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Rosso Petrolio, poesia e canzoni per una Roma decadente

Il cantautore Antonio Rossi entra nel tema di Ril per il suo cognome e spiega come ha mischiato i temi urbani ad un suono "folk un po’ campagnolo"


Molto di più di una “sporca" raccolta di poesie o di una manciata di canzoni d'esordio. Quello che ha creato Rosso Petrolio - tra la raccolta di poesie Chronicles of a naufragio e un EP - è un microcosmo ben definito: il suo. Antonio Rossi, classe 1988, è un cantautore che ha Roma nel sangue ma tanti pezzi di mondo negli occhi. È uno di quelli per i quali l’etichetta ormai usurata di “poeta metropolitano” non è malriposta. E che ti dimostra che "C’è qualcosa che valga davvero la pena vedere oltre il capolinea dell’autobus e l’aeroporto e la tangenziale" come canta l'artista nella canzone Effetto farfalla.

Partiamo dal principio: come mai Rosso Petrolio?

«Deriva da una serie di cose. La storpiatura del mio nome in primis. E poi è collegato a quello che descrivo nelle canzoni, a un paesaggio urbano e alle storie che si muovono al suo interno. Un mondo sporco, profondamente legato alla città e fatto anche d’immondizia, di plastica, che proprio di petrolio sono fatte».

Niente Pasolini quindi?

«Niente Pasolini. Anche se ovviamente in qualche modo c’entra. Lo amo molto e sicuramente è un mio riferimento forte».

Come mai hai deciso di abbracciare questa poetica di realismo urbano crudo, potente e lirico?

«È stato spontaneo: ho sempre vissuto in città e sempre in periferia. Sono molto legato a questo paesaggio, industriale e post-moderno, nella mia storia di essere umano. Allo stesso tempo sono sempre stato molto affascinato dal folk, forse per contraddizione. Ed è stato spontaneo per me giocare su questa contrapposizione: a livello espressivo descrivere un quotidiano di città e musicalmente suonare questo folk un po’ campagnolo».

Il tuo EP ha il tuo stesso nome. Sono cinque brani, sia in italiano che in inglese. Come mai queste scelte?

«Io lo considero come una vera e propria presentazione di me, più che un lavoro che ha un senso in quanto tale.  Ogni testo, così come ogni poesia, ovviamente è una parte di me. Canto anche in inglese proprio per questo, perché essendo una presentazione ci tenevo a esprimermi a pieno, a dire tutte le cose che ho fatto e vissuto in questi anni. Avevo voglia di avere un riscontro da parte di un pubblico. Ho prodotto questo lavoro cercando di condensarci tutto. E ho avuto una grande risposta di pubblico, oltre le mie aspettative».

La copertina della tua raccolta di poesie è un gabbiano. Cosa significa?

«Sì, l’ho disegnato io. C’è una persona a cui dicevo che assomigliava a un gabbiano e mi piaceva l’idea di metterla lì. D’altro canto, il gabbiano è anche legato al mondo urbano che descrivo, all'immondizia e ai rifiuti».

Hai vissuto e studiato in molti posti: Roma, Londra, in Portogallo. Qual è la tua casa?

«Con Roma ho un rapporto molto  stretto. Ho vissuto bellissime esperienze in altri posti e ritornarci non sarebbe certo una tragedia. Però, alla fine, gira che ti rigira Roma mi manca sempre e per questo ci sono tornato».

Cosa pensi della tua città, da un punto di vista artistico e musicale?

«Meno male... pensavo mi chiedessi di Roma come città e lì ti avrei dovuto rispondere che è un disastro. Dal punto di vista musicale sono abbastanza contento, negli ultimi anni ho vissuto sulla mia pelle un cambiamento. Frequentando i locali incontri persone con cui condividi tanto e avvicinandoci abbiamo costruito qualcosa di bello e interessante: sono nati anche dei veri e propri eventi che si svolgono ogni mese (come "Spaghetti unplugged" per fare un esempio, di cui sono un dei fondatori). Ma la cosa particolare - oltre al fatto che ci sia tanta più musica dal vivo - è questa scena musicale nuova, nata dal contatto tra gli artisti, grazie a un network di persone che si conoscono e condividono la musica in diversi generi e a diversi livelli di affermazione».

Dicevi che invece sotto altri aspetti Roma è in totale decadenza. Credi che questo possa affossare questa ventata di nuova arte?

«Al contrario, forse. Credo che i periodi di decadenza come questi (che poi non riguardano soltanto Roma) possano essere risolti grazie a fenomeni di cultura e di aggregazione che fanno crescere la voglia di prendere in mano una situazione e sovvertirla. La storia ci insegna che è così, che dopo un momento basso c’è sempre una scossa e quella scossa spesso parte dalla gente. Quindi immagino e spero che questa spinta artistica, che io percepisco nella musica ma che credo ci sia anche in altri ambiti, possa essere un modo per uscire dallo stallo».

 

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