Giancane [ph] Matteo Casilli

Le multi-radici di Giancane: «scrivo e canto» tra Ansia e Disagio

L'ipocondriaco cantautore romano, che vedremo a Roma il 5 gennaio a Largo venue, si racconta: dalla professione di fonico a quello di produttore, dalle vie percorse nel quartiere San Paolo a quelle che ama scoprire in ogni tappa del tour italiano. In ogni città dove suona trova «un pezzo di famiglia o una bella persona con cui legare». Ma non chiedetegli di censurarsi o di togliere qualche parolaccia dai suoi testi (non lo faremo neanche noi per questa intervista)

Cantautore romano cresciuto nel quartiere San Paolo e con radici sparse un po’ in tutta Italia, perché in ogni città dove suona e canta Giancarlo Barbati prende e lascia qualcosa. Trentasette anni, sorriso stampato sul volto e ironia tagliente senza peli sulla lingua: questo è Giancane. Produce, suona e canta senza sosta; insieme al Muro del Canto ha ottenuto molti riconoscimenti e oggi è arrivato al suo secondo disco da solista, Ansia e Disagio, uscito il 24 novembre 2017, in pieno stile Settimana Enigmistica, come svela la divertente copertina, un mix «di parole crociate, rebus, enigmi, passatempi, varietà, umorismo, ecc.».

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima del suo concerto a Roma, che si terrà il 5 gennaio al Largo venue; ci ha parlato di lui, di musica indipendente, di Roma, delle sue radici musicali e non, che poi sono anche le nostre, di tutti quei giovani che allargano il proprio sguardo superando confini e barriere sempre con quei sentimenti di «ansia e disagio». Giancane ci spiega che è cresciuto e continua a vivere a San Paolo, il quartiere che più di ogni altro lo rappresenta musicalmente:

Sì, anche culturalmente… ho tutto a San Paolo: suono a San Paolo, ho casa a San Paolo ed è il quartiere in cui mi identifico musicalmente. Torno sempre volentieri a suonare qui, soprattutto al parchetto all’aperto sotto casa mia.

Quando è nata la passione per la musica?

Tanto tempo fa, forse troppo. Mio zio suonava e abitavamo nella stessa casa, quindi sono cresciuto con lui. Mi faceva ascoltare elettro-pop anni Ottanta “brutto”, quello che faceva lui [ride] “Ciao zio!” ... e la prima cosa che ho cantato è stata Hallelujah, proprio con mio zio, che aveva organizzato un evento di beneficienza con calciatori e bambini del quartiere. Questo è stato un episodio iniziale musicalmente parlando, poi ho fatto e tutt’ora faccio anche il fonico, lavoro che mi ha insegnato sempre mio zio. A livello professionale faccio il fonico da molti anni, precisamente dal ’99.

Nel nuovo disco, l’autore irriverente di Odio i bambini, Vecchi di merda e Adotta un fascista propone undici tracce dalle connotazioni country e folk ma con l’attitudine punk “a fare casino”, insomma un miscuglio di stili musicali che lo accompagnano da sempre e che oggi mettono radici nelle sue composizioni. La chiave vincente del successo di Giancane forse è proprio questa, insieme all’urgenza di raccontare, gridando con intelligenza e ironia e con la sua voce graffiante, l’ansia personale di un cantautore libero, che sta diventando l’inno di una generazione che in questo stesso “disagio” si identifica.

E sì… per non ammazzasse - continua sdrammatizzando Giancane - esorcizzare costantemente per non arrivare al finale quello brutto, questo è quello che faccio. Ma lo faccio prima di tutto per me stesso, non per la generazione. Sono testi autobiografici, nascono da una mia urgenza interiore, poi qualcosa è improvvisato e qualcosa no, ma in linea di massima non so scrivere di altro: quello che mi succede cerco di descriverlo e quello che ho bisogno di dire cerco di dirlo, anche se poi non funziona non importa, mi diverte e mi serve come sfogo. È la mia cura. La maggior parte dei cantautori sono patologici; fare musica è per me una necessità psicologica, forse un giorno quando non mi servirà più farò altro.

