[ph] Elisa Longo

Nonna e le storie della guerra

Da nonna a nipote: radici che si tramandano. Brevi racconti di vita, storie di guerra, episodi che narrano una Roma fatta di giochi, speranze, delusioni, dolore ma anche tanta generosità

Mia nonna mi raccontava tante storie. Alcune erano buffe e mi facevano ridere. Altre erano tristi, mi dovevano far riflettere. Come quella del pettirosso: si dice che il pettirosso si sarebbe macchiato il petto per togliere una spina dalla corona di Cristo. Mi raccontava che c’è una stella in cielo, una sola, che brilla di più delle altre, che si vede alzando lo sguardo nelle notti d’estate. Quella è la stella che protegge i bambini.

Poi mi ha raccontato della sua vita. Del fatto che nascere a Villa Borghese, nella casa dell’economo di Roma, è stato un grande privilegio, per via della Paolina Borghese dietro cui nonna e i suoi fratelli si nascondevano per giocare. Mi aveva detto che poi il padre aveva ottenuto un lavoro agli scavi di Ostia e che se ne erano dovuti andare. Addio statue per giocare e addio al gioco della campana nel Giardino delle rose. E la guerra fu lunga. Fu lunga al punto che io, dopo un po’ di mesi che non sentivo altre storie, chiesi: «Nonna, mi racconti della casa a Ostia? Non mi hai mai raccontato come vivevi lì!».

Allora nonna mi raccontò della guerra, della fame e della borsa nera per recuperare qualche patata.

«Dietro quella casa, c’era solo la pineta. Ci muovevamo con la bicicletta. Un giorno, mentre pioveva, ho sentito delle urla dalle cabine dello stabilimento lì di fronte. Dapprima era il ritrovo della mondanità, ci facevano feste e concerti, ma con la guerra era diventato una prigione. Infatti ad urlare erano soldati italiani imprigionati, stavano in otto/dieci persone dentro la stessa cabina, venivano controllati dalle sentinelle tedesche. Su quel tetto di casa, spesso, si appostavano le sentinelle per controllare il mare. Io e le mie sorelle gli tiravamo del pane dalle sbarre. Mia madre, quando uno di loro riusciva a scappare, lo nascondeva in cantina e dava lui pantaloni, giacche nuove».

Poi mi racconta che un giorno, in bicicletta, trovò un biglietto. Vi erano scritti i nomi dei parenti di uno dei prigionieri. «Io ero troppo piccola ma mia sorella è andata a Roma a cercarli. Dopo pochi giorni, li vedemmo arrivare con coperte ed alimenti. Il ragazzo non appena li vide, corse verso di loro e venne immediatamente fucilato da una sentinella». E morì a pochi passi dalla madre. «Davanti ai miei occhi»; nonna mi guarda, quando parla.

Ogni anno, passo davanti questa casa, sul Lungotevere Duilio di Ostia. La osservo, è ancora identica a quando ci viveva lei. Ma, per strada, le turiste e le ragazzine si fanno i selfie e l’estate è bella come l’Italia senza la guerra. Ma se sento ancora quelle parole, chiudo gli occhi e, affacciata a quel balcone, al posto di una rossa signora truccata, vedo quella bambina che scendeva di casa per dar da mangiare ad un soldato.

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Classe '92, leggermente iperattiva. Appassionata alla scrittura sin da piccola, redigevo, per pura pignoleria personale, schede e recensioni dei miei primi libri di lettura. La scrittura poi si è abbinata alla musica. Per comporre un pezzo o per prendere ispirazione. Appassionata amante del rock e prog anni '60 e '70 italiano e straniero, sono collezionista di vinili, unico supporto disponibile nella mia abitazione. Da sempre attiva su tematiche sociali e di pubblica utilità, ho vissuto una lunga esperienza lavorativa nel territorio di Corviale a Roma. Le idee e la creatività non mancano, anzi, corrono ogni giorno. La mia scrivania è sempre coperta di post it e memo. Ma nel cassetto c'è un romanzo (ancora) da completare.  

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