Aritmetica trasteverina

Porta Settiminiana
Porta Settiminiana

«Fèrmete!» gridava la guardia civica ansimando mentre tentava di raggiungere, lungo vicolo della Scala, un ragazzino che correva velocissimo verso il Mattonato; «Fèrmete! Se t’achiappe…» – ripeté col suo inconfondibile accento abruzzese, o chi lo sa, ciociaro… – «Fèrmete!!»

Ma l’inseguito era già molto lontano, di fronte all’osteria (senza acca per favore) che stava all’angolo tra il vicolo della Scala e appunto il Mattonato: garantito dalla distanza si affacciò un instante e lasciò partire un divertito – «tre culi e mezzo……!!» – quasi contemporaneo alla dirompente risata di Olindo, l’oste, che aveva visto e sentito tutta la scena, mentre la guardia si fermava con la lingua di fuori.

Divulgata, la scena e la battuta fecero rapide il giro del rione tra grandi risate ammirative per la prontezza e il genio aritmetico di quel ragazzino, perché in effetti sette chiappe, fanno giustappunto tre culi e mezzo.

Ma cosa era successo? Riassumiamo, mentre il fuggitivo trasvola verso via Garibaldi e, di lì, su su, verso il Giannicolo, dove l’aspettavano i suoi amici, davanti al Fontanone, magari per farci un bagno1.

Dunque sulla piazzetta della Scala, quella che si apre al visitatore che giunge da Porta Settimiana, passa davanti alla casa della Fornarina, ed ha percorso già un tratto di via della Scala e che vede sulla sua destra la bella e severa chiesa omonima e accanto ad essa la farmacia quattrocentesca gestita dai frati, in quella piccola piazza si stava svolgendo una furibonda partita a «tutti contro tutti, per cui un nugolo di ragazzini si accaniva a distribuire spinte e calci, qualche volta anche al pallone, quando, colpita con tutta la violenza possibile, la sfera si sviò alta e inesorabile andando a far esplodere una finestra del palazzo di fronte, con grande scroscio di vetri e infissi.

Neanche un secondo e quello che resta della finestra si spalanca ed una donna si affaccia con le braccia levate in un’invocazione alle potenze celesti ed alle forze d’ordine ed inanella una collana di insulti nei confronti dei ragazzini, nell’ambito della quale era ripetuta spesso una deprecatio verso i loro antenati: «mortacci vostri3!!» e varianti4.

I ragazzini continuano a giocare come se nulla fosse accaduto, mentre dalla parte opposta della piazza, come per la scelta ritmica d’un grande regista, dalla storica farmacia esce una guardia civica con tanto di montura5.

In un lampo si rende conto della situazione, e da un suo fischietto d’ordinanza «estrae un fischio acuto»6 che ferma tutto quanto era in movimento, si porta al centro della pipinara7 e intima con voce autoritaria – «chi è stato?».

Attimo di silenzio: si ode solo la voce del donnone che invoca arresti di massa e immediate pene corporali.

Poi la moralità romanesca ha la meglio e – «sò stato io…!» – esclama con fiero atteggiamento che manco Muzio Scevola, un maschietto dal ciuffo nero e ribelle.

Ah! replica la guardia civica – «vieni con me…!» – ma quello sguizza come un fulmine verso vicolo della Scala e … chi lo ha visto più…? E chi vuole il seguito si rifaccia all’inizio del racconto.

Quante scene ha visto piazza della Scala!

Quante battute ha sentito…!

 

 

Piccolo dizionario romanesco:

1Bagno al Fontanone: proibito ma proprio per questo particolarmente appetito

2Tutti contro tutti: gioco del pallone, senza porte, senza punteggio e senza arbitro in cui l’unico scopo era impadronirsi della palla non badando ai mezzi, e scazzottandosi a più non posso, dando così sfogo a tutte le proprie energie. La conclusione della partita era dovuta a tre motivi fondamentali: l’avanzare delle tenebre, il ricovero ospedaliero dei partecipanti e l’arrivo delle Madri al grido: «Viè a casa, la cena è pronta..!»

3Mortacci vostri: la famosa “deprecatio” non vuole essere un’offesa ai defunti quanto una loro assunzione di responsabilità come autori o coautori della progenie conto la quale è scagliata. (Chi ha reso così canaglia il ragazzino che ha sfondato la finestra? Evidentemente una tradizione alla cui base stanno proprio gli antenati.) Ha anche un’accezione ‘palindroma’ che verrà narrata altra volta.

4Varianti: l’anima de li mortacci vostri oppure l’anima dei mejo mortacci vostri.

5Montura: divisa d’ordinanza con scialo di nastrini.

6Estrae un fischio acuto: versetto di una canzonetta popolare, contro le guardie di città, poco amate in quanto in genere ‘burine’, non romane. Una canzoncina malavitosa dei primi del ‘900:

«Stanotte a mezzanotte, più giù del Tiritone, all’ombra di un lampione, ‘na pisciata me misi a fà.

Me s’avvicina uno, vestito da borghese, col cappello alla calabrese, che in priggione me vò portà.

In priggione io nun ce vengo, perché non ho fatto gniente, te piasse n’accidente, che te possino ammazzà.

Se mise un dito ar culo, traendo un fischio acuto, er segnale convenuto delle guardie de città.

Corevano, corevano, sembravano pompieri ‘sti quattro culattieri, delle guardie de città.

Quando che fui in priggione me dettero ‘na pagnotta, mezzo cruda e mezzo cotta, sti gran fiji de ‘na mignotta, de le guardie de città. 

Tra cimici e pidocchi, faceveno a cazzotti, correte poliziotti veniteme a salvà!»

7 Pipinara: nugulo di ragazzini di ogni età, come nidiata di pulcini.

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Roberto Prili, ahilui padre di Ilaria, grecista e latinista, ama la musica, il canto, la poesia, gli gnocchi alla romana e i gatti di cui è devoto amico. Si vanta di essere un trasteverino doc. Autore di un’ampia letteratura poetica in italiano e in romanesco, di saggi di storia della musica.