La divina Claudia

Figlia dell’amore libero tra un direttore di scena e un’artista del coro alle cui nozze potè assistere ormai ventenne, Claudina Muzzio nata a Pavia nel 1889, crescerà a Londra tra il rosso dei velluti e dei palchi del Teatro di Covent Garden dove il padre è sotto contratto. Qui terrà le sue prime precoci esibizioni suonando l’arpa e il pianoforte in concerto. Vivrà poi con i genitori a New York e a Chicago; i suoi studi regolari saranno forzatamente incompleti ma la sua vera vocazione è la musica: non il concertismo cui vorrebbe destinarla il padre, ma la scena dell’Opera.

Ha sedici anni quando ritorna in Italia per dedicarsi interamente al canto; ne avrà ventuno al suo debutto assoluto al Teatro Petrarca di Arezzo come Manon. È subito successo, senza riserve, grazie alla sua musicalità, al fascino di una voce morbida ed espansiva, al gioco scenico stilizzato e intenso. Claudia Muzio, – questo ora il suo nome d’arte – è anche bella, con i folti capelli scuri che risaltano sull’incarnato di alabastro, gli occhi neri e intensi, la figura slanciata, il portamento eretto. Una bellezza che sembra placida e indolente nel privato, ma che si accende di temperamento e di sensualità seduttiva appena indossa con eleganza e naturalezza gli abiti di scena.

Dopo il 1913, conquistati i maggiori palcoscenici italiani ( La Scala di Milano, il San Carlo di Napoli) tornerà a Londra da protagonista, proprio dietro quel sipario rosso che nascondeva i suoi sogni di bambina. Al padre scriverà: «nel canto, e specialmente nell’opera, o si trionfa o si perde. Le cantanti mediocri sono detestabili». Il 4 dicembre 1916 il suo debutto trionfale in Tosca, accanto a Enrico Caruso al Metropolitan di New York la consacra stella di prima grandezza nel firmamento lirico internazionale. La sua fama si diffonde grazie anche alla quarantina di facciate di dischi che incide tra il 1917 e il 1918 con le arie più famose tratte dai suoi cavalli di battaglia (Trovatore, Traviata, Forza del destino, Otello, Manon, Bohème, Tosca, Madama Butterfly, Cavalleria Rusticana) e altro. Sono documenti affascinanti: malgrado una resa sonora disturbata dal fruscio, affiora una voce di bel timbro e di grande espressione, con un fraseggio sobrio e incisivo, senza quegli arbitrii ritmici e quelle intemperanze espressive che caratterizzavano altre interpreti famose. In anni di imperante gusto verista quello della Muzio non può essere “belcanto” nell’accezione ottocentesca del termine, ma è certamente “buon canto”.

Alla morte del padre, trova un punto di riferimento in Ottavio Scotto, suo agente dal 1920 e tra i maggiori impresari dell’epoca, attivo particolarmente nei teatri del Nord e Sud America. Scotto è sposato, ha una figlia e la causa che la moglie abbandonata intenterà contro la Muzio nel 1922 con la richiesta dell’enorme somma di $ 125.000 è tra le probabili cause della fine della carriera della Muzio nella puritana New York. Ma continuerà a esibirsi con successo a Chicago, Boston, San Francisco e, dal 1919, data del suo debutto al Colon di Buenos Aires, intreccerà per un quindicennio un rapporto intenso e affettuoso con quel pubblico che la battezzerà “La Divina Claudia”.

