La scuola

Una volta qui c’era la mia scuola, ora il palazzone rosso è occupato da centinaia di famiglie senza casa che prima hanno modificato le aule in appartamenti poi hanno esposto sulla facciata lunghi striscioni di protesta, lenzuoli bianchi impregnati di bombolette spray nere e rosse. Salgo le scale, al primo piano una decina di ragazzini ha trasformato il lungo corridoio in un anomalo campo di calcio. A metà della rampa successiva tre ragazzine, che avranno non più di tredici o quattordici anni ma che il trucco ha reso donne esperte, fumano lunghe sigarette incollate ai video dei loro telefoni giganti. Al piano successivo una coppia si bacia appassionatamente, lui muove le mani con sapienza sul corpo robusto di lei che ansima e sorride, sembrano accorgersi di me, chissà, forse potrei anche fermarmi a osservarli, al terzo piano vengo aggredito da un forte odore di cipolle, sugo e spezie, sapori etnici di chissà dove, salgo ancora e vedo un bambino piccolo, sporco, con gli occhi neri, grandi, seduto su uno zerbino che mastica una papera di gomma, mi fissa, non parla, sui muri la faccia eterna di Totti e il tricolore della coppitalia di Lulic, le svastiche, le falci e martello, poi una scritta che mi dice quanto è brava una certa Tania a fare le cose con la bocca e quanto è frocio un tale Stefano del secondo piano. Salgo l’ultima rampa, in cima c’è una grande porta di ferro chiusa con lo spago, sciolgo il nodo e finalmente davanti a me il terrazzo, immenso, vuoto, tira aria calda di polveri sottili. Sono nel posto giusto, la mia vecchia scuola, oltre la precarietà della gente, immobile, in cima al mio quartiere, mi sento il simbolo dei perdenti, io e la mia informe massa di carne avariata che sventola sullo stesso disordine urbano di quarant’anni fa.

Osservo il cornicione, la maggior parte dei bordi sono consumati, il pilone di cemento è sempre più abbandonato, provo a grattare, la calce mi si sbriciola nelle mani, granuli rosso ocra di un deserto metropolitano, allora mi sposto verso la parte opposta del palazzo in cerca di un lato ancora integro, lo trovo, mi siedo comodo con le gambe penzolanti verso l’interno del palazzo, poi lentamente mi alzo in piedi dando le spalle alla morte e volgo lo sguardo a pochi metri da me verso tre o quattro antenne legate a un vecchio palo di ferro arrugginito. Le osservo, chiudo gli occhi e poi con uno scatto di reni mi butto all’indietro, un lungo salto nel vuoto, prima di sfracellarmi sull’asfalto e maledire la mia memoria, il mio immenso serbatoio di immagini, quest’infinito contenitore di ricordi, questa nuvola cloud del cazzo che non la smette mai di lavorare.

Neanche adesso.

Il prato scosceso di Villa Pamphilj e noi quattro a ridere abbracciati, io tre anni, un minuscolo nano con l’erba verde troppo vicina al viso e i pantaloncini corti, rideva tanto anche papà che ci osservava da lontano con la sigaretta in bocca, lui, che non rideva mai, quel giorno, chissà, forse si sentiva bene senza tutta quella benzina addosso, quell’odore forte di lavoro e tuta grigia della Esso che a me invece piaceva tanto. Poi il bucato sospeso nel cielo aggrappato alle mani forti della mamma, il sapone, e poi il primo giorno di scuola quando in classe sei arrivato tu, avevamo sei anni, dopo la scuola i giochi in cortile poi il campetto di calcio e le fughe dal coro della chiesa e le avventure con i boy scout a dormire vicini ma separati dai sacchi a pelo, quanto era buono quel ghiacciolo tricolore diviso a metà tra noi, un mozzico tu e uno io e poi quei pomeriggi sul divano marrone chiaro a casa tua, noi due a quindici anni con i brufoli a guardare le riviste porno con una canna in mano e alla fine io piegavo la testa su di te, felici, come se non ci fosse un domani e poi camminare la notte tardi nel quartiere a diciassette anni strafatti di marijuana affamati come lupi a smaltire tutta la nostra segreta gioia, che anche i muri stavano dalla nostra parte, e la luce dei lampioni faceva da teatro a quello spettacolo che eravamo noi, insieme, ad amarci dietro le macchine o fra i cespugli dell’argine, troppo vicini al fiume nero, la nostra casa zozza di rifiuti e topi, che me lo dicevi quanto mi amavi, e pensavo sarebbe stato per sempre invece poi è arrivato quel sabato terribile, a vent’anni, all’improvviso, senza motivo, il giorno dopo aver fatto l’amore, mi hai offeso e insultato davanti a quella che sarebbe diventata la tua prima e unica fidanzata e non mi hai parlato più per quindici lunghissimi anni fino al giorno prima del tuo matrimonio, quando mi hai aspettato a notte fonda sotto al portone e mi hai chiesto scusa e volevi baciarmi mi hai bloccato addosso al muro e prendermi ma ormai era troppo tardi, hai ammazzato l’amore, ti ho detto, e me ne sono andato, Dio perché me ne sono andato, perché l’ho fatto, non mi sono mai perdonato per questo e poi la testa piegata di nuovo, per anni, stavolta sui libri, per non pensarti, miliardi di pagine divorate sotto gli occhi entrando nelle vite degli altri e poi uscire per respirare un po’ e ritrovarmi a camminare come un automa a cercare negli sguardi altrui la tua stessa piega negli occhi e il sorriso, oh quel sorriso, quel tuo modo unico di abbandonare il viso ad una sola, impercettibile, flessione del labbro superiore che rende giustizia alla vita e spiega il senso di qualunque bellezza. Ecco, io questo non l’ho mai dimenticato, neanche quando mi hanno picchiato alla stazione Trastevere per derubarmi, quando ho stretto nel tempo sei braccia sbagliate, quando ho provato a non comprare più la tua stessa marca di sigarette, quando giocavo a calcio e andavo allo stadio solo per ricordami di te, di noi, delle birre in curva, quando ho deciso di fare l’attore per diventare un altro e fingere di essere sempre altrove, quando suonavo alla chitarra melodie sconosciute che mi riportavano a te mentre tutti gli altri si accoppiavano e si appartavano tra le dune della spiaggia di Capocotta, quando la mia vita è diventata la storia banale di un impiegato che sognava di fare l’artista, ecco, non riesco a dimenticarti neanche adesso, in questo momento, prima di sprofondare nello stesso asfalto amico che da bimbo percorrevo con te, cartelle in spalla e fiocchi blu, mano nella mano, all’uscita di questa scuola.

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Autore e regista, napoletano, vive a Roma, è laureato in Storia del Teatro. Nel 2006 il saggio Gennaro Pasquariello, attore e cantante di varietà vince il Premio Studio 12 e viene pubblicato con la prefazione di Peppe Barra. Nel 2006 il racconto Che vuole Marta? viene inserito nell’antologia di racconti gay Men on Men vol.5 per Mondadori. Nel 2008 e nel 2011 pubblica la raccolta di racconti Donne Romane, storie al margine sotto l’argine e Piccoli quadri romani, dieci corti teatrali in dialetto romanesco, entrambi ambientati nella periferia romana (Edilet). Per Tempesta Editore pubblica nel 2014 Mi batte forte il cuore una fiaba per bambini sul tema dell’omo genitorialità e nel 2015 il romanzo Vite a buon mercato scritto con Silvia Mobili e Romeo Vernazza. Di prossima uscita il suo romanzo L’ultimo salto del canguro per Castelvecchi Editore.

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