IL RITORNO DEL TROVATORE

Debutta ieri a Roma il nuovo e attesissimo allestimento del Il Trovatore che con un linguaggio decisamente contemporaneo gli avvicina un nuovo pubblico. Il teatro gremito di giovanissimi (e non) ha decretato il successo dell’iniziativa.


Il melodramma per fuggire dalla realtà o per ritrovarsi?

La vicenda di Senso (1954), uno dei grandi capolavori di Luchino Visconti, prende inizio a Venezia, al Teatro La Fenice, alla vigilia della III Guerra di Indipendenza (1866). In scena Il Trovatore le cui due sequenze in palcoscenico (il finale del III atto con la celebre “Pira” e l’inizio del IV atto) sono intervallate dal lancio di volantini tricolori e dai tafferugli tra ufficiali austriaci e civili italiani in platea. Il grande affresco che Visconti propone del nostro Risorgimento ha alla base una rara consapevolezza della società e della cultura del tempo e l’inserimento della scena d’opera, assente nel racconto originale di Camillo Boito da cui è tratta la sceneggiatura, è estremamente appropriato. Visconti amava “Il Trovatore”, grande sintesi del melodramma romantico, e ebbe occasione di metterlo in scena in due celebrati allestimenti del 1964 alla Scala di Milano (con le scene di Nicola Benois) e al Covent Garden di Londra (con le scene di Filippo Sanjust).

Dolci s'udiro e flebili
Gli accordi d'un liuto,
E versi melanconici
Un Trovator cantò

Poeta e melodista nella lingua d’oc, la figura del Trovatore si diffonde gradualmente, durante il basso Medio Evo, dall’Occitania alle realtà geografiche e culturali contigue. Simbolo dell’amor cortese godrà di un grande ritorno di interesse durante il Romanticismo: il drammone El trovador (1836) dello spagnolo Antonio Garcia Gutierrez offrirà a Verdi lo spunto per uno dei capolavori della sua trilogia popolare.

La sua prima rappresentazione assoluta avvenne nel 1853 al Teatro Apollo (il “teatro sul fiume” al centro del racconto di Roberto Prili) con un grande consenso di pubblico che non è mai scemato.

Anche Pirandello ne è suggestionato, ampliando il tema della bellissima novella Leonora addio! nella commedia Questa sera si recita a soggetto (1930) dove il racconto operistico si sovrappone al teatro nel teatro. Mommina, vittima di un amore infelice, tenuta segregata dal marito follemente geloso del suo passato, racconta, recita e canta alle sue bambine Il Trovatore l’opera da lei tanto amata in gioventù. Sarà la sua fuga da un doloroso quotidiano (per quante donne sarà stato così!).

Ah! Che la morte ognora
è tarda nel venir
a chi desia morir!
Addio, addio, Leonora addio

ma sarà anche la sua fine: «cade di schianto, morta» su queste note mentre le sue bambine «credono che sia il teatro che la mamma sta loro rappresentando e restano lì immobili sulle loro sedioline ad aspettare».

La trama del Trovatore è iperbolica, con situazioni incalzanti e serrate. L’atmosfera sempre notturna si rischiara alla luce della luna e ai primi bagliori dell’aurora o si accende con i colori della fiamma. La musica la rende, insieme all’intreccio delle emozioni dei personaggi, con la massima intensità e la massima concisione, alternando momenti lirici a spunti concitati, cori di armigeri e di zingari a cori di suore e di penitenti.

I luoghi dell’azione sono reali: il Castello dell’Aljaferia a Saragozza, costruito durante l’occupazione islamica della Spagna e abitato, all’epoca della vicenda (il principio del secolo XV) dalla Corte Aragonese; le aspre montagne della Biscaglia; la fortezza di Castellor; il Torrione dell’Aljaferia ancora oggi conosciuto come “Torre del Trovatore”.

Qui si svolge la vicenda della zingara Azucena che per vendicare la madre arsa al rogo come strega decide di gettare nelle fiamme il figlio del suo carnefice. Non ci riuscirà: sarà suo figlio a essere sacrificato per errore e l’altro bambino, rapito, crescerà ignaro con lei all’ombra del suo affetto materno. È Manrico, il Trovatore, che ama, riamato, la nobile Leonora alla cui mano aspira il Conte di Luna che, tra alterne vicende riconoscerà nella zingara la rapitrice del proprio fratello e la condannerà a sua volta al rogo.

Di quella pira l'orrendo foco
Tutte le fibre m'arse
[...]
Madre infelice corro a salvarti
O teco almeno corro a morir...ro a morir...