A Roma la Muzio non si era mai esibita; arriverà solo nel 1928, preceduta dall’eco dei suoi trionfi oltre oceano, per una serie di singolari circostanze. Sancita la fine della gestione gloriosa di Emma Carelli l’ambizioso progetto di un nuovo teatro si rivelò presto impraticabile. Importanti lavori di ammodernamento del Teatro Costanzi vennero quindi affidati a Marcello Piacentini, non ancora Accademico d’Italia, il cui progetto di integrazione e parziale ristrutturazione non lascerà tracce significative e avrà solo nel 1958 il suo tardivo e incongruo completamento. Per la gestione del rinnovato Teatro secondo “alti criteri artistici” il governatore di Roma, Ludovico Spada Potenziani firmò nel 1927, una convenzione quadriennale con l’impresa costituita da Achille Consoli (musicista e già maestro del coro) e Ottavio Scotto (il cui socio occulto era Claudia Muzio, sua compagna e donna di grandi disponibilità finanziarie).

La sera del 27 febbraio 1928, alla presenza di Mussolini che aveva suggerito, con poca fantasia, il nuovo nome di “Teatro Reale dell’Opera”, si tiene l’anteprima del Nerone di Boito. Il giorno successivo, alla presenza dei Sovrani e di uno “scelto pubblico”, prenderà il via il nuovo corso con la serata della Prima “elettrizzante per sfarzo ed entusiasmo”.

Grazie a Ottavio Scotto gli artisti italiani dei grandi teatri americani tornano finalmente a cantare nella loro patria per fare di Roma un centro operistico di risonanza internazionale; tra i debutti più attesi della stagione è quello di Claudia Muzio. La sua Traviata ( primo degli undici titoli del suo periodo romano, per un totale di 95 recite tra il 19 aprile 1928 e il 1 maggio 1935) viene definita “insuperata e insuperabile”,”commossa e commovente”: colpiscono la sua incredibile carica passionale che non forza mai la linea di canto, l’intensità sottile della sua voce e la sua gestualità ampia ed elegante. Seguiranno altri due titoli a lei cari: la romanissima Tosca, ruolo in cui la si volle paragonare a Sarah Bernardt, la prima interprete dell’omonima pièce teatrale e la popolare Cavalleria Rusticana diretta da Mascagni stesso.

La seconda stagione del Teatro Reale dell’Opera si inaugurò con Norma; un’opera considerata arcaica in quegli anni di imperante verismo. L’interpretazione di vibrante classicismo della Muzio portò il successo finale dell’opera all’apoteosi. Ben sette titoli con la Muzio protagonista marcheranno la stagione, ma l’ultimo di questi fu la verdiana e spesso infausta Forza del Destino… Il 30 aprile 1929, giorno della prima, dopo poco più di un anno di gestione artisticamente positiva ma funestata da pressioni politiche di tutti i generi, contrasti insanabili portarono alla risoluzione del contratto di gestione con l’impresa Scotto. La voce del prestigioso critico Raffaello De Rensis si era già levata invano: «lasciamo lavorare lo Scotto, non raccomandazioni, non vessazioni, non ingerenze di moltitudini»… Mentre il Sindacato Musicisti premeva per la trasformazione dei Teatri in Enti Lirici con la partecipazione dei musicisti nei Consigli Direttivi, il Governatorato di Roma si assunse la gestione dell’impresa e liquidò la società proprietaria del Teatro assegnandosi l’immobile.

La Muzio è coinvolta economicamente nell’impresa di Scotto ma non è più coinvolta sentimentalmente con Ottavio Scotto: ha conosciuto un giovane che le farà da segretario e dopo alcuni mesi di convivenza, lo ha sposato senza pubblicità a Faenza il 24 luglio 1929. Lei ha compiuto quaranta anni, lui deve compierne ventiquattro.

Tornerà a Roma ancora, amatissima dal pubblico, ma non più come punto di riferimento di un’intera stagione. Il suo repertorio più amato, Verdi, Puccini e una novità scritta per lei da una singolare figura di sacerdote e musicista, Don Licinio Refice la cui Cecilia si ispira alla vicenda della vergine e martire Romana. E un ultimo desiderio: poter interpretare Adriana Lecouvreur, la regina della Comèdie-Française ai tempi di Luigi XV, l’opera di Cilea tanto amata dalle primedonne. Non fu esaudita: l’opera andò in scena a Roma all’inizio del 1936 ma le venne preferita un’altra cantante senza nemmeno interpellarla.

