Fascino e malinconia delle ‘note blu’. I 40 anni suonati del Roma Jazz Festival

Cécile McLorin
Cécile McLorin

Il Roma Jazz Festival, giunto al suo 40° anniversario, celebra la nota blu e la sua ambiguità, tra senso di sospensione e malinconia che affascina tanto.

Due delle espressioni artistiche più intense di sempre si basano su un’ambiguità: la famigerata nota blu, la blue note, caratteristica dei generi musicali jazz e blues. Questa nota rappresenta un’anomalia che si oppone al sistema armonico generando una dicotomia tra regola e alterazione. Sfugge alle definizioni, oscilla e crea quel senso di sospensione e malinconia che affascina tanto. Talmente tanto che quest’anno, nonostante le importanti perdite di artisti della scena internazionale, bisogna celebrarla.

Dunque bando alla tristezza perché fino al 23 novembre il Roma Jazz Festival spegne quaranta candeline. Dopo aver attraversato la capitale in alcuni luoghi culto come la Quercia del Tasso, il Palazzo della Civiltà e del Lavoro all’Eur, l’ex Air Terminal Ostiense, nel 2004 è approdato all’Auditorium Parco della Musica e qui è rimasto. In questa sede è stato ripensato in nuova veste ed è diventato tematico. Per i festeggiamenti di quest’anno, si è voluto puntare i riflettori sulla scelta fatta allora, a partire dalla mostra Roma Jazz Festival: una storia lunga 40 anni. Allestita negli spazi dell’Auditorium Arte, celebra l’aspetto “visuale” del festival con una galleria di opere di illustratori e artisti che negli anni hanno raffigurato i vari temi della manifestazione.

Ma spetta anche e soprattutto ai concerti mettere in luce questo aspetto ed è per questo che ogni esibizione del 2016 è pensata attorno a un tema particolarmente significativo delle edizioni passate. Da Jazz e Letteratura, sintetizzato dall’incontro tra lo scrittore Erri De Luca e il sassofonista Stefano Di Battista, a Visual Jazz, interpretato dalla performance del trombettista Enrico Rava assieme al pianista Giovanni Guidi e al mito dell’elettronica Matthew Herbert, a Gezz – Generazione Jazz rappresentato dall’orchestra di giovani musicisti New Talents Jazz Orchestra formata e guidata dal direttore e trombonista Mario Corvini.

Tra gli appuntamenti tematici ancora in programma vale la pena segnalarne un paio particolarmente ghiotti: uno il 22 novembre nell’ambito del tema Jazz Appeal dedicato alla Voce, rappresentato in questa edizione dal talento della giovane cantante americana Cécile McLorin Salvant, interprete raffinata e moderna del jazz di sempre, accompagnata dal virtuoso Jacky Terrason al piano. Il secondo il 23 novembre per la sezione Jazz Feeds the Planet, che ospiterà sul palco il pianista Omar Sosa e la violinista Yilian Canizares, entrambi cubani ma conclamati cittadini della musica di tutto il mondo per le loro molteplici influenze.

Il festival ha previsto anche una selezione di concerti alla Casa del Jazz, e tra questi il 19 novembre ce n’è uno a cui teniamo particolarmente perché fa volare alta la bandiera della musica italiana all’estero. Vede protagonista un artista che può vantare un curriculum d’eccezione come autore per sé e per altri e come session man a fianco dei maggiori nomi della musica italiana degli ultimi trent’anni. Si tratta di Fabrizio Consoli, che abbiamo intercettato sulla rotta di un tour in Russia e al quale abbiamo chiesto di raccontarci il suo ultimo album 10 e il suo punto di vista su musica, creazione, multiculturalità e radici.

Anche alla luce delle tue esperienze come musicista molto attivo all’estero, che valore rappresenta l’italianità in una musica fortemente multiculturale come la tua?

«Se parliamo di come “l’essere italiano” influenzi la mia musica, direi che ha un valore estremo. È il setaccio definivo col quale filtro ogni aspetto del mio lavoro, ma non solo… Sorprende, per esempio, scoprire quanto siamo amati all’estero. Allora – e forse solo allora, ed è un peccato – capisci che la nostra cultura, il carattere, il nostro life style, non sono un “luogo comune”. E quando mi rendo conto che il pubblico riesce a chiudere gli occhi (quando non addirittura a ballare, come è successo stasera a Kolomna, in Russia), e a sentirsi “a casa”, pur non capendo una parola, capisco che nella mia musica c’è tutto quello che realmente conta, verità. Ma, se vuoi, c’è anche un’altra accezione che possiamo dare alla parola italianità, forse più divertente, ed è quella capacità tutta nostra di vedere, quasi… sognare “cose” che ancora non esistono, e di trasformare un’intuizione in realtà. Il rumore della mia città, un buon caffè, due chiacchiere con qualche amico. Tutto questo finisce nella mia musica».

Il tuo ultimo lavoro 10 è un concept album, nel solco di una tradizione particolarmente fortunata negli anni ’60 e ’70 ma che ultimamente sta trovando nuova vita sulla scena internazionale. Cosa vuol dire per te un lavoro che si sviluppa attorno a un’unica tematica, in questo caso i dieci comandamenti?

«I significati sono diversi, il più importante dei quali è senz’altro avvicinare il più possibile quella che altrimenti sarebbe una qualunque raccolta di canzoni, a un’opera d’arte. Naturalmente è un lavoro che necessita di tutta una serie di attenzioni e un’organizzazione diversa, direi “orizzontale”, nel senso che sei costretto a lavorare su più piani contemporaneamente, senza mai perdere di vista il punto di arrivo… Tutto questo comporta tempo e un incredibile investimento di energie, economico e di vita. Alla realizzazione di 10, per esempio, sono serviti quasi cinque anni di lavoro. E trattandosi di una riflessione profonda, e assolutamente laica, sui comandamenti, capisci che a scrivere una sciocchezza ci voleva davvero poco. Così tutto è stato estremamente curato, pensato, direi… Sognato. Spesso lasciato “sedimentare”, e ripensato. E credo che un ritorno alle origini – dalle quali certo jazz e certa musica delle radici non si sono mai separati – quello, cioè, di provare a fare “arte”, sia l’unica cosa in grado di riconsegnare alla musica il suo senso ultimo: intrattenere, emozionando».

Roma Jazz Festival
6 – 23 Novembre – 40° Anniversario
Auditorium Parco della Musica – Casa del Jazz

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Si occupa di editoria da tanto e ascolta musica da sempre. Ha lasciato Roma per Milano per dire che vive tra due città. Una canzone: Edge of Seventeen di Stevie Nicks. Una parola: pizza. Il suo blog personale è 6 canzoni prima di colazione.