Un teatro sul fiume

…che ne sarebbe stato del Teatro Apollo che sorgeva nei pressi di Tor di Nona e le cui fondamenta erano lambite dalle acque tiberine […]

Correva una visibile tensione in Tor di Nona e ancor più in Panìco a proposito di certe voci che insistentemente circolavano da qualche tempo.

E non era tanto la presenza dei nuovi arrivati, i Piemontesi, entrati in Roma con le cannonate di Porta Pia: un po’ erano attesi, un po’ erano apparsi per quel che erano, gente normale, ragazzoni alti, spesso biondi, che si aggiravano per l’Urbe con quei loro strani cappelli piumati, pieni di curiosità e di qualche soldo da spendere.

Aveva fatto visita a Roma anche Giuseppe Garibaldi, il quale poco dopo essere arrivato, aveva pronunciato il più breve discorso pubblico della storia, dal balcone del suo albergo, vicino alla stazione Termini, di fronte a una folla che lo acclamava e che invocava da lui imprese mirabolanti, ad esempio l’arresto del Papa o la proclamazione della Repubblica: «Romani, siate seri!», aveva detto rientrando subito dopo e precisando poi che quel «seri», non voleva dire altro che «siate degni di voi». Sarà…!

In realtà quello che provocava tanta tensione erano piuttosto due notizie, anzi, una notizia e una conseguenza.

La notizia era che la nuova amministrazione, nata subito dopo il plebiscito che aveva definito la annessione di Roma al Regno d’Italia, aveva intenzione di ingabbiare il Tevere con due muraglioni che lo isolavano dalla città: si sarebbero così evitate le esondazioni, ma si sarebbe fatto del Fiume per antonomasia un estraneo, un prigioniero, Lui che aveva sempre fatto parte integrante della storia romana, da Orazio Coclite, ai fratelli Cairoli ad oggi.

Eppoi, conseguenza inevitabile, che ne sarebbe stato del Teatro Apollo1 che sorgeva nei pressi di Tor di Nona e le cui fondamenta erano lambite dalle acque tiberine e, talvolta, quando queste si gonfiavano, il loro fruscio accompagnava come una sorta di basso continuo le musiche immortali che avevano nuovamente vita, più in alto, nella bella sala ad esse consacrata.

Nel 1853, proprio lì, in quel teatro, sulle rive del Tevere, aveva avuto luogo la “Prima” di un capolavoro assoluto, il Trovatore di Giuseppe Verdi e qualche anno dopo il Simon Boccanegra.

Era impensabile che quel nobile, bellissimo teatro, dovesse essere abbattuto.

Governato, per così dire, per cinquanta anni da un impresario abile come Cencio Jacovacci, poteva contare su una vasta platea e ben sei ordini di eleganti palchi più i tre di proscenio. Era quindi un concorrente pericoloso, insomma, del Teatro Argentina e del Teatro Valle.

Abbatterlo? Pazzesco.

Ma il destino del Teatro Apollo1 era segnato, come ben sappiamo.

Qualche anno prima dell’arrivo dei Piemontesi, l’Impresario Jacovacci, stimatissimo come tale, ma anche attentissimo, fino alla taccagneria2 alla “cassetta”, ovverosia ai bilanci, aveva pensato ad alcune repliche a prezzi popolari, dell’acclamatissimo Trovatore, anche per dare soddisfazione ai tanti che per il costo dei biglietti non erano potuti entrare nella bellissima sala e per questo avevano vivamente protestato.

Aveva perciò scritturato una compagnia non di primo piano, di non alte pretese e un tenore piuttosto modesto e tecnicamente approssimativo ma dotato di sopracuti eccezionali e soprattutto di un “do di petto”3 a dir poco sfolgorante.

L’affluenza di pubblico fu enorme, tanto che, ancora una volta, molti abitanti della zona rimasero esclusi.

Ma la notizia di quegli acuti e di quella nota lunga e strepitosa si era sparsa e in occasione dell’ultima replica i “rimasti fuori” si mobilitarono.

I bene informati e i competenti avevano precisato che l’Evento (E maiuscola, prego), si sarebbe manifestato, calcolando tutto, inizio opera ore 21, intervallo e fine atto secondo ore 23, appunto a quell’ora, minuto più, minuto meno.

Ed ecco una piccola congrega d’ombre notturne, già dalle ore 21, si avvia verso il teatro e si dispone, in piccoli circoli, sul greto del fiume, parlottando a bassa voce e dando fondo alle provviste portate séco per ingannare il tempo, ma anche per cenare, fiasco di vino rosso non escluso.

Alle ore 22.50 tutti di comune accordo tacciono e si ode solo la voce del Tevere, silenzioso, anche Lui come in attesa.

Ed ecco improvviso, l’Evento.

La spada luminosa dell’Arcangelo Michele si leva al cielo, splende argento purissimo sulle acque del fiume, nella notte, per alcuni eterni secondi si ferma lassù, tra le stelle innamorate.

Poi ad un tratto si tace, scompare, e tutto è nuovo silenzio, vastità sconosciuta, immensa.

Era il “do di petto”3 di Manrico, il Trovatore, quella nota fatale che Verdi non aveva scritto ma che tutti i grandi tenori si permisero, da Caruso a Lauri Volpi, a Pertile a Corelli ed anche al povero tenore scritturato da Jacovacci che in quel momento aveva la sua vittoria, la sua gloria.

Poco a poco, la piccola folla d’ombre notturne si allontana ancora incantata e silenziosa dal fiume e ritorna nelle proprie case: non passa molto e Panìco e Tor di Nona sono immersi nelle fantasie del sogno, fra «vampe che stridono, sorrisi balenanti e l’orrendo fuoco di quella pira»4, proprio in quel luogo ove sorgeva il teatro Apollo a un passo dai muraglioni che sono ormai i confini del Tevere.

Quel tenore, quel do miracoloso e quella folla così appassionata, è passato tanto tempo, ma il ricordarli è bello…

 

 Piccolo dizionario romano e note:

1 Teatro Apollo: il teatro è ricordato da una grande e malinconica lapide sulla riva sinistra all’altezza di Castel Sant’Angelo.

2 Taccagneria: “cane di un impresario”, lo chiamava Giuseppe Verdi nelle sue lettere, fra amicizia e orsaggine (un po’ sul serio e un po’ scherzando).

3 Do di petto: nota per così dire trovata dai tenori Rubini e Duprez, detta impropriamente “di petto”, in realtà dovuta a una particolare gestione del respiro addominale.

4 «Vampe che stridono, sorrisi balenanti e l’orrendo fuoco di quella pira»: sono alcune delle grandi “arie” dell’Opera verdiana.

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Roberto Prili, ahilui padre di Ilaria, grecista e latinista, ama la musica, il canto, la poesia, gli gnocchi alla romana e i gatti di cui è devoto amico. Si vanta di essere un trasteverino doc. Autore di un’ampia letteratura poetica in italiano e in romanesco, di saggi di storia della musica.