Fu uno schiaffo terribile per una donna ancora giovane ma resa fragile dalla consapevolezza dell’inevitabile declino dei suoi mezzi vocali, dalle incomprensioni e dalle amarezze che gravavano sulla sua mai risolta vita privata, dalle preoccupazioni per il futuro dopo che la crisi finanziaria del ‘29 e gli uomini a lei vicino avevano minato la sicurezza economica che le derivava dagli ingenti guadagni passati. Il suo cuore stanco le rendeva sempre più difficile il canto, ogni sera in palcoscenico la sua vita si accorciava; forse ne era consapevole e si guardava morire. Come la Malibran, scomparsa un secolo prima cui De Musset dedicava questi versi:  

«Chaque soir dans tes chants tu te sentais pâlir.
[…]
Et, dans ce corps brisé concentrant ton génie,
Tu regardais aussi la Malibran mourir».

Le ultime registrazioni discografiche del 1934 (che portano a 109 il totale delle facciate incise dalla Muzio) ce la presentano all’apice come interprete: un’intensità febbrile che ti soggioga. La voce ha conservato il timbro caldo e la morbidezza; solo il fiato, i respiri, sono spezzati forse dall’affanno della sua malattia. Indimenticabile la sua Traviata:

«Addio del passato bei sogni ridenti,
le rose del volto già sono pallenti.
L’amore d’Alfredo persino mi manca,
conforto, sostegno dell’anima stanca».

Queste note le saranno risuonate nella mente anche nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1936, nella sua suite all’Hotel Majestic di Via Veneto, al rientro dall’ultima tournèe di concerti all’estero. Tanto studio, tanto lavoro, tanta solitudine; l’autoisolamento prima dello spettacolo, la lunga concentrazione per poi soggiogare il suo pubblico dandosi completamente a lui per sentirsi finalmente amata.

Qualche pillola, quante pillole ora per cercare di dormire! Ripercorre il suo passato: ha davanti agli occhi il sipario rosso che l’ha tenuta separata dalla vita vera. Ecco il rosso della camelia che Violetta, la “traviata”, porta sul seno il giorno del primo incontro con l’amato Alfredo; il rosso del fuoco della pira che incombe sul tragico amore di Leonora per il trovatore, e quello del rogo in cui si consuma l’amore sacrilego della sacerdotessa druidica Norma; ecco ancora il rosso del sangue di Scarpia che lorda le mani di Tosca, il rosso del sangue di Butterfly. «Con onor muore chi non può serbar vita con onore»… ecco infine il rosso della collana di sangue che cinge il collo di Cecilia, il cui martirio amava tanto rappresentare imitando la bella postura della statua di Maderno nella basilica dedicata alla Santa, il suo ultimo ruolo.

Dai tendaggi filtra l’alba di una bella primavera romana. Si può udire un grido appena soffocato; è lo schianto del suo cuore.

La notizia dell’improvvisa morte provoca sincera commozione. I funerali nell’antistante Chiesa dei Cappuccini, tappezzata di corone di fiori inviate da teste coronate, teatri, colleghi e autorità, richiamano il bel mondo, mentre la gente comune invade la strada per l’ultimo saluto alla Muzio che oggi riposa al Cimitero del Verano nella tomba monumentale che una sottoscrizione popolare affidò per l’esecuzione a Pietro Canonica, scultore di solido mestiere e musicista per diletto.

La lapide così la ricorda con l’ingenua retorica del tempo:

«La sua voce divina
le genti d’ogni remoto paese ammaliò
messaggera di grazia, di forza di luce, d’arte».
© Riproduzione riservata
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Imprenditore per nascita, appassionato di opera lirica per precoce vocazione. Curioso d'arte. Ha collaborato con Radio3 e pubblicato su riviste specializzate.