Così Manrico si slancia in difesa della madre: la salva ma viene fatto prigioniero e rinchiuso con lei nella Torre. Accorre Leonora che offre se stessa al Conte pur di ottenere la libertà del Trovatore. Berrà un veleno prima di annunciare a Manrico la salvezza di cui lui intuisce il prezzo. «Ha quest’infame l’amor venduto, venduto un core che mio giurò» è il grido del Trovatore; «Prima che d’altri vivere, io volli tua morir…» è la su risposta di Leonora. Alla scena assiste il Conte di Luna: Leonora ha mancato alla parola data, il Trovatore andrà a morte. Dal fondo della cella si ridesta la zingara che con gioia selvaggia gli annuncia «Egli era tuo fratello!». Sua madre è finalmente vendicata. A un prezzo atroce.

Gli eccessi del Trovatore hanno offerto a tutti grandi emozioni. Ai rappresentanti della Roma papalina e conservatrice che frequentava il Teatro Apollo e il Teatro Argentina; a quelli della nuova borghesia sabauda che si ritrovava al Costanzi; alle masse popolari che affollavano l’enorme sala del Teatro Adriano tra il 1900 e la seconda guerra mondiale, e le Terme di Caracalla nel dopoguerra. Solo al Costanzi (con la sua appendice estiva) si contano una quarantina di allestimenti per oltre 200 recite.

Domina incontrastato nel ruolo di Manrico per oltre 30 anni (1928-1959) il grande Giacomo Lauri Volpi; accanto a lui emergono il “rivale” Beniamino Gigli (i loro busto si trovano nella hall del teatro), Mario del Monaco, Franco Corelli, Carlo Bergonzi per limitarsi ai tenori, anche se è doverosa almeno la citazione di Maria Callas, Leonora nel 1953. Gli allestimenti sono stati sin qui molto tradizionali, con due punte di eccellenza nel 1967 (Mauro Bolognini regista e Luciano Damiani scenografo e costumista) e nel 1993 (Giuliano Montaldo e Luciano Ricceri).

Oggi arriva a Roma l’allestimento estremamente innovativo de “La Fura dels Baus”. Questo gruppo nasce a Barcellona nel 1979 con nuove forme di teatro di strada assolutamente creative e coinvolgenti all’insegna di eccentricità e innovazione, ritmo e trasgressione, ridefinendo lo spazio e coinvolgendo il pubblico. La grande consacrazione internazionale avviene con la suggestiva cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Il gruppo da allora si dedica a grandi eventi ma permane una forte vocazione alla sperimentazione teatrale e in particolare all’opera lirica.

La produzione del Trovatore, nata nel 2015 a Amsterdam e rappresentata nel 2016 a Parigi è affidata a Alex Ollè, uno dei 6 direttori artistici del gruppo (già presente a Roma con il Grand Macabre e con la recente Madama Butterfly): «tre ore di emozioni, amori, vendette, inganni, sangue e morte». Per giustificare un plot che può sembrare inattuale l’ambientazione si sposta in un tempo di guerra lontano ma di cui conserviamo memoria: la prima Guerra Mondiale, in cui anche azioni irragionevoli e bassi istinti diventano credibili. Una lunga e sfibrante guerra di trincea in uno spazio scenico in evoluzione (dovuto a Alfons Flores) in cui il dramma collettivo della guerra, dell’esodo, dei rifugiati ingloba quelli privati di madri, figli, fratelli, amanti.

Estrarre il succo della vicenda e rappresentarla con un linguaggio decisamente contemporaneo non esclude il rispetto dell’autore, gli avvicina anzi un nuovo pubblico. Il teatro gremito di under 26 alla prova generale ha decretato il successo dell’iniziativa.

Il pubblico molto over 26 della Prima, malgrado qualche isolato dissenso ha dimostrato di apprezzare.

L’impostazione scenografica con 24 grandi parallelepipedi mobili su un fondo di specchi consente una grande varietà di situazioni (grazie anche alla forte presenza delle luci di Urs Schoenebaum e ai sapienti movimenti di massa) e la possibilità di dividere l’opera in due parti (contro i 4 atti originari) a vantaggio di una narrazione serrata e coerente. Se alcune incongruenze del libretto si attenuano, altre restano in agguato e forse i costumi 1915/18 (di Lluc Castells) potrebbero bene assumere una connotazione più antica nello stesso contesto visuale.

Quel che conta comunque è che si sente forte la voce della musica, affidata alla bacchetta del giovane Jader Bignamini e al veterano Roberto Gabbiani, maestro del Coro. Con loro Tatiana Serjan, esuberante Leonora; Ekaterina Sementchuk, rigorosa Azucena; Stefano Secco, Manrico dalla corda lirica; Simone Piazzola, Conte di Luna di pregevole vocalità e presenza; Carlo Cigni, Reut Ventorero, Aleandro Mariani.

 

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Imprenditore per nascita, appassionato di opera lirica per precoce vocazione. Curioso d'arte. Ha collaborato con Radio3 e pubblicato su riviste specializzate.

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