Le radici di Giancane sono tante…

Andavo a scuola a Prati dove erano tutti ricchissimi e mio padre era di Ostia. Vivevo 4 giorni a Prati e 3 a Ostia, che era una merda negli anni Ottanta. La mia radice è questa, la capacità di passare da una cosa all’altra sentendomi a mio agio (o disagio - ride) in tutti i contesti perché sono cresciuto così. Dentro di me forse sono a disagio ovunque e mi piacerebbe starmene a casa mia a fare musica.

Musicalmente poi è un calderone di roba perché da sempre ascolto tutto, anche per via del mio lavoro da fonico, dal punk al metal alla cornice dance di fine anni Novanta e inizio Duemila.

Forse la nostra generazione è multi-radici

Forse è questo, ma sarà un problema? Boh, al massimo un gran casino! Mi serve uno psicologo. Le radici sono tante, la nostra generazione è strana, siamo passati da uno stato di benessere di fondo delle nostre famiglie e molti hanno studiato tanto per fare determinate cose e ora… siamo cresciuti con un’impostazione classica, abbiamo respirato gli ideali degli anni Sessanta Settanta, con gli Ottanta e i Novanta è cambiato il registro e con i Duemila è andato tutto a puttane e non ci abbiamo capito più un cavolo. Questa è la radice di tutto. Fortunatamente io l’ho scelto prima, ho scelto di suonare e questo vuol dire stare in crisi perennemente, non arrivare a fine mese, però l’ho scelto e quindi non mi ha cambiato molto, partivo già dal presupposto che con la musica avrei fatto una vita di merda ma emozionante.

Sbattersi per per una cosa in cui si crede è già tanto. Tutti quelli che suonano con me sono così. Diventiamo una sorta di coworking familiare (ecco le altre radici). Molti della nostra generazione nascono da genitori separati e abbiamo un concetto di famiglia allargata ramificata, che diventa sempre più ampia in ogni concerto e città in cui vado a suonare. Trovo sempre un pezzo di famiglia o una bella persona con cui legare. Insomma in tutta Italia ho un parente [ride]

Parliamo della tua città; a Roma cosa funziona e cosa no?

Diventerei utopico. La parola “utopia” non è negativa, il problema è che poi la realizzazione di un qualcosa diventa virtuosa se non impossibile. Potrei essere banale e soffermarmi soltanto sui mezzi pubblici, dove appunto c’è molto disagio. Io non li prendo per questo [ride]; lì è tutto compresso, c’è una porzione di umanità, un po’ più ridotta rispetto allo stadio perché hai più difficoltà a scappare. Vado allo stadio appositamente per fare questo invece che sulla metro.

Tifoso della Roma?

Ovvio!

E l’ambiente musicale romano?

C’è stato un periodo dove tutto era più fico (5-6 anni fa), ora mancano le energie, i locali e i centri sociali. Il taglio dei locali era differente, non esisteva questa cosa dell’indie, c’era l’indie ma era indie vero, indipendenza appunto, ora è diventato un genere, è stato ridotto a un nome, mentre prima c’erano delle scene fervide che si creavano. Adesso a Roma il taglio dei locali è da 600 persone. Prima i locali erano più piccoli, più raccolti ed erano fondamentali per chi iniziava a suonare e doveva fare tutti gli step necessari. Forse è rimasto solo il Wishlist a San Lorenzo e comunque è già da 300 persone; il club piccolino non c’è più, come poteva essere il Traffic o il Sinister noise di Testaccio. Facendo il fonico so bene che in queste piccole realtà si creavano sinergie e nuove collaborazioni.

L’indie è ormai una moda e tutti ormai si lamentano della perdita dello spirito originario. Secondo te cosa è successo? Le grandi produzioni hanno riconosciuto nella musica indipendente un potere e vogliono sfruttarlo o anche gli ambienti musicali nati come indipendenti si sono "corrotti"?

Sicuramente c’è una corruzione di fondo perché al momento ci sono delle finestre aperte che si sono create e che prima erano chiusissime e non ci potevi entrare; penso all’apertura di Radio Deejay alla musica indipendente che è un riflesso significativo di questo fenomeno. Radio Deejay è un network nazionale che ti fa conoscere a milioni di persone, mentre prima ti passavano solo piccole radio locali. Ma pensiamo anche alla caduta di ascolto dei veri cantanti usciti dai talent (Amici, XFactor o The Voice), forse solo Mengoni è rimasto in auge e comunque sono passati almeno 10 anni dal suo esordio in tv. Ecco tutte queste cose stanno portando a “pescare dal basso” nuovi nomi perché sanno già che funzionano. È il caso di Coez che ha già un tour nazionale assicurato e Coez è indipendente.

E se questa finestra dovesse aprirsi per Giancane? Pensiamo alla prossima partecipazione a Sanremo de Lo stato sociale e di chi teme che il gruppo possa snaturarsi.

Non vanno giudicati perché salgono sul palco di Sanremo, poi io ci sto in fissa con Sanremo! Fanno bene se riescono a restare loro stessi, il problema è la giusta misura. Ad esempio, per me sarà difficile, so come funziona, se nei testi hai qualche parolaccia in più ti dicono «no!». Però a me non mi frega un cazzo (lo possiamo scrivere?) perché è un’altra necessità. Io ho un altro lavoro, faccio altro nella vita, mi diverto e uso la musica come sfogo personale. Ai live mi voglio divertire e a questo non riuscirei mai a rinunciare anche se si dovesse un giorno aprire quella finestra. Diventerebbe solo un lavoro e non mi va, invece che censurarmi preferirei scrivere per altri e produrre i giovani artisti, cosa che già faccio.

A Giancane non piacciono le etichette eppure spesso finisci nelle playlist indie...

Se ascolti Calcutta, Galeffi, Coez, I Cani… hanno tutti un’impostazione che è l’indie come lo concepiamo adesso, ma non è indie, è pop… è sempre stato pop. Io non c'entro nulla con loro; li conosco, li ascolto e li apprezzo, ma musicalmente non c'entriamo nulla nella stessa playlist. Mi fa strano quando succede, magari ho qualcosa di indie e non lo so, comunque non me lo sento addosso. Sono semplicemente un cantautore, quello che faccio? Scrivo e canto, è facile, poi magari ho un’attitudine punk perché tendo a fare casino.

Qual è il pezzo che preferisci del nuovo disco?

Ipocondria è chiaro. L’ho scritta durante una giornata particolare e poi c’è anche Rancore, uno dei rapper che preferisco.

  

 

Ma attenzione a non fermarvi alla superfice e al ritmo dance anni Novanta di questo brano. Ipocondria non è un semplice pezzo che in una sorta di loop racconta un attacco di panico; dietro c’è la voglia di esprimersi, la vitalità e al tempo stesso la fragilità e la rabbia di un’intera generazione non ascoltata:

 

Siamo un gruppo di ragazzi strani
A volte ammalati, disinformati
E voi siete nati imparati, belli, perfetti, fermi, impalati!

Bene, perfetto, scrivo del nulla
Tranne di un mucchio di insicurezze
Che a me mi accarezzano sin dalla culla

E forse non c’è cura migliore della musica. Come insegna Giancane, è meglio «sbattersi» e cercare di divertirsi credendo in quello che si fa in questi anni segnati da «ansia e disagio» perché in fondo «è solo ipocondria questa malinconia».

 

A cura di Simona Pandolfi e Cecilia Cicci

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