Galeffi, il giovane Lennon di Montesacro

«I talent non servono a niente, meglio ascoltare i grandi classici», Galeffi, classe '91 arriva da Montesacro e riempie il Monk con le sue canzoni tra Totti, Harry Potter e il sogno british

Ricordate Harry Potter, il maghetto protagonista dei romanzi della scrittrice J.K. Rowling? Ecco, levategli la scopa, la bacchetta magica e il mantello dell’invisibilità e immaginatelo con il microfono, il pianoforte, la chitarra, oltre che una passione smisurata per il calcio e l’Inghilterra. Il risultato è Marco Galeffi, cantautore romano classe ’91 che al Monk Club ha presentato il suo disco d’esordio Scudetto, edito da Warner Chapel Music Italiane e prodotto da Maciste Dischi. 

Capelli a caschetto con ciuffo laterale, occhiali con dalle lenti tonde e abbigliamento un po’ retrò, anni ’60-’70, oltre al giovane Potter a cui nel disco ha dedicato il brano Potter/Pedalò, le fonti di ispirazione principali di Galeffi sono Cesare Cremonini e i Beatles, infatti porta orgogliosamente la sagoma di John Lennon sul braccio sinistro.

«Chi ascolta i grandi classici del rock come Lennon, Ray Charles e Otis Radding – afferma con convinzione – ha qualche chance di diventare un buon musicista. Non serve a niente riporre speranze nei talent come X Factor, bisogna conoscere la buona musica».

E la sua canzone preferita dei Fab Four è Strawberry Fields Forever«mi piacciono molto le atmosfere di quel brano, rappresenta l’inizio della fase psichedelica dei Beatles». 

Ad accoglierlo, quando è salito sul palco del Monk – che per una sera, con un po’ di fanstasia, sembrava di stare al Cavern Club di Liverpool - una folla di giovani che ha iniziato a cantare con lui i brani più famosi del suo album. Lui entra, saluta tutti, si siede al piano e insieme al pubblico intona Occhiaie, uno dei brani più cantati. Nelle sue canzoni ci sono tanti riferimenti al suo mondo, a iniziare dal titolo che ha scelto.

«Oltre all’amore per il calcio – spiega - da romanista sfegatato ho voluto esorcizzare la poca fortuna della mia squadra del cuore, che non vince uno scudetto da molto tempo». Invece Galeffi, giovane di Montesacro, diplomatosi al Liceo Scientifico Archimede, con una laurea in Lettere e Filosofia e giornalista pubblicista, grazie a questo esordio discografico il suo “scudetto” lo ha già vinto e in parte lo usa per raccontarsi. Il Regno Unito ritorna spesso nelle melodie e nei testi, con Camilla che «veste tutta british», o con le Tazze di tè, brano che presenta al pubblico del Monk imbracciando l’ukulele. E in parte canta anche i problemi dei giovani d’oggi, tra precarietà e poche certezze nel futuro: «sogno la pensione perché odio lavorare»

Galeffi non è novello ai palchi della Capitale. «Ho studiato musica alla scuola Nomos e ho iniziato suonando rap al liceo con un amico – racconta - nel tempo ho avuto gruppi pop e rock e ci ispiravamo al sound britannico dei Coldplay, dei Keane e degli Oasis. Ci siamo esibiti in vari locali tra cu Le Mura a San Lorenzo, il Lanificio di Pietralata e ‘Na cosetta al Pigneto. Mai fuori dal GRA» scherza. 

Figlio della lupa, il giovane Galeffi però spera in un destino diverso rispetto ai suoi beniamini giallorossi. Così dopo aver dedicato il suo primo scudetto anche a Tottigol – si chiama così l’ultimo pezzo dell’album – pensa già al prossimo disco. Che ha già in testa, «praticamente è quasi finito» promette.

Intanto si gode il successo dell’esordio insieme alla sua band, Walter Pandolfi al basso, Andrea Palmieri alla batteria, Luigi Winkler e Marco Prioetti dub master. Sul palco del Monk, per l’occasione, invita anche due special guest: Gazzelle, cantautore della scena indie romana e Bob Angelini, chitarrista della Gazebo Orchestra del programma tv di La 7 Propaganda Live. Alla fine arriva anche il fratello, Matteo Galeffi, in arte Livata, con cui ha scritto alcune canzoni. Galeffi segna e spicca così il volo, entrando nell’industria discografica. Sognando Liverpool naturalmente. 

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Sono nato nel lontano 1987 a Cosenza, nella Calabria nowhere land, per rubare alcuni versi di John Lennon. Mi sono laureato in Scienze Politiche tra l'Unical, Valencia e Roma Tre. E sono tra quei matti che considerano il giornalismo la professione più bella del mondo. Ma dato che «la realtà è una merda», come canta Dario Brunori, se la raccontiamo forse «può essere migliore di così».

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