchi, il Teatro Costanzi e questa maledetta macchina che un giorno o l’altro mi schiaccerà». E così avvenne.

Il 17 agosto 1928, rientrando da Siena, dopo un viaggio in Germania e in Svizzera, mentre percorreva la Cassia sul tratto di curve tra Bolsena e Montefiascone che costeggia e poi sovrasta il lago, ( già teatro della prima e delle successive edizioni della “Millemiglia”) la sua autovettura, nell’incrociarne un’altra proveniente in senso inverso, sbandò e si cappottò in località Ponte della Regina, schiacciandola sotto il suo peso. Moriva così una vera Regina del Teatro.

Walter Mocchi, l’antico rivoluzionario, sposerà la Sayao (più giovane di trent’anni) per divorziare dopo pochi anni. Continuerà a occuparsi di teatro, di cinema, parteciperà alla Repubblica di Salò per poi ritirarsi in Brasile a fare il fazendero. Tornerà a fare l’impresario a ottanta anni, dopo aver sposato un’altra giovane cantante lirica.

© Riproduzione riservata
Condividi questo contenuto
Share on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Pin on PinterestTweet about this on Twitter

498 visualizzazioni

Imprenditore per nascita, appassionato di opera lirica per precoce vocazione. Curioso d'arte. Ha collaborato con Radio3 e pubblicato su riviste specializzate.