Una Regina giunge a Roma

Anonimo veneziano Cristina di Svezia ricevuta da Alessandro VII
Anonimo veneziano Cristina di Svezia ricevuta da Alessandro VII

Lo scampanìo delle chiese romane da San Giovanni a San Pietro, da Santa Maria Maggiore al limpido rintocco del convento di clausura alle pendici del Gianicolo la accolsero referenti e festose […]

Anno del Signore 1654.

Un maestoso vascello con le vele al vento e il gran pavese ricco di colori, esce dal porto di Copenaghen salutato, a riva, da una piccola folla, forse non commossa, ma certamente molto emozionata mentre alcune salve di cannoni lo accompagnano solenni.

A bordo ferve il lavoro dell’equipaggio, impegnato ad evitare le molte barche, che ancora seguono la grande nave, piene di persone che agitano segni di saluto e alcune piangono davvero. Poi il vascello si allontana.

A poppa, solitaria, una bella figura di donna guarda immobile la terra che poco a poco scompare all’orizzonte.

Forse non così bella come la consegna alla nostra memoria Greta Garbo in un film fra i suoi migliori del 1934, ma certamente nobile e, sia consentito ripetere, bella.

Cristina di Svezia abbandona il Paese su cui aveva regnato.

Dopo un non breve periodo nel quale, erede di Gustavo Adolfo, si era trovata contro, sempre più dura e intransigente, gran parte della stessa Corte, degli alti gradi dell’esercito e della nobiltà, la regina ha deciso di abbandonare il trono e il suo Paese.

Troppo forti i contrasti, troppo forte il pericolo di un colpo di Stato e di una guerra civile.

Aveva regnato bene, Cristina, aveva aiutato lo sviluppo economico e civile della Svezia. Aveva sostenuto la cultura, l’arte e la scienza; basti pensare che vincendo una accanita resistenza, aveva invitato ed accolto a corte René Descartes, a tutti noto come Cartesio, filosofo e scienziato che aveva entusiasmato l’Europa e specialmente i giovani con quel suo cogito che, a pensarci bene, portava con sé una forte spinta di rinnovamento civile; un «cogito ergo sum», aveva spiegato il francese, nelle riunioni cui la regina lo aveva chiamato, che affermava la priorità delle raisons d’esprit, la logica, la matematica, la geometria ma non escludeva le raisons du coeur, e cioè i sentimenti, la poesia, forse pericolose ma insostituibili.

A queste raisons Cristina era molto sensibile.

Innamorata della cultura e dell’arte classica, ella seguiva con attenta ammirazione le vicende dell’arte italiana, così come quella dei fiamminghi, questo popolo inquieto che la politica spagnola spingeva sempre di più nelle braccia dello scisma protestante.

Cattolica per fede, e forse ancor più perché conquistata dalla bellezza fascinosa dei riti della Chiesa romana così diversi dalla tetraggine protestante, pur rispettando la scelta luterana dei suoi sudditi, ma non nascondendo mai le proprie convinzioni aveva suscitato diffidenza e ostilità sempre più profonde. Tante, maligne, insopportabili per la sua coscienza e per la sua dignità.

Coerentemente aveva fatto delle scelte politiche che la portavano all’amicizia con la Francia cattolica del Cardinale Mazzarino, al crescente allineamento con la politica di Roma e a tentativi di accordo sempre più difficili con la Spagna dell’Inquisizione.

Tutto questo accese gli animi, determinò lo scontro e la portò alla sua decisione di lasciare il Trono.

Ed ora il maestoso vascello la portava via, lontano, verso l’Italia, verso Roma.

Lo scampanìo delle chiese romane da San Giovanni a San Pietro, da Santa Maria Maggiore al limpido rintocco del convento di clausura alle pendici del Gianicolo la accolse deferente e festoso, ed il Papa la definiva «figlia prediletta» della Chiesa.

Le furono messi a disposizione alcuni splendidi palazzi, Bernini, Farnese, Rospigliosi, in ultimo Palazzo Corsini alla Lungara in cui successivamente abitò e ove stabilì presto una sua corte di intelligenza e di arte e di lì, in una Roma ancora piena dei ricordi della «Pimpaccia di Piazza Navona» e delle sue imprese, cominciò ad esercitare un vero primato intellettuale, non privo anche di ammonizioni politiche.

Vennero a lei i migliori intellettuali e poeti del tempo, attirati dal suo fascino e dalle sue intuizioni che diedero vita all’«Accademia Reale» e subito dopo all’ancor più prestigiosa «Arcadia»: musica, teatro e soprattutto poesia.

Una poesia che superava le artificiose concettualità “preziose” (in Francia anche Molière le beffeggiava con le précieuses ridicules) e si volgeva, invece, alla semplicità creativa della natura, bella e appena malinconica, la natura dei pastori, delle ninfe, «portatrice di serenità e di pace».

Ma ecco che un dramma sanguinoso viene a sconvolgere il mondo arcadico e qui due ipotesi ed una leggenda si incontrano e si contraddicono.

Un giovane e brillante e nobile romano, il Marchese Monaldeschi, improvvisamente scompare.

Lo si cerca affannosamente senza risultato, si investiga, si fruga ovunque.

La famiglia di lui sguinzaglia investigatori e spie in tutti gli ambienti che il giovane frequentava: feste, concerti, cerimonie, le riunioni stesse dei circoli di Cristina.

Nulla. Poi, per ordine venuto da “molto in alto”, tutto si arresta e tutto tace.

Ma negli ambienti interessati, si parla, magari a bassa voce e negli angoli d’ombra, ma si parla. E la gente mormora.

Due le ipotesi. Una politica: il giovane Monaldeschi aveva o no fomentato un complotto tale da coinvolgere niente meno che la corte papale e quella francese di Luigi XIV e del Cardinale Mazzarino cui Cristina era vicina da tempo?

Era vero o no che questo complotto aveva molto infastidito le «alte, altissime sfere» e che per questo il nobile era stato eliminato alle spicce?

Ipotesi non priva di fondamento.

Ma ce ne era un’altra, più piccante, più accessibile alla curiosità popolare già abituata agli intrighi della Pimpaccia.

Era noto, silenziosamente noto, che fra il giovane e Cristina era nato un amore, un amore che aveva superato le soglie del “penetral più sacro”, la camera da letto, insomma, un amore ardentemente corrisposto di cui lui aveva parlato, vantandosene pubblicamente. Ed ecco spiegata la sua scomparsa.

Fatto fuori da uomini di Cristina o per ordine di Cristina stessa?

Se ne discute ancora. Infuriata, colpita nel suo onore, la figlia del Nord l’avrebbe attirato per un convegno amoroso e lo avrebbe fatto graziosamente strangolare in sua presenza.

E qui nasce la leggenda.

Si mormorò che nei giardini frondosi dell’Arcadia, alle pendici del Gianicolo, talvolta la notte, si poteva udire, qualcuno anzi testimoniava di aver udito, alte grida di aiuto, invocazioni di perdono e di amore, suoni disarticolati come di un uomo, un giovane uomo che muore.

Era Lui, il Monaldeschi..?

Se ne parlò per qualche tempo, poi tutto fu sommerso per sempre dalle ombre della Storia.

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Roberto Prili, ahilui padre di Ilaria, grecista e latinista, ama la musica, il canto, la poesia, gli gnocchi alla romana e i gatti di cui è devoto amico. Si vanta di essere un trasteverino doc. Autore di un’ampia letteratura poetica in italiano e in romanesco, di saggi di storia della musica.