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Breve storia di una fuga

La cosa più difficile era ostentare normalità, non chiedere aiuto – in altre parole – e organizzare la fuga con lucidità. Pensò a Torino, presentava un vantaggio e uno svantaggio: il vantaggio era la sua posizione a ovest, così “tirata” verso la Francia. Lo svantaggio era la lontananza dal mare.


Aveva sempre sospettato che quel limite a duecentocinquanta euro giornalieri per il ritiro al bancomat, prima o poi, gli avrebbe creato problemi. Si ricordava ancora il giorno in cui obiettò che no, lui non voleva nessun limite e suo padre gli disse: «Perché se devi scappare non ti bastano?».

«», aveva risposto. Era proprio così. A casa, una delle tante provvisorie, condivise, con una carta da parati che lui mai avrebbe scelto, sarebbe rimasto tutto così: una pila di giornali vecchi letti a metà, una cartina della città attaccata alla parete e il letto sfatto.

La cosa più difficile era ostentare normalità, non chiedere aiuto – in altre parole – e organizzare la fuga con lucidità. Pensò a Torino, non alla Mole e al Po. Neanche al Valentino, quel parco proprio troppo cittadino per i suoi gusti, ma alla posizione sulla carta geografica. Presentava un vantaggio e uno svantaggio. Il vantaggio era la sua posizione a ovest, così “tirata” proprio verso la Francia. Lo svantaggio era la lontananza dal mare. Era stato un attimo, più che un pensiero un istinto; doveva scappare via mare. Anche questo, come duecentocinquanta euro che non sarebbero bastati, lo aveva sempre sospettato. Forse era più una fantasia infantile ma comunque, che a largo non c’erano confini e posti di blocco, era un dato di fatto. C’era tale Luciano, questo amico di famiglia, chiacchierone e dal sorriso tenero, che un giorno gli aveva raccontato una storia incredibile. Era a Follonica in un'estate dei lontani anni Settanta e armata la sua barchetta a vela, un Flyng Junior di meno di quattro metri, decise di raggiungere gli amici all’Isola d’Elba. Bussola e carta nautica potevano bastare. Issate le vele iniziò a navigare ma la terra non si vedeva. Passò la notte al timone poi all’alba avvistò la costa. Sbarcò in mezzo ai turisti e ai bambini con paletta e secchiello. Educatamente salutò i bagnanti che si scostavano per lasciarlo passare e si sentì rispondere «Bonjour». Era arrivato in Corsica. Regola numero uno del marinaio come del fuggitivo: mai mettere la bussola accanto alla cassetta dei ferri.

Quella storia sentita mille volte durante l’infanzia, un po’ mitica e un po’ ridicola era adesso la sua idea. Così sarebbe scappato, nel modo più semplice. «Come l’antichi»  gli avrebbe detto sua nonna romana.

Sarebbe andato in Liguria, aprì Google e scorse i nomi dei piccoli centri vicino al confine, non Ventimiglia era troppo scontato. Lì in passato in molti avevano cercato il varco, la speranza e la vita ricevendo in cambio un muro, il rimbalzare di manganello o burocrazia. A lui bastava trovare una scuola di vela su una spiaggia. Quelli sono posti che se sai dove cercare trovi tutto l’occorrente per armare una barchetta. Al massimo toccherà far saltare un lucchetto con un paio di cesoie. E poi la stagione deve ancora iniziare non ci sarà nessuno. Giusto fuori Bordighera, un posto dove non era mai stato.

Acqua. Tanta acqua. La bussola e qualche pinza da tenere accuratamente lontani l’una dall’altra. Una giacca comprata al discount a metà tra la divisa di un benzinaio e la tuta da sci di un austriaco anni Ottanta. E basta. I documenti nelle mutande. Il cellulare era scarico e lo aveva abbandonato a Torino. Lo avevano sempre preso in giro perché era paranoico con il controllo, la privacy e la geolocalizzazione, quindi ne aveva uno che a parte telefonare faceva poco altro.

Il mare era calmo, di notte, senza vento sembra fatto di olio. Si sentiva un po’ un pirata. Era incosciente o forse un po’ scemo. Messa la prua verso il largo quasi si dimenticò che stava scappando.

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