Contro le radici, la polenta viene dall'Angola

Maurizio Bettini ha dedicato un saggio ricco di riferimenti ed aneddoti al tema delle radici, una metafora che non è neutra ma carica di significati facili da strumentalizzare. Dall'Eneide ai kebab di Livorno ecco su cosa si fondano le rivendicazioni identitarie

Radice, identità e tradizione: sono parole che oltre ad evocare il romanticismo del racconto passato entrano sempre più nel dibattito politico. La radice radica e in questo è immobile, la radice stabilisce una gerarchia e senso unico con un’importanza che parte dal basso per poi sfumare nei germogli più recenti. E poi una radice che divide segnando un confine, un dentro e un fuori, una collocazione spaziale ad exludendum.

Maurizio Bettini ha dedicato al tema un saggio, godibile e acuto, Contro le radici che ha già qualche anno ma che non è poi troppo invecchiato, se non nei riferimenti alla cronaca politica che cambia nei nomi e meno nei contenuti.

L’autore, professore di Filologia classica all’Università di Siena e direttore del Centro Antropologia del mondo antico e curatore per Einaudi della serie Mythologica, ci accompagna in un viaggio tra storia e antropologia con riferimenti al nostro presente. Il passato si spoglia dei toni nostalgici per diventare il luogo dell’identità di gruppo e la radice diventa la metafora prediletta per tracciare i contorni dell’identità. Ma Bettini ci mette in guardia: «le immagini non sono oggetti neutri». La tradizione, ma quale tradizione? Cosa dimenticare e cosa conservare? La cultura classica tramanda il racconto degli Ateniesi che si recarono a Delfi per chiedere ad Apollo quali riti sacri conservare. Apollo gli disse «quelli conformi al costume degli antenati». Gli Ateniesi tornarono a casa rendendosi conto di non aver poi capito troppo bene l’enigmatica risposta. Così si ripresentano per chiedere lumi, il costume degli antenati era cambiato nel tempo, quale prediligere?

«Il migliore» risponde Apollo smascherando la relatività del concetto stesso di tradizione, il mos maiorum dei romani.

È interessante sottolineare come la scelta dell’immagine della radice riporti ad una dimensione primordiale, vitale e naturale, qualcosa di molto lontano dall’artificio, l’interpretazione e la narrazione che, per forza, qualcosa tiene ed altro esclude. E da un punto di vista gerarchico se spesso è una collocazione alta a conferire autorità, meglio vivere in un attico che in un sottoscala - il piano nobile -, anche la base, il fondamento ha la sua importanza: è dalle solide radici che arriva la linfa ai rami, così “cicciano” le nuove estremità, così i rami si espandono. Ma chi e cosa è la radice, chi è stato il primo, come stabilirlo? L’albero è un’immagine verticale con un inizio e una fine, non ammette innesti, incroci come invece un fiume che, rafforzato dai suoi affluenti, scorre e muta nel suo avanzare. Un affluente vive anche di vita propria mentre un giovane ramo se si discosta dalla radice muore di fame. E ancora Bettin aggiunge: «l’immagine delle radici contiene in sé il sogno della autochtonìa, come la chiamavano i Greci: la pretesa di essere gli unici veri figli di una certa terra e per questo superiori a quelli che vi sono semplicemente sopraggiunti». Chi era un vero greco, romano e chi è oggi un vero italiano? Epoche diverse, stesse domande, negli ultimi tempi ritornate prepotenti in tema di Ius soli.

Bettini sfrutta la sua esperienza di docente per un esempio semplice ed efficace: durante una lezione universitaria di latino ha chiesto il significato della parola tabernacolo - presente in un testo da tradurre - solo tre alunni su quarantatré avevano una vaga idea del significato (l’edicola contente l’eucarestia, normalmente posizionata al centro dell’altare delle chiese cattoliche). Questo aneddoto serve a spiegare come la forza di una tradizione non viene dal suo appartenere al passato, quanto piuttosto dal suo essere viva, raccontata, praticata e tramandata. O in altre parole la consuetudine. Meno messe in chiesa con i genitori, meno persone che sanno cosa sia un tabernacolo, e però tanti che inorridiscono se si ipotizza di costruire una moschea.

È nell’Eneide che troviamo un esempio o meglio un paradigma antropologico: alla fine del poema Giunone e Giove si incontrano per definire le condizioni della resa, si accordano insomma per tracciare l’identikit della nuova gente che nascerà dalla fusione di Latini e Troiani. Giunone vuole che sia mantenuto il nome del Latini, la lingua, l’abbigliamento. Giove accetta e anzi le assicura che anche il viso, le fattezze fisiche, saranno quelle latine. Una promessa che anticipa teorie e selezioni di un drammatico futuro. Ma ciò che conta, e che l’autore sottolinea, è che la tradizione sia molto anche una questione di decisioni ed altrettante recisioni (che se le fanno gli dei è un conto, con gli uomini la faccenda si fa pericolosa). Le pagine snocciolano esempi ad ogni latitudine, dagli Hutu e Tutsi e la loro etnicizzazione a firma belga, fino ai kebab di Livorno per spiegare come la sovrapposizione tra memoria privata, che porta con sé una inevitabile nostalgia, e collettiva sia un rischio facile da strumentalizzare da certa politica (e ancor più in tempo di crisi). Un testo ricco, pieno di rimandi e aneddoti, una lettura per approfondire capire - e anche saper smontare - le teorie dei movimenti identitari. La prossima volta che un leghista esalta la polenta, piatto tradizionale d’oltre Po, potete raccontare per esempio che quella radice culinaria arriva dall’Africa: è un’eredità da condividere con gli Angolani portati poi da schiavi fino in Brasile.

ARTICOLI CORRELATI

Il prossimo tema è #Radici

Le multi-radici di Giancane: «scrivo e canto» tra Ansia e Disagio

Insetti e patate, resistenze culturali ieri ed oggi

Nonna e le storie della guerra

Alberi in fuga

I nuovi scrittori italiani che di cognome fanno Malaj

avatar

Caterina Grignani è il direttore responsabile di Roma Italia Lab. 

Per contattarla direttamente, scrivi a: caterinagrignani@romaitalialab.it

Fatto: studi letterari, viaggi con la scusa dello studio, stage e contro stage, insegnare italiano nonostante una incorreggibile "r" moscia, miglia di navigazione a vela, scampare a una tempesta, coltivare odori per cucinare, scrivere racconti, sopravvivere a un inseguimento di cinghiali

Da fare: rendere celebre Roma Italia Lab, tornare in Polinesia, scrivere un libro, avere una cucciolata di cani in salotto, suonare la pianola con le basi registrate ai matrimoni, andare all'isola di Pasqua e a Mosca e alle Azzorre, pimpare la 500 di mia nonna


Roma Italia lab srl

Autorizzazione Tribunale di Roma n.60 del 23 marzo 2017

Sede legale: Via Festo Avieno 59, 00136

Sede operativa: Viale Castro Pretorio 25, 00185

Tel. 06 85352463

P.I. e C.F. 11448611001

Direttore Responsabile: Caterina Grignani

Redazione: Simona Pandolfi & Allegra Mondello

newsletter

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione