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Al confine tra luce e ombra

Giorgio de Chirico
Mistero e malinconia di una strada, 1914
 
 

Autunno. Un autunno strano, lungo e caldo, riflessi di luce sulla strada, bagliori di un sole che scende verso l’orizzonte in un pomeriggio tracciato dalle ombre, anche se l’orologio sulla torre della stazione segna un’ora diversa, l’ora che rende pazzo il filosofo e fa nascere un pittore. Un mistero si nasconde nel dissidio tra quelle ombre e l’orologio, un’incognita dove il tempo antico delle meridiane è più avanzato del tempo moderno delle partenze, della fretta, del treno che fischia per avvisare il viaggiatore in ritardo.

Il palazzo oscurato è in discesa mentre il porticato al sole è in salita: le prospettive sono strane, si moltiplicano, si sovrappongono, si contraddicono, come in un sogno vorremmo arrivare in stazione per partire in questa strana giornata di ottobre, ma siamo su una salita impervia, sulla strada inclinata che ci si ribalta addosso in un pomeriggio di autunno, mentre il sole taglia le porzioni scure sul selciato come con un bisturi affilato.
I nostri contorni si disfano nella luce che inonda la torre, diventiamo ombre occidue e affusolate nel sole calante, ombre lunghe come fili che tracciano il mistero dello spazio insensato. Camminiamo come in un labirinto, assediati da un Minotauro invisibile che ci divora attimo per attimo e osserviamo il mondo come se sognassimo, come se fosse una scena su cui si apre il sipario e dove attori muti e immobili recitano per noi un dramma senza parole, un palco tragico dove le architetture inquadrano il mistero di eventi indicibili, forse un orrore ancora senza sangue di cui conosciamo soltanto la profezia o forse un momento di quiete nella tempesta della nostra vita, un momento di bonaccia dopo che i marosi e le correnti avverse hanno messo a rischio il nostro viaggio.
Il treno che passa fischiando nella sera ci ricorda l’enigma della nostra stessa esistenza, la voragine oscura di un futuro incerto nascosto nel carro del trasloco, aperto per portare via le nostre certezze, i nostri affetti e le nostre piccole abitudini. L’indovino cieco e monco traccia sulla lavagna prospettive e mappe stellari, incroci zodiacali e simboli esoterici, segni bianchi sull’ardesia nera descrivono le rotte ignote del nostro avvenire e ci fanno intuire l’enigma di quello che deve ancora essere.
La felicità e l’angoscia si uniscono dunque in una sola immagine, la melanconia della statua della donna abbandonata e la gioia del veliero che dispiega i suoi vessilli per festeggiare l’approdo nel porto, il ritorno a casa dopo un lungo viaggio pieno di pericoli.
Tuttavia c’è un momento in cui lo sguardo penetra oltre la scorza delle cose, in cui il mondo opaco diventa chiaro e traslucido, un frammento di tempo in cui le cose si rivelano per come sono, non cose speciali, ma cose di tutti i giorni, spesso trascurabili o inutili, di cui, come bambini, scopriamo la verità con lo stupore di chi riceve in dono un giocattolo inaspettato.
Dunque c’è ancora la speranza di un attimo di beatitudine, un momento annunciato dal manichino con una stella al posto degli occhi, quell’attimo in cui gli innamorati possono unirsi anche se non hanno né bocca per baciarsi né braccia per stringersi, quell’attimo breve ed eterno in cui l’orologio e le ombre si fermano per ritardare il nostro andare verso la morte, un attimo solo di tempo che diventa eternità prima di disfarsi nel sole che scende rapido verso l’orizzonte.
Sempre e soltanto in quell’attimo la nostra vita ritorna quella bambina che correva felice nella strada, nonostante i suoi misteri e le sue melanconie, un attimo che si ripete in eterno come un ruota che corre sul selciato, un movimento circolare che si perde nella memoria, tra le chiese di una Firenze disabitata, in un pomeriggio pieno di luce come in un quadro di Lorrain, un attimo che forse tornerà o di cui sogneremo sempre il ritorno, andando oltre l’orizzonte nascosto dietro il muro, quando le dicotomie finalmente spariranno e la notte e il giorno, il bene e il male, le tenebre e la luce saranno una cosa sola.
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Lorenzo Canova (Roma 1967), storico dell’arte, curatore e critico d’arte. Dottore di ricerca in Storia dell’arte presso l’Università di Roma “La Sapienza”, è professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università degli Studi del Molise. Si occupa di arte moderna e contemporanea, con una particolare attenzione all’arte del Cinquecento romano, all’arte della seconda metà del Novecento e all’arte delle ultime generazioni italiane e internazionali. Ha curato mostre in musei e spazi pubblici italiani e internazionali. È fondatore e direttore dell’ARATRO – Archivio delle Arti Elettroniche- Laboratorio per l’Arte Contemporanea, Università degli Studi del Molise, Campobasso. Collabora con il quotidiano Avvenire. È componente del consiglio scientifico e del board della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

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