Diavoli a Ponte Sisto

Mi raccontava un trasteverino antico (non "vecchio", per carità) che ai suoi bei tempi, anni ’20 - ’30, circolavano ancora, nel Rione (non chiamatelo quartiere), racconti e leggende quasi tutte ambientate sul Fiume per definizione, il Tevere e sul più bello dei ponti che lo incoronano: Ponte Sisto.

La storia del «Tinea er Più», e der «Gobbo de Ponte», la storia del «Callarostaro fantasma», quella del «Barcarolo controcorente», e soprattutto, dio ce ne scampi!, quella della «Pimpaccia di Piazza Navona», la più paurosa di tutte e perciò quella che piaceva di più a donne e bambini.

Se lo ricorda ancora, il trasteverino antico: «a’ nonna, m’aricconti la storia della Pimpaccia?», «sì, sì, abbasta che stai bbono…»

Chi era dunque costei?

Donna Olimpia Maidalchini, parente stretta, e forse qualcosa di più... del potente e terribile Papa Innocenzo X Pamphili; donna Olimpia, dicevo, esercitava a Roma, verso la metà del ‘600, un potere illimitato, politico, economico e culturale.

Dal suo palazzo di Piazza Navona, attraverso una fitta rete di agenti infiltrati un po' dappertutto, irradiava la sua fortissima influenza su tutta la vita della città e dei territori pontifici.

Come ci fosse riuscita sarebbe troppo lungo e fuori posto narrarlo.

Basterà ricordare che Olimpia non rifuggiva dai modi più diretti ed espliciti per raggiungere i suoi scopi e che la sua potenza era tale da consentirle di assidersi, quale arbitro, nella contesa tra i due più grandi architetti del suo tempo: Gian Lorenzo Bernini e il Borromini, due giganti che hanno lasciato in Roma esempi immortali del loro genio.

Olimpia decise a favore del Bernini, cui fu affidato l’incarico di «inventare» Piazza Navona.

Borromini, protetto dagli Spada, avversari dei Pamphili e perciò di donna Olimpia, ebbe un incarico «minore», Santa Agnese in Agone (si ricordi che da Agone viene Navona), e non si riebbe mai dall’offesa ricevuta, lentamente precipitando in una follia che lo portò, nel 1667, al suicidio.

Per questo e per altri episodi grossomodo dello stesso genere, fiorì tra il popolo la fama negativa e, poco a poco, addirittura diabolica della padrona di Roma, dei suoi misfatti (non esclusi quelli erotici), e della sua cattiveria.

Così, dopo la sua morte, nasce la leggenda, come tutte non priva di basi storiche, che fa della nobile e famigerata dama una dèmone.

A mezzanotte la sua carrozza fiammeggiante passa rullando e sobbalzando su Ponte Sisto: a cassetta un diavolo guida quattro cavalli neri dalle froge che emettono vampe di fuoco, dietro la vettura infernale una schiera di esseri orrendi che agitano fiaccole fumose e fetide.

Nella carrozza c’è Lei, quella che ognuno chiama ormai Pimpaccia, che si sporge e a tutti gli sventurati che passano impartisce una benedizione satanica.

È un attimo: la carrozza passa e scompare lasciando una terribile scia di zolfo.

C’è un solo modo per scampare: buttarsi a terra, chiudere gli occhi e invocare Maria, la Madonna.

Ai suoi tempi, racconta il trasteverino antico, questa storia sopravviveva ancora.

Oggi non più: nessuno se la ricorda.

Del resto, Trastevere è ancora Trastevere…?

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Roberto Prili, ahilui padre di Ilaria, grecista e latinista, ama la musica, il canto, la poesia, gli gnocchi alla romana e i gatti di cui è devoto amico. Si vanta di essere un trasteverino doc. Autore di un’ampia letteratura poetica in italiano e in romanesco, di saggi di storia della musica.

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