John Milton e il canto della Romanina

Trastevere, ma un po' tutta Roma, è pieno di ricordi, canti, avventure, leggende, passano attraverso i tempi della sua storia svanendo con lei, ma alcune no.

Quel gentiluomo che potete vedere mentre sale le boscose pendici del Gianicolo, porta del cielo1, è il grande poeta John Milton, l'autore celebrato de il «Paradiso perduto di cui tutta l’Europa letteraria e artistica parla con ammirazione.

Avanza pensoso nel suo severo abito che ricorda un po' quello dei puritani, preceduto soltanto da una guida che lo conduce in rispettoso silenzio fino alla bella solitaria chiesa di Sant’Onofrio e, qui giunti, lo lascia assorto e, si direbbe, commosso.

Di lassù lo sguardo si apre alla vista della città eterna, da Castel Sant’Angelo al lontano smarrirsi del Tevere che lentamente, come è costume romano, muove verso il mare.

Ma non è questo spettacolo meraviglioso che spinse il poeta a lasciare l’Inghilterra e a viaggiare verso l’Italia e Roma, amate e da lui a lungo agognate come da chiunque ami l’arte e la bellezza.

Una delle sue mete è questa, Sant’Onofrio, dove nel 1595 si era spenta la luce di Torquato Tasso e tutto ancora parla di lui e della sua opera maggiore, la «Gerusalemme liberata», capolavoro tormentato come la sua vita.

Correva voce che sotto il porticato interno, dove il grande poeta della prima crociata amava passeggiare meditando, si udissero come in un sussurro versi memorabili, emozione nostalgia memoria, e forse anche Milton le udì o credette di udirle, presagio, forse, della amara sorte dei suoi anni a venire, quando la restaurazione monarchica di Carlo II Stuart, avrebbe comportato per lui, già alto esponente del regime cromwelliano, pesanti persecuzioni, non cruente, a dire il vero, ma tali da condurlo a vivere i suoi ultimi anni in povertà e solitudine.

Meditava queste cose, John Milton, mentre scendeva verso il Trastevere, finché si trovò, quasi senza rendersene conto, di fronte a Santa Maria della Scala, nel cuore dell’antico Rione.

Un nome invadeva dolcemente il suo cuore in quei momenti di memoria: Leonora Baroni, il grande soprano di cui tutto il mondo musicale parlava, figlia della "bella Adriana" e bellissima lei stessa.

L’aveva ascoltata anni prima in Inghilterra e non la aveva più dimenticata. Così, avendo saputo che ritornata da un suo viaggio in Francia, Leonora si era fermata a Roma dominandola col suo canto e facendole un po' dimenticare l’atroce impressione suscitata in città dall’assassinio del Marchese Monaldeschi voluto da Cristina di Svezia, le aveva inviato alcuni suoi sonetti3 raccolti tutti sotto un’unica dedica: «Ad Leonoram Romae canentem», a Leonora cantatrice in Roma.

E certamente anche questo avrebbe desiderato, incontrarla, parlarle, dirle di persona la sua ammirazione e…

Ma giunto a Roma apprese con un dolore prossimo al terrore che Leonora era morta, improvvisamente, stranamente, composta proprio lì, in Santa Maria della Scala che era davanti ai suoi occhi smarriti e pieni di lacrime.

Trastevere, ma un po' tutta Roma, è pieno di ricordi, canti, avventure, leggende, passano attraverso i tempi della sua storia svanendo con lei, ma alcune no.

Per molto tempo si parlò della voce stupenda di Leonora, della malìa con cui interpretava la meravigliosa aria del Serse di Haendel, «Ombra mai fu4», e si disse che quella voce, quell’aria, talvolta risuonava nella chiesa vasta e silenziosa e che addirittura Lei stessa, Leonora Baroni5 appariva nei suoi abiti di scena, non più di un attimo, ma un attimo di luce.

Niente di tutto questo accadde in quel pomeriggio avanzato ed allora John Milton si allontanò, quasi facendo violenza a se stesso, con l’anima ancora piena di rimpianto.

Aveva ormai soltanto una mèta da raggiungere, visitare ad Arcetri, nella sua villa fiorentina luogo della sua reclusione, Galileo Galilei6, il sommo scienziato di cui aveva già letto, condividendo in pieno le sue affermazioni, quell’opera stupenda anche come stile, fine ironia e addirittura poeticità, il «Saggiatore».

Si diceva che lo assistesse in quella felpata prigionia, un angelo7.

Con il permesso dell’Arcivescovo di Firenze l’incontro poté aver luogo.

Parlarono a lungo Milton e Galilei, condividendo amore per la poesia, la musica8 e la nuova scienza fondata sulla «sensata esperienza».

Cosa si saranno detti?

Quali le parole del loro ultimo saluto? Non lo sappiamo.

Ma certamente esse passano alte nei cieli d’Italia e di Europa.

 

 

Piccolo dizionario romano e note

1 Gianicolo: la più accreditata spiegazione dell’etimologia della parola Gianicolo è appunto “porta del cielo”, janua coeli.

2 «Paradiso perduto»: più tardi Milton, il cui pensiero andava staccandosi sempre più, tanto dalla religione cattolica, quanto dal puritanesimo, scrisse il «Paradiso ritrovato», poema che riflette la sua nuova ed ultima concezione.

3 Sonetto: In quella stessa circostanza il Cardinal Rospigliosi, futuro Papa Clemente IX, le inviò, dal suo bel palazzo romano, un sonetto celebrativo del suo canto e della sua bellezza.

4«Ombra mai fu»: aria ancor più nota come «Largo di Haendel».

5 Leonora Baroni: detta la “Romanina" anche se questo nomignolo le era conteso dalla madre Adriana.

6 Galileo Galilei: come è noto, dopo il processo e un periodo di permanenza a Roma, Galileo ottenne di essere “recluso” in Arcetri, con alcuni margini di autonomia concessigli dall’Arcivescovo di Firenze.

7 Angelo: quell’angelo era la figlia di Galielo Galilei, Virginia, poi divenuta suor Maria Celeste, di cui conosciamo la grande importanza nella vita del padre attraverso le lettere che gli scriveva.

8 Musica: ambedue venivano da una famiglia di grande connotazione musicale. Vincenzo Galilei aveva musicato brani, oggi perduti, della Divina Commedia e del padre di Milton abbiamo, tra l'altro, quattro mottetti.

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Roberto Prili, ahilui padre di Ilaria, grecista e latinista, ama la musica, il canto, la poesia, gli gnocchi alla romana e i gatti di cui è devoto amico. Si vanta di essere un trasteverino doc. Autore di un’ampia letteratura poetica in italiano e in romanesco, di saggi di storia della musica